Barthes, il Giappone e lo spazio dei segni

Una luce pallida rischiara il vicoletto buio e stretto, retaggio di antiche vie di fuga per gli abitanti del ghetto, su cui domina l’insegna multicolorata Cartoleria.

La bambina, capelli corti, vestitino fiorito, eredità dell’estate che si sta dileguando, varca timidamente la porta, accolta dalle luci abbacinanti delle lampade sistemate sugli scaffali ordinatamente ricolmi di merci. Le vanno incontro le penne blu Klein, rosso Matisse, nero Mirò, gomme setose odorose, temperini verderame, matite puntute giallo Pollock, quaderni dalla copertina lucida e dai bordi taglienti, e il sorriso seduttore del tipo dietro il bancone dal nome duro e solido come solo un nome tedesco può essere, rivestito d’argento, argentei i capelli, gli occhiali, i denti, argentei il bracciale e l’orologio, la fibbia della cinta e dei mocassini teneri. Che ti do quest’anno, signorina? Chiede. La bambina ha esplorato con calma e metodo tutti gli scaffali, torna indietro, indica educatamente quella che sarà la sua dote di scolara modello, assapora il momento in cui le parole le sfileranno davanti mentre le pagine si schiudono pazienti, quando la penna inciderà come uno scalpello la pagina morbidosa, deliziosamente profumata e compatta, cercando di sondare gli abissi di senso delle cose.

giappone-ideogrammi-calligrafia_bAvrei voluto parlare del mio primo giorno di scuola e invece altre immagini si sono materializzate, che mi riportano invariabilmente allo spazio della scrittura. E a chi l’ha percorso in lungo in largo, ossessivamente: Roland Barthes. Che ne L’impero dei segni (Einaudi) dedica un paragrafo, curiosamente, proprio alla ‘Cartoleria‘, viatico e spazio attraverso e nel quale il segno inizia ad inverarsi.

 

E’ attraverso la cancelleria, luogo e catalogo delle cose necessarie alla scrittura, che ci si introduce nello spazio dei segni; è nella cancelleria che la mano incontra lo strumento e la materia del tratto; è nella cancelleria che prende inizio il commercio del segno, prima ancora che sia tracciato.

E’ il segno scolpito sulla carta dalla penna o su un anonimo file compilato al Pc, alla ricerca ogni volta illusoria di un risultato, di un modo per definire, descrivere, di una scrittura che diventa piena grazie a simboli e metafore, di un centro che conferma l’esistenza del mondo; ovvero il segno tracciato dal pennello che scivola, si torce, ubbidiente alla mano, nell’ideogramma giapponese, che si svuota del senso, perché nulla può e vuole definire, solo palesare ciò che è, pura enunciazione.

In Giappone, il paese della scrittura per Barthes, la parola si fa leggera, aerea, trasparente, si muove negli interstizi (qui il semiologo francese e Calvino si incontrano), si sbarazza di cornici e costrizioni, si concentra sull’istante, diventa segno vuoto. Nell’ haiku, il minimo orizzonte di parole è sufficiente a ottenere il massimo della scrittura, la pienezza. Svuotare, prosciugare vs. l’ossessione tutta occidentale per la parola, “il chiacchiericcio irrefrenabile dell’anima”. Nell’ haiku non si tratta semplicemente di essere concisi, pensiero lungo in forma breve, ma “di agire sulle radici stesse del senso”, nel pulviscolo degli eventi, nei frammenti di esistenza che, nello spirito zen, avvengono a patto che restino tali, rifiutando classificazioni e divisioni, modelli e simboli, descrizioni e definizioni.

…l’evento non è classificabile secondo alcuna specie, la sua eccezionalità non approda a nulla; come un ricciolo grazioso, lo haiku si arrotola su se stesso…

Inusuale diario di viaggio in un Paese in cui tutto, dalla città alla casa, dal l-arte-della-meditazione-secondo-shodo-giappone-calligrafiagiardino al teatro, dal cibo alla cortesia dei gesti, rimanda al lampo istantaneo della pura significanza, al segno vuoto, che continua a interrogarci a circa cinquant’anni di distanza (la prima edizione risale al 1970) oggi che il web ha completamente modificato codici, tempi, priorità, strumenti del linguaggio, bombardandoci di masse enormi di parole e immagini.

Tra le quali è forse ancora possibile scegliere, come nella cartoleria bartesiana, parole e immagini capaci di disegnare una sorta di mappa essenziale dell’esistere, nella quale ogni scoperta fatta, intensa e fragile insieme, può essere ritrovata “grazie al ricordo di quella traccia che ha lasciato in noi”.

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13. settembre 2016 by Anna Puleo
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