Asia Argento, Weinstein, la forza del pregiudizio e il potere della parola

Pregiudizio. Dal latino prae-iudicium, ossia giudicare anticipatamente, prima di conoscere fatti e persone, sulla base di idee personali che condizionano la valutazione e inducono in errore. Jane Austen ha dedicato al pregiudizio uno dei suoi romanzi più famosi seguendo con il genio che le è universalmente riconosciuto gli inevitabili effetti che preconcetti dettati da convinzioni inveterate, antipatie e posizioni personali possono portare. Effetti dannosi, pregiudizi, appunto, che, guarda caso, rimandano al secondo significato di questo vocabolo, che con un sorprendente movimento circolare si connette al primo.

 

Metoo.quellidelledomandeNon amo molto i talk televisivi. E’ stato un caso eccezionale che ieri sera nel vorticoso zapping serale alla ricerca di un film degno di questo nome mi sia fermata su una trasmissione tv. L’ospite è Asia Argento, il tema naturalmente il caso Weinstein, svelato da inchieste del New York Times e del New Yorker, e la violenza subita dall’attrice a 20 anni ad opera del potente patron della Miramax.

Ospiti della serata sono anche Vladimir Luxuria, il direttore di Libero, Pietro Senaldi, il giornalista del Fatto Andrea Scanzi. A calamitare l’attenzione del pubblico tuttavia non è, come ci si sarebbe attesi, il dibattito contro la violenza di genere e sul dilagare in tutto il mondo di un’onda impressionante di protesta, ma lo scontro al fulmicotone tra Luxuria e Argento.

Gli argomenti sostenuti da Luxuria, che contesta la ‘autenticità’ della denuncia dell’attrice, non solo lontani da quelli perorati da Libero, che nei giorni passati ha intrapreso una vera e propria crociata contro la figlia del grande Dario Argento, che ha toccato il culmine con un editoriale di Renato Farina significativamente intitolato Prima la danno via poi frignano e fingono di pentirsi, affiancato da Vittorio Feltri, Vittorio Sgarbi, Mario Adinolfi (che l’ha paragonata a una prostituta), Enrico Brignano e altri. Un interessante campionario di quel linguaggio sessista e aggressivo di cui parla da ultimo il Piano femminista contro la violenza maschile sulle donne e la violenza di genere, redatto dal movimento Non una di meno.

Bene. Anzi male. Non credo siano stati in tanti ad avere compreso la posizione di Luxuria. Certo, può essere sensato chiedersi183920585-41fe6510-7793-4de3-8e29-6dd8c5f2a373 perché si denunci una violenza a distanza di venti anni e come mai i rapporti tra i due siano proseguiti nel tempo. Altrettanto sensato tuttavia è chiedersi se una ragazza di vent’anni che abbia subito un rapporto non consenziente possa avere paura e vergogna nel denunciarlo, soprattutto se l’uomo in questione è uno dei più potenti uomini d’America. Pure ragionevole è chiedersi se sia semplice per una giovane artista che sta assaporando la notorietà internazionale puntare il dito contro colui che ha prodotto film come Pulp Fiction, Kill Bill, Sin City, Shakespeare in Love, macinando premi su premi.

Ma Luxuria non cede e continua imperterrita nella sua perorazione, non scalfita neanche per un attimo dall’ombra del dubbio. Comprendo che l’ex deputata di Rifondazione comunista sia ormai avvezza ai toni aspri e alle zuffe de Il Grande Fratello e L’Isola dei famosi ma ci sono alcune domande alle quali dovrebbe rispondere:

  1. Anche Ashley Judd, Gwyneth Paltrow, Angelina Jolie, Mira Sorvino, Rose McGowan, hanno denunciato di essere state vittime nel corso del tempo di molestie e violenze da parte di Weinstein. Perché credere alle loro storie e non a quella di Asia Argento?
  2. Oggi sono in tanti ad affermare: Noi sapevamo, alludendo al carattere brutale, violento, arrogante del potente patron della Miramax, che Ben Affleck non ha esitato a dipingere come un uomo duro, privo di freni inibitori e Spike Lee “un grosso ratto bastardo”. Anche loro, vent’anni dopo. Perché dare loro credito e non ad Asia Argento?
  3. Ammettiamo –per pura ipotesi naturalmente- che Argento abbia accondisceso alle profferte di Weinstein per non pregiudicare la propria carriera. Ma Weinstein –e gli uomini come lui- ha/hanno il diritto di fare quel che ha/hanno fatto?

Argento in questi mesi ha raccontato la sua storia, ha denunciato, ha accettato di dialogare con tutti, detrattori compresi, dalle pagine dei giornali e dal suo profilo twitter. Ieri ha dichiarato di aver accolto l’invito a comparire in tv per confrontarsi con chi si è scagliato contro di lei, denigrandola. Ci ha messo la faccia. Così facendo ha accettato di mettere in questione anche il rapporto con i figli ed il suo compagno, la sua carriera. In una parola, la sua vita. Non credo si possa accettare di pagare un prezzo così alto solo per rilanciare il proprio nome.

Credo invece che le parole di Farina, Feltri, Vittorio Sgarbi, e, ahimè, di Vladimir Luxuria, la dicano lunga su un pregiudizio inveterato quanto ignobile, che divide il mondo in due, bianco e nero, vittime e carnefici, che vede ancora la donna come puttana o madonna. Che appiattisce ai consueti luoghi comuni l’intreccio perverso tra denaro, sesso e potere e il modello time-1030x615sociale che su di esso si fonda. E’ lo stesso meccanismo che spinge un giudice a chiedere a chi ha subito violenza se, in quel momento, portava le mutandine, i jeans stretti o la gonna corta e che dissuade molte, tante, troppe, donne a non denunciare quel che hanno subito. E’ lo stesso automatismo di chi consiglia alla donna di non denunciare il marito violento perché “hanno una famiglia” e “ci sono i figli” o il fidanzato con la mano pesante perché “dopo, chi vuoi che ti sposi ?”.

Qualche giorno fa Time ha scelto di nominare persone dell’anno le donne del movimento #metoo e l’ha motivato così:

Siamo nel bel mezzo di una rivoluzione che è solo all’inizio. Non sappiamo quale sarà il suo impatto finale. Quanto sarà esteso, quanto sarà profondo, se ci sarà un contraccolpo. La vera prova di questo movimento sarà la sua capacità di cambiare la realtà delle persone per le quali dire la verità è troppo minaccioso.

Una motivazione che va letta con attenzione, come sottolinea Ida Dominijanni su Internazionale.  Perché parte dal silenzio delle donne e dal coraggio di prendere finalmente la parola, che si tratti di una famosa attrice o di una segretaria, di una manager, di una studentessa o di una ricercatrice universitaria. Perché riconosce che ancora una volta è partito un movimento che sta percorrendo tutti i continenti, che non si fonda solo sulla protesta ma sulla necessità di riconquistare lo spazio pubblico, sulla voglia di cambiare (come dimostra il successo di campagne come #nonunadimeno o #metoo). E sulla voglia di verità.

L’innesco l’hanno dato le donne ma a raccogliere il testimone sono uomini e donne che insorgono contro la cultura dell’uomo metoo2bianco, maschio, occidentale che fa dire al politico di turno di essere orgoglioso delle proprie prodezze sessuali piuttosto che di avere lavorato per ridurre la povertà o per consentire a tutti, ricchi e poveri, l’accesso a servizi sanitari di qualità o alle politiche per affrontare gli effetti dei cambiamenti climatici. Lo scrittore Paolo Di Paolo dalle colonne dell’Espresso qualche mese fa ha scritto a chiare lettere che “non sposteremo avanti di un millimetro il discorso pubblico, se non saranno anche gli uomini a parlare – a parlare apertamente, responsabilmente – delle violenze che le donne subiscono” .

Uscire dall’angolo -molto frequentato da noi donne- del silenzio, fare sentire la propria voce, parlare, discutere, è un passo fondamentale per trasformare radicalmente il rapporto tra uomini e donne, nel privato e ancor più nel pubblico. Jane Austen lo aveva capito duecento anni fa, e della parola, del dialogo incessante tra i sessi ha fatto il filo rosso che percorre tutti i suoi romanzi.

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13. dicembre 2017 by Anna Puleo
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