Anniversari: Franco Basaglia, l’utopia in cammino

“Si immagini ora un uomo a cui, insieme con le persone amate, vengano tolti la sua casa, le sue abitudini, i suoi abiti, tutto infine, letteralmente tutto quanto possiede: sarà un uomo vuoto, ridotto a sofferenza e bisogno, dimentico di dignità e discernimento, poiché accade facilmente a chi ha perso tutto di perdere anche sé stesso”. Così scriveva Primo Levi in Se questo un uomo, rivolgendosi a quel Voi che apre il libro e che traccia il confine tra i sommersi e i salvati e il resto dell’umanità, interpella le coscienze di tutti e di ciascuno, esigendo non solo impegno nell’esercizio di una memoria che è strumento meraviglioso ma fallace ma soprattutto un’ attenzione vigile verso ciò che è accaduto e che potrebbe accadere ancora, pronto a riemergere dalle zone oscure delle nostre democrazie.

 

Ho pensato a lui quando ho visto le foto di Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin che cinquant’anni fa compivano il loro viaggio nell’inferno dei manicomi di Gorizia, Parma e Firenze, e ne ritraevano gli spazi, i corpi, gli sguardi, i gesti, in un libro di denuncia e riflessione, Morire di classe. La condizione manicomiale fotografata da Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin (Einaudi), curato da Franco Basaglia e da sua moglie Franca Ongaro. Un progetto che grazie al mix tra foto e parole (da Brecht a Fanon a Primo Levi) restituiva al pubblico uno sguardo plurimo sulla follia e il folle.basagliaceratigardin2

Nello stesso anno in cui i Basaglia lavoravano con Cerati e Berengo Gardin, il 1968, esce uno dei testi cardine della psichiatria contemporanea e dei movimenti di quegli anni, L’istituzione negata. Rapporto da un ospedale psichiatrico (Einaudi) sessantamila copie vendute in pochi mesi, un premio prestigioso come il Viareggio, decine di traduzioni in diverse lingue. Un testo in cui Franco Basaglia parte dagli spazi, i manicomi, per parlare delle istituzioni totali, della violenza del potere e della sua riproduzione, per esplorare la galassia della malattia psichica e le figure che vi ruotano attorno, il rapporto con i ‘normali’. Basaglia ne fa il punto di partenza per un dibattito pubblico, portando il suo pensiero eterodosso e singolare tra la gente, gli studenti, facendone terreno di confronto con la politica.

Mettere in campo lo scenario sociale in cui si sviluppa la malattia non significa, beninteso, attribuirne la causa unicamente alla società perché ciò significherebbe negare che il tema è complesso e involge il rapporto con il corpo, l’esistenza della medicina, della sua pratica e della sua rappresentazione, il conflitto tra noi e il contesto in cui viviamo, che genera frustrazione, bisogni negati, e “ci costringe a trovare strade anomale e tortuose che passano attraverso la mediazione della malattia, perché ci è impedito di esprimerci in modo immeditato”.

Dire che la follia è un prodotto biologico, oppure organico, psicologico o sociale significa seguire la moda di un determinato momento. Io penso che la follia e tutte le malattie siano espressioni delle contraddizioni del nostro corpo, corpo organico e corpo sociale. La malattia (…) si verifica in un contesto sociale ma non è solo un prodotto sociale, è una interazione tra tutti i livelli di cui siamo composti, biologico, sociale, psicologico, e di questa interazione fanno parte una enorme quantità di variabili (…) Il problema sta nella relazione fra il nostro corpo organico e il corpo sociale nel quale viviamo.

Aveva iniziato a portare nel manicomio di Gorizia il primo nucleo (sul modello di quella scozzese dibasagliaceratigardin4 Melrose) di comunità terapeutica, agita da tutti, pazienti, medici, personale, nella quale far affiorare la condizione del malato, che perde sé stesso due volte, come malato e all’interno dell’universo concentrazionario, nel suo articolato rapporto con il manicomio e la sua organizzazione, a partire dall’uomo psichiatra, cui viene affidato dalla società. Basaglia pone già cinquant’anni fa in questo testo fondamentale il tema (tuttora attualissimo) della tensione continua dell’ istituzione chiusa a replicarsi in modi e tempi diversi, in una torsione, anch’essa permanente, che la pone in conflitto con i valori fondamentali, anche per la nostra Costituzione, della libertà individuale, che impongono un deciso ripensamento delle strutture manicomiali e della violenza ripetuta sui malati.

…finché si resta all’interno del sistema, la nostra situazione non può che essere contraddittoria: l’istituzione é contemporaneamente negata e gestita, la malattia é messa tra parentesi e curata, l’atto terapeutico rifiutato e agito.

L’incontro con Foucault, Laing, Sartre, l’appoggio della moglie Franca, degli amici –come Hugo Pratt- e di tanti colleghi, spinge lo psichiatra veneziano a continuare la sua strada e ad approfondire alcuni punti critici, comuni alla rete delle strutture di assistenza, come l’incapacità di riconoscere l’umanità del singolo e la pervasività del dominio che moltiplica i casi di regressione e di cronicizzazione della malattia.

Gorizia è un posto a parte. Niente costrizioni né elettroshock, ma laboratori e riunioni quotidiane tra operatori e pazienti e porte aperte alla città e oltre (famoso fu un concerto di Ornette Coleman che duettò con una malata). Farà da modello alla legge 180 come ad innumerevoli altre esperienze nel resto del mondo.

Basaglia dà voce ai corpi negati, umiliati, violati. Ma dà anche voce alle domande dello psichiatra, basagliaceratigardin3come medico, come cittadino, e soprattutto come uomo. Si interroga sull’essere e gli orizzonti della psichiatria, sul ruolo di una scienza che è diventata un castello di classi e sottoclassi, indicatori indefettibili di ciò che è normale e di ciò che normale non è, e che in questo processo di costruzione del diverso ha perso di visto l’essere umano.

Domande che urgono, incalzano, che dettano il ritmo de L’istituzione negata come degli scritti successivi, che registrano lo scarto continuo nel concetto della malattia “come puro accidente oggettivabile dalla scienza e non come esperienza personale”.

Le idee di Basaglia sulla necessità di distruggere le istituzioni restrittive (“bruciare le navi…distruggere le vele, il timone, le gomene, tutto, perché questa nave non può essere…affondata se non la si distrugge pezzo per pezzo”), la sua pratica delle contraddizioni, la stessa legge 180, non furono condivise né spesso comprese neanche da quei movimenti che si muovevano nel medesimo orizzonte di senso. Certo, quel tentativo di portare il manicomio tra la gente, fuori dall’agone scientifico, avviata con il reportage di Carla Cerati e di Gianni Berengo Gardin, ebbe un insperato successo, sollecitò altri fotografi, giornalisti, la stessa Tv pubblica (in primis il bel progetto di Sergio Zavoli I giardini di Abele) a occuparsi di ospedali e malattia psichiatrica, ad allargare in cerchi concentrici sempre più ampi il dibattito, ad “aiutare la comunità a capire ciò che voleva dire la presenza di una persona folle nella società”.

Un tema che in qualche modo era iniziato a penetrare anni addietro in alcune strutture, come quella di Girifalco, luminoso borgo sul Mar Jonio, reso famoso dai romanzi di Domenico Dara e dalle pratiche terapeutiche d’avanguardia sperimentate nel locale manicomio, modello in vitro delle future sperimentazioni di apertura al territorio (lo racconta bene Uscirai sano, un docufilm della regista Barbara Rosanò ).

Le parole di Basaglia hbasagliaceratigardin5anno superato spazio e tempo, ci hanno raggiunti e continuano a interpellarci, a sfidarci, a metterci di fronte alle nuove forme, sempre più pervasive e sottili, di dominio. Possiamo accettare la sfida e cogliere l’immanente originalità e attualità del suo pensiero se ci facciamo pervadere e nutrire da esso, se acconsentiamo ad entrare in quella dimensione di progetto aperto, di “incompletezza da completare”, nata mezzo secolo fa in una città di frontiera da un uomo che le frontiere aveva imparato ad attraversarle.

Per Sartre “Kierkegaard vive se è possibile per noi diventare Kierkegaard, o se all’inverso questo morto non cessa di farsi istituire dai vivi prendendo a prestito la loro vita, infiltrandosi in essa e nutrendo la sua singolarità con la nostra.” Potremmo dire qualcosa di analogo per Basaglia: si può capire la sua impresa e in certa misura incontrarlo se e in quanto “leggendo le sue parole io risalgo fino a me stesso, voglio cogliere lui ed è me stesso che colgo”. … l’ “irrimediabile singolarità” di Basaglia che si è “superata verso un senso che prima non aveva” e che Sartre chiama “universale singolare”, mi rinvia alla mia singolarità, al mio agire, al mio farmi. Ci sono dei morti che vivono, concludeva Sartre, che “condizionano il nostro ancoraggio e si fanno istituire, una volta scomparsi, come nostro avvenire, come nostro compito futuro”, e questo possiamo dirlo anche di Basaglia e dell’ impresa da completare che ci ha consegnato. (Maria Grazia Giannichedda in F. Basaglia, L’utopia della realtà, Einaudi 2005)

(Le immagini sono tratte dal libro Morire di classe

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15. maggio 2018 by Anna Puleo
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