Amarcord: Morte accidentale di un anarchico di Dario Fo

Una serata grigia e piovosa. Una di quelle in cui ti spalmi sul divano sotto il plaid a vedere la tv. Zapping. Stai per deviare verso gli ultimi libri da leggere quando sullo schermo compare un tipo buffissimo che comincia a dimenarsi e a muovere le braccia come un mulino a vento, mentre due uomini e un poliziotto lo osservano allibiti. Le telecamere si spostano sul pubblico che ammicca e ride alle battute che gli attori si scambiano sul palco.

La Questura a Milano. Un Matto, arrestato per i suoi comportamenti bizzarri, si spaccia per un inviato dal Ministero TeatridithaliaMorteaccidentaleche dovrà riaprire il caso di un anarchico, caduto da una finestra della questura in circostanze poco chiare, durante un interrogatorio. Il Matto, rimasto solo nell’ ufficio del commissario, trova dei documenti che svelano ciò che è realmente accaduto. Il suo sarà un gioco inesorabile al gatto col topo, passando da un travestimento all’altro, per indurre i presenti a guardare in faccia la verità.

Dario Fo scrisse Morte accidentale di un anarchico nel 1970, a un anno di distanza da uno degli episodi più orribili e oscuri della Prima Repubblica: la morte di Giuseppe Pinelli. Ferroviere, partigiano e…anarchico. Le immagini, le parole, il fragore del ’68 sono ancora vivide, è arrivato l’autunno caldo, la temperatura dello scontro politico diventa rovente, scoppia una bomba a Piazza Fontana uccidendo uomini e donne innocenti. Tra i fermati c’è il Pinelli. Lo interrogano, lo trattengono oltre le 48 ore del fermo. Gli interrogatori sono condotti da Luigi Calabresi, Antonino Allegra e alcuni sottufficiali di polizia. Poi accade l’irreparabile. Il corpo di Pinelli verrà ritrovato nella notte tra le aiuole nel cortile della Questura. Per lui non c’è nulla da fare.

Le ricostruzioni della morte furono diverse, infarcite da contraddizioni ed incoerenze evidenti. Il clima si surriscalda e porta all’uccisione del commissario Calabresi. La salma di Pinelli viene riesumata e nel corso dell’autopsia si riscontrano lesioni compatibili con un pestaggio, si parla da subito di omicidio e non di suicidio, come sostiene la versione ufficiale, avallata anche dalla inchiesta della magistratura che assolve i poliziotti.

 

« Povero Pinelli / te l’hanno fatta brutta
e la tua vita / te l’han tutta distrutta!
Anonimo e innocente / amavi l’anarchia
per questo t’hanno preso / e t’han portato via.
In una stanza nera / ti hanno interrogato
e poi dal quarto piano / ti hanno suicidato.
E mentre che cadevi / avevano paura
che tu gridassi forte / «Mi ha ucciso la questura!»

(Canzoniere Popolare del Veneto, Povero Pinelli)

 

Dario-Fo-in-Morte-accidentale-di-un-anarchico-1970La versione ufficiale tuttavia non convince né i familiari di Pinelli, né gli ambienti anarchici e di sinistra, così come molti intellettuali. Dario Fo e Franca Rame cominciano a interessarsi del caso, leggono centinaia di documenti e articoli di stampa, studiano immagini e i risultati delle autopsie. Alla fine Dario scrive Morte accidentale di un anarchico, che debutta a Varese nel dicembre 1970.

Il testo è sottoposto a un’opera infinita di riscrittura, dettata dal correre degli eventi, dalla scoperta di nuove prove, dalle inchieste ‘parallele’ a quella ufficiale e dalla pioggia di denunce (una quarantina) che aveva costretto la compagnia a spostarsi da Nord a Sud in sincronia con le udienze fissate via via dai Tribunali. Tra una replica –e un’udienza- e l’altra, trascorrono tre anni, si moltiplicano gli scontri e le bombe, e vicende oscure come la morte di Feltrinelli. Il successo dello spettacolo è enorme, varca i confini e sbarca in 50 paesi, tradotto in varie lingue.

 

Nel bel documentario trasmesso su Rai5 scorrono i volti di Dario e Jacopo Fo, Gad Lerner, Elio De Capitani, Masolino D’Amico, che ricordano quegli anni, le sale sempre gremite, la gente costretta a sedere sul palco, i boicottaggi che a volte si rivelano una manna, come a Bologna, dove, ven_dariofofrancarame14uto meno il Teatro Duse, arriva il benestare per il Palazzetto dello Sport, e la potenza di un testo che, tra i sorrisi e i lazzi della commedia, è una denuncia forte del potere, delle sue maschere e delle sue ombre, della vergogna di uno Stato che firma patti indicibili e mette a libro paga la stampa.

Un potere che cambia le sue maschere ma non l’arroganza e la ferocia. E’ la lezione che il giullare incantatore, come lo ha definito Gianfranco Capitta, ci ha lasciato: che compito del teatro è di tirar giù le maschere e svelare “al pubblico il deretano nudo e orrendo dell’ipocrisia”.

Ma qual è la vera ragione del grande successo di questo spettacolo? Non tanto lo sghignazzo che provocano le ipocrisie, le menzogne organizzate – a dir poco – in modo becero e grossolano dagli organi costituiti e dalle autorità ad essi preposte […], quanto soprattutto il discorso sulla socialdemocrazia e le sue lacrime da coccodrillo, l’indignazione che si placa attraverso il ruttino dello scandalo, lo scandalo come catarsi liberatoria del sistema. Il rutto liberatorio che esplode spandendosi nell’aria quando si viene a scoprire che massacri, truffe, assassinî sono organizzati e messi in atto proprio dallo Stato e dagli organi che ci dovrebbero proteggere» (Dario Fo, Prologo a Morte accidentale di un anarchico).

 

 

 

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03. ottobre 2017 by Anna Puleo
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