Abitare poeticamente la terra: Gianni Toti poetronico

Cosa lega il meccanico al poeta? “Entrambi cercano l’anello che non tiene, il guasto delle cose, il punto di rottruea. Entrambi si protendono verso un mondo in equilibrio. … Svitare e riavvitare un bullone, spostare una parola, lucidare un mozzo, andare a capo al punto giusto. Di mezzo, due variabili: la prima è il mistero. Il meccanico lo nega: il mistero non esiste, il mondo è un congegno che funziona e se si rompe lo aggiusteremo. Il poeta lo sfida: forse il mondo è un meccanismo che funziona, forse no. Ogni poesia è un’ipotesi di funzionamento… In mezzo c’è il mistero, che dà la carica a ogni tentativo. La seconda variabile è la visibilità: il meccanico conosce il segreto delle cose e se lo tiene. Il poeta vorrebbe urlarlo al mondo”. Esordiva così qualche giorno fa Andrea Bajani nel recensire Monte Carlo di Peter Terrin. Il protagonista è un meccanico che tra le fiamme (reali, non simboliche)  diventa poeta.

Forse, tra i tanti mestieri nei quali si è cimentato, il meccanico Gianni Toti non l’ha mai fatto. Di sicuro nella sua non breve vita ha agito da poeta-meccanico, cercando di guardare oltre il velo illusorio del mondgianni_toti 4o per cercare di medicarlo attraverso la poesia e il suo potere di  esprimere “il nome esatto delle cose”, citando Pedro Salinas.

Gianni Toti, partigiano coSmunista, come amava definirsi, con il nome di Vania (mai nome fu così profetico), è stato giornalista, inviato speciale per diverse testate, scrittore, poeta, autore per il teatro e il cinema, videoartista. Insomma, creativo a 360 gradi.  Uomo dalle mille curiosità, coltissimo, grande affabulatore e ricercatore inesausto di linguaggi e strumenti con cui esprimere idee, progettualità. Una curiosità che sfiora il patologico e lo avvicina a Cesare Zavattini e Jean-Luc Godard, con i quali nel ’68 condivide l’esperienza dei cinegiornali liberi.

Combattivo, indagatore, provocatore, nemico giurato delle mode culturali. Scrittore compulsivo: ogni giornata consacrata alla parola scritta e alla invenzione di linguaggi sempre diversi. Artefice di un mondo personalissimo e originalissimo di parole create ex novo nell’epoca del livellamento e della massificazione dei linguaggi.

Toti poeta. Davanti alla pagina bianca, alla macchina fotografica o a quella da presa o davanti alla consolle elettronica. Ogni parola evoca immagini così come le immagini a loro volta immagini. Arriva così alla poetronica,  sintesi originalissima tra poesia, arte elettronica, cinema, che ne fanno uno dei guru dell’avanguardia italiana più noti e apprezzati nel panorama internazionale. Poco amato in patria, forse. La Rai gli commissiona dei videopoemi che non trasmise mai e Toti li fa circolare all’estero, a partire dalla Francia, dove gli dedicano anche un centro d’arte, l’Espace Gianni Toti.

Li chiama VideoPoemOpera e dentro c’è tutto, arte visuale, poesia e opera, intesa come opera-mondo in cui confluiscono discipline e temi diversi.

Se il mondo per Toti era un “pianetorottolo”, come diceva, il suo universo era una casa con mille stanze, stanze dai muri cangianti, fluidi, aperti, fitti di immagini come le sue costruzioni video; non c’era modo di tenerlo fermo nella gabbia di un sapere, nei limiti di una scrittura, nella cornice di un dipinto o di un fotogramma. Parlando di letteratura evocava la scienza, parlando di scienza recitava una poesia, commentando un film raccontava una storia lontana, o un’amicizia; evocando un pittore citava un romanzo; e non da dilettante; e mai con tono da (detestato) salotto culturale.

Montando e smontando la macchina di un pensiero incessante, creativo, incontenibile, in cui si riesca a fare “altro” con quello che si sa. Un pensiero non riconciliato, che coltivava sempre l’arte del dubbio, critico, mai cinico, spesso severo, almeno quanto sapeva essere giocoso, disposto alla sorpresa, funambolico.

Così scrive Sandra Lischi nel libro Gianni Toti o della poetronica, che gli ha dedicato insieme a Silvia Gianni-Toti 5Moretti in cui vengono ricostruite tutte le sfaccetture di una personalità estremamente poliedrica, ripercorse attraverso le stanze della sua casa a Roma, che raccontano tutto il Toti-pensiero.

Che evocano il Toti giornalista, più volte inviato speciale all’estero, dove conosce, tra i tanti, anche Neruda e il Che.

O il Toti letterario con le sue poesie, i romanzi, i racconti, i saggi. Il Toti prestato al cinema e alla televisione. Il Toti artista, che dissemina idee e disegni ovunque. Il Toti dell’impegno sociale e politico, molto lontano dal linguaggio per slogan che ci invade da ogni parte. Un Toti  immaginifico e vorace,  sempre pronto a ribaltare gli schemi, ad attraversare i generi. Un testo, nato dal progetto di fare della Casa Totiana un archivio digitale, che ci conduce per mano, insieme a suoi video, alla scoperta di un artista e intellettuale spesso purtroppo dimenticato, ma soprattutto di un grande esploratore dei nostri tempi.

 

Le vent se lève: il faut tenter de vivre” e abitare poeticamente la terra… 

(Gianni Toti – “Re-video ergo zoom (o zaùm?)” – in cine ma video di S. Lischi)

 

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18. febbraio 2016 by Anna Puleo
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