A Ciambra di Jonas Carpignano, il bildungsroman di un giovane rom. La recensione

Un film bello e commovente, lo ha definito Martin Scorsese. Ma anche un film duro e poetico, che gioca con gli stereotipi più inveterati. A Ciambra è il secondo appuntamento con la regia di Jonas Carpignano, giovane italo-americano che ha scelto di vivere tra gli States e Gioia Tauro. E’ qui, in Calabria, che nasce il suo primo film, Mediterraneo. Ed è qui, durante le riprese del suo film d’esordio, che gli viene rubata l’auto e che conosce Pio e la comunità rom della Ciambra.

 

A-CiambraNel film, voluto da un parterre di produttori internazionali su cui veglia il grande Martin Scorsese, che ha già ottenuto gli applausi della Croisette e la nomination agli Oscar 2018 come Miglior film straniero, Carpignano racconta la quotidianità di Pio Amato e della sua famiglia nella boundenville della Ciambra, a Gioia Tauro. Dove i segni di uno sviluppo mai decollato e di un tessuto sociale estremamente degradato, smembrato dalla presenza pervasiva della ‘ndrangheta, dove convivono con i nuovi commensali di una mensa sempre più risicata, rom e migranti.

Pio, giacca di pelle e sigaretta in bocca, curioso e irrequieto come può essere un ragazzo di14 anni, non sa leggere né scrivere ma ha un’intelligenza pronta, un istinto unico e sicuro di accattivarsi la simpatia altrui e una rara abilità di risolvere (a suo modo) i problemi. Così, quando padre e fratello finiscono in carcere, è lui a inventarsi una nuova fonte di reddito (il furto di valigie sui treni che fermano alla stazione di Gioia) per poter sbarcare il lunario insieme alla madre e al folto clan familiare.

Dal nonno Pio impara che la vita di un rom non è fatta solo di furti e piccoli espedienti quotidiani, del sopravvivere alla giornata, del pagare il prezzo degli sgarri o le bollette dell’elettricità, non è il degrado e l’anomia della Ciambra, ma è altrove, nella loro irriducibile a-ciambra1singolarità. “Siamo noi contro il mondo”, sono le ultime parole che il vecchio lascia al nipote.

Pio non ha, però, la forza di ribellarsi al ferreo codice di sangue della famiglia. Il clan traccia una linea precisa, che non cede a mediazioni o ambiguità, sotto e sopra la quale non c’è né può esservi nulla, neanche l’amicizia. Pio si trova di fronte a una scelta dolorosa, più grande di quella che qualsiasi ragazzo potrebbe sopportare, eppure sceglie, e scegliendo tradisce il suo unico amico, Ayiva, un migrante nigeriano, conferma la sua appartenenza, il suo destino, e l’ingresso in quel mondo di adulti da sempre bramato.

Tra documento e finzione, quella di A Ciambra è una storia di formazione, dura e amara. Tornano alla mente le lezioni di Truffaut, di De Sica, Zavattini e Rossellini. E’ Rossellini a spiegare che il personaggio è la lente attraverso la quale riusciamo a vedere il contesto. Una lezione che Carpignano tiene costantemente in mente. La camera tallona Pio, gli si avvinghia in un corpo a corpo permanente, ne scruta gli sguardi, le insicurezze e le certezze granitiche, ne svela il bisogno di amore e di riconoscimento. Il regista ha vissuto per mesi con la famiglia Amato, si è avvicinato con a ciambraonestà e curiosità, senza pregiudizi, ne ha ascoltato le storie, ha condiviso e partecipato a momenti piccoli e grandi della quotidianità, ha chiesto ai suoi attori-non attori (primo tra tutti Pio, ma bravissima anche Iolanda, sua madre, e Koudous Seihon, nella parte di Ayiva) di essere se stessi, fino in fondo.

La storia di Pio e della sua famiglia è anche la storia delle comunità che convivono sul territorio, gli ‘italiani’, i rom, gli africani, e dei loro rapporti, impressi nella rigida delimitazione degli spazi –urbani e non solo- tra la cittadina, la periferia-ghetto della Ciambra, la zona d’ombra del nuovo ghetto, la tendopoli di San Ferdinando in cui vivono i migranti, riprendendo il filo di un discorso avviato in Mediterraneo e destinato a concludersi nel successivo terzo capitolo della trilogia voluta dal regista. Separazione che ritorna negli spazi assegnati ad adulti e bambini, donne e uomini della Ciambra, spaccato in vitro di modelli sociali sedimentati nei secoli e oggi percorsi da mutazioni antropologiche radicali (vedi il contrasto tra il rumore assordante di moto e auto con le loro gimkane nel campo rom e quello degli zoccoli del cavallo che compare in apertura e appare e scompare per tutta la narrazione, metafora di un’identità perduta).

Q&A A CiambraA Ciambra non è tuttavia un saggio antropologico né una fiction sulla falsariga di Gomorra, modelli dai quali prende esplicitamente le distanze, come del resto da luoghi comuni e narrazioni polarizzate. A Carpignano non interessa dove stiano il Bene e il Male. Il suo sguardo si appunta con una insospettabile forza espressiva sul passaggio all’età adulta di un adolescente che ha fretta di crescere, e subito, nell’universo della Ciambra, microcosmo esemplare di diseguaglianze e povertà globalizzate. Il suo obiettivo è dare visibilità e voce a chi per definizione non ha né l’una né l’altra. E non è un caso che sia un giovane cineasta arrivato da oltre Oceano, dal melting pot della Grande Mela, a restituirci  con uno sguardo diverso questa faccia del nostro Sud. Sono ragioni sufficienti per andare a vedere questo piccolo grande film.

 

 

 

 

 

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04. dicembre 2017 by Anna Puleo
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