87 ore, morte di un maestro elementare

Un letto in un’anonima stanza di un ospedale. Sopra c’è un uomo. E’ legato mani e piedi. Nel corso delle ore attorno a quel letto si avvicendano infermieri e medici. Le videocamere di sicurezza lo inquadrano ora dopo ora. Non sono immagini di ordinaria degenza, lo si comprende subito. Si saprà solo dopo che quell’uomo si chiama Francesco Mastrogiovanni, insegnante di scuola elementare, anarchico. Il 31 luglio 2009 viene sottoposto a TSO e rinchiuso nel reparto psichiatrico di Vallo della Lucania. Da lì Francesco esce il 4 agosto, morto.

L’ennesima storia di malasanità si dirà. In realtà quella di Francesco racconta qualcosa di diverso e più profondo, il rapporto irrisolto di una società con la diversità, l’uso della costrizione e della violenza nei confronti del malato di mente, per definizione pericoloso, la riduzione del malato a cosa, passiva e dipendente, puro insieme di sintomi senza un vissuto, senza personalità. Vicende esemplari, dalle quali nasce e si sviluppa negli anni ‘70 la battaglia politica, sociale, culturale, medica di Franco Basaglia.

La morte di Mastrogiovanni è simile a quella di tanti ‘devianti’. Solo la testarda determinazione della sorella e della nipote riesce a svel87 ore-mdare la verità, che diventa anche verità processuale (una condanna per i medici ritenuti responsabili in primo grado). E testimonianza per le vittime –numerose- di violenze e vessazioni simili così come per coloro che di queste nulla sanno e spesso preferiscono continuare a non sapere.

C’è un prima e un dopo. Il confine è tracciato dall’obiettivo di una videocamera, discrimine tra il bene e il male, tra la nostra zona di confort e l’inferno in terra. La camera riprende ora dopo ora la lenta agonia di un uomo, il cui grido di aiuto, muto e disperato, resta inascoltato. Le immagini scorrono, come se ci trovassimo davanti a un film, asettiche e distanti, apparentemente incapaci di svelare e rivelare, e di penetrare la nostra assuefazione al dolore degli altri. Le riprese dall’alto contribuiscono a enfatizzare la nostra lontananza, nel tempo e nello spazio, da questa storia, dolorosa e tragica nella sua irrealtà.

L’occhio della videocamera, nella apparente oggettività del punto di vista, in realtà calamita lo sguardo del pubblico per avvicinarlo sempre di più a un corpo che di umano ormai ha poco o nulla, ridotto ad un oggetto in balia degli operatori. Per uno strano paradosso lo sguardo tecnologico, algido e impersonale, finisce per enfatizzarne un altro, freddo e indifferente, degli uomini, 6 medici e 12 infermieri, che avrebbero dovuto invece usare attenzione e umanità verso quell’essere umano che era stato affidato alle loro cure. Che invece lasciano senza mangiare e bere, senza mai lavarlo né liberarlo dalle fasce di costrizione. Al quale resterà attaccato ancora sei ore dopo la morte. Come Cristo in croce, dirà più tardi la sorella, usando un’immagine che dice più di mille parole.

Due sguardi che parlano di un mondo chiuso in sé stesso, autoreferenziale, dove barbarie e insensatezza si tengono per mano, dove capita che un infermiere si fermi a guardare con indifferenza negli occhi un uomo in agonia senza pensare di aiutarlo o a pulire il sangue che scorre a terra ma non quel corpo martoriato. Frutti entrambi di uno stesso sistema, repressivo e violento.

Dalle riprese delle camere di videosorveglianza parte la regista Costanza Quatriglio (L’isola, Terramatta, Triangle, Con il fiato sospeso) in 87 ore – gli ultimi giorni di Francesco Mastrogiovanni, il docu-film realizzato con il sostegno della Rai e di Amnesty International, uscito da qualche giorno nelle sale e che proposto il 28 dicembre in seconda serata da Rai 3 per ricostruire, con l’aiuto di testimonianze e della colonna sonora firmata da Marco Messina, Sacha Ricci e dai 99 Posse, questa vicenda sicuramente non degna di un Paese che si ritiene civile.

 

Un film coraggioso, che scommette sul ribaltamento di codici e punti di vista, per raccontare come una stanza di un ospedale psichiatrico italiano possa ricordare anche la camera di tortura di un narcos messicano (Gianfranco Rosi, El sicario).

Un altro modo di essere e fare cinema, che rinuncia alla costruzione spettacolare per recuperare “una dimensione riflessiva e sociale…una prassi di sguardo sulla realtà intesa anche come atto civile” (Daniela Brogi su Le parole e le cose)

 

Difficile è stato trovare la chiave per utilizzare le immagini delle videocamere di sorveglianza che hanno filmato ininterrottamente gli ultimi giorni di Francesco Mastrogiovanni. Non solo per ciò che quelle immagini restituiscono, ma anche perché quel modo di filmare – quello sguardo -, esprime il punto di vista di un sistema a circuito chiuso che allontana chiunque venga ripreso, deprivandolo di ogni possibilità di relazione. E non è tutto: quelle immagini hanno, per loro natura, la pretesa di certificare i fatti, sembrano cioè non avere alcuna potenzialità narrativa, intesa come la capacità che hanno le immagini di evocare, di disvelare, di sottintendere.

Per questo, a un certo punto, mi è stato chiaro che la narrazione non doveva avere per oggetto il disvelamento dei fatti, ma la portata di quei fatti. Il corpo di Francesco Mastrogiovanni richiedeva una narrazione diversa che avesse una funzione rivelatrice perché potesse – attraverso lo sguardo meccanico della videosorveglianza – farci conoscere la violenza strutturale del meccanismo che ha portato alla sua morte.
mastrogiovanni-storia
Francesco Mastrogiovanni era, come tutti noi, una persona. Il sistema di videosorveglianza ci restituisce una figura bidimensionale priva di ogni soggettività, frutto di quel processo di reificazione originato da un occhio meccanico che disumanizza l’umano. L’atto del guardare ci chiama in causa; man mano che il racconto procede, infatti, comprendiamo che è proprio quello sguardo a isolare l’uomo, come se l’inquadratura e quei legacci a polsi e caviglie fossero la stessa cosa.

È l’apocalisse dello sguardo, l’intermittenza dell’umano, quello spegnersi e accendersi della luce e quel passare dal giorno alla notte e dalla notte al giorno apparentemente sempre uguale, ma mai identico a se stesso, nello scorrere del tempo. Nella comprensione e nell’elaborazione di quei giorni, infatti, si compie la narrazione: i cinque atti che scandiscono il racconto corrispondono ai cinque giorni di ricovero. Il primo giorno ciascuno di noi è chiamato a osservare Mastrogiovanni attraverso quell’occhio robotico; il secondo giorno facciamo esperienza di quanto quel massimo di visibilità produca il massimo dell’invisibilità, fino a quando, nel quinto e ultimo atto ci accorgiamo che quel corpo non si muove più e l’unica cosa che sappiamo è che non ce ne siamo accorti, persi in quello sguardo che tutto uniforma e cancella.

Fuori dal circuito chiuso, è il medico legale a vedere le lesioni inferte dalle cinghie di contenzione e a capire che quel corpo, nonostante tutto, può ancora parlare. Nel circuito chiuso, invece, l’epilogo naturale è la rimozione: la stanza viene ripulita e tutto torna come prima. È la procedura, il letto sarà pronto per l’accettazione di un nuovo paziente. Il film si ferma qui, sulla rete di un letto ormai spoglio di qualsiasi traccia d’umano. Tutto il resto è compito nostro, di noi che, guardando quella morte, guardiamo anche noi stessi, i nostri limiti, le nostre paure più segrete e ci scopriamo piccoli, infinitamente piccoli, nascosti tra un fotogramma e l’altro di un’immagine poco definita quanto ogni nostra convinzione o certezza. (C. Quatriglio)

 Su quel letto oramai vuoto si infrangono le certezze e le illusioni di una società scossa da mille paure che ha ancora bisogno di ghetti per esorcizzare le proprie debolezze identitarie. Che deve negare l’altro per affermare sé stessa. Un tema che deve tornare al centro del discorso, in tempi di vecchie e nuove caccie alle streghe.

 

 

Share and Enjoy

  • Facebook
  • Twitter
  • Delicious
  • LinkedIn
  • StumbleUpon
  • Add to favorites
  • Email
  • RSS

29. dicembre 2015 by Anna Puleo
Categories: writing and more | Tags: | 1 comment

One Comment

  1. Pingback: 87 ore, morte di un maestro elementare | SalernoRSS

Leave a Reply

Required fields are marked *