Ricordando Vittorio Taviani e Milos Forman

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Non so spiegare neanch’io il perché, ma quando penso al cinema dei fratelli Taviani la prima immagine che emerge è quella di un bambino chiuso in uno spazio buio e angusto che, cercando di esorcizzare la paura e l’umiliazione della punizione subita, recita una filastrocca, <<San Michele aveva un gallo bianco rosso verde e giallo, e, per addomesticarlo, gli dava latte e miele…>>, destinata a essere ripetuta come un mantra anche da adulto.

 

Questa scena mi conduce subito dopo da un’altra parte, nello spazio chiuso di un manicomio nel quale un uomo porta una ventata di ribellione e di vita. <<Gesù, voialtri non fate altro che sanmicheletavianilamentarvi di stare in questo posto. Ma non ce l’avete il coraggio di andarvene via da qua dentro? Ma che cosa vi credete di essere, vacca troia? Pazzi? Davvero? Invece no. E invece no. Voi non siete più pazzi della media dei coglioni che vanno in giro per la strada, ve lo dico io>>.

La prima inquadratura appartiene a San Michele aveva un gallo che porta la firma di Paolo e Vittorio Taviani, la successiva a un vero e proprio cult-movie come Qualcuno volò sul nido del cuculo, diretto da Miloš Forman, che nel 1976 fece incetta di Oscar (ben cinque), Golden Globe, dei prestigiosi Bafta, dei David di Donatello e di un fiume di altri premi.

Due film che rimandano al miglior cinema d’autore, ma anche capaci di condensare in poche immagini il Sessantotto, di cui quest’anno celebriamo il mezzo secolo.

San Michele aveva un gallo datato1972 ma uscito nelle sale quattro anni dopo, ispirato da un racconto di Lev Tolstoj, Il divino e l’umano, attraverso la figura di un anarchico, Giulio Minieri, eroe romantico che tenta, senza successo, di far sollevare un piccolo paese umbro (siamo nel 1870), racconta l’utopia rivoluzionaria e il suo mesto addio di fronte al nuovo che avanza, portato dai venti dell’ industrializzazione e del socialismo scientifico. La ribellione individuale, il socialismo utopico e l’analisi marxiana dei processi storici e sociali sono tutti temi che penetrarono nel dibattito del Sessantotto, percorsi in lungo e in largo nel decennio successivo, al centro della riflessione dei Taviani e di Forman.

Qualcuno volò sul nido del cuculo, del 1975, tratto da un romanzo di Ken Kesey, è uno splendido

P4847-0140, 4/1/08, 2:17 PM, 16G, 5536x7856 (344+80), 100%, Custom,  1/80 s, R42.7, G27.0, B52.0

spaccato, duro e visionario, dell’universo segregazionario, rappresentato dall’ ospedale psichiatrico di Salem (the cuckoo’s nest, nido del cuculo è un’espressione gergale che indica il manicomio), con cui un altro anarchico sui generis, Randle McMurphy, interpretato da uno straordinario Jack Nickolson in uno dei ruoli più importanti della sua carriera, come un ciclone inarrestabile ingaggia un corpo a corpo senza esclusioni di colpi, che pagherà a caro prezzo. Siamo negli anni caldi dell’antipsichiatria, Foucault nelle lezioni al Collège de France esamina le tecniche usate per controllare la follia, fa dell’ospedale psichiatrico un laboratorio ideale per verificare gli strumenti sempre diversi con cui si esercita il potere. Sono gli anni in cui Basaglia sovverte regole e pregiudizi nel manicomio di Gorizia e poi a Trieste, e studiosi come Thomas Szasz e David Cooper con i loro esperimenti mettono in discussione l’idea stessa di follia nelle sue variegate ramificazioni.

Ad unire Milos Forman e Vittorio Taviani, è non solo uno scherzo del destino che ce li ha sottratti a poche ore di distanza l’uno dall’altro, quanto lo sguardo rigoroso e lucidissimo sul mondo e una tensione cosqualcuno-volo-sul-nido-del-cuculo_a-G-12198953-8363134tante nello smascherare i volti sempre dissimili, e tuttavia uguali nella loro pericolosità, del potere. Lo avevano fatto da due punti visuali diversi eppure speculari.

Forman con sguardo affilato e un talento narrativo non comune negli anni ’60, insieme alla nuova onda del cinema cecoslovacco, aveva messo a nudo l’etica del lavoro e i paradossi del socialismo reale, lo straniamento delle ultime generazioni di fronte all’ universo rigido e monolitico dei padri, l’atmosfera asfittica e paradossale della Praga in mano alle truppe russe. Lui era stato fortunato, era riuscito a lasciare il paese e a sbarcare negli States, dove porta il suo occhio anticonformista e ribelle, per cogliere vizi e virtù della middle class (Taking off), la ventata della contestazione e della controcultura (Hair), il periodo proibizionista (Ragtime) raccontando ancora una volta il lato prepotente e oscuro del potere e della ribellione di irregolari come Larry Flint, l’editore del porno che ingaggiò una serrata battaglia legale davanti alla Corte suprema per la libertà d’espressione, o come frate Lorenzo, che vuole cambiare il mondo, prima dalle file dell’Inquisizione poi come ministro di Bonaparte, protagonista de L’ultimo inquisitore, o, ancora, come il genio inquieto e straripante di Mozart nel suo secondo film di successo internazionale, Amadeus.

Vittorio Taviani, insieme a suo fratello Paolo, coppia inseparabile nella vita e nell’arte, aveva scelto lasan michele 1 strada della narrazione della storia italiana, e di quel sottile eppure solido filo rosso che percorre gli eventi più lontani, con i suoi tormentati sommovimenti, il velo che occulta gli artigli affilati del potere, la corruzione e il trasformismo sempre in agguato, evocati splendidamente dai capolavori di Tomasi di Lampedusa e De Roberto e dai due registi in film come San Michele aveva un gallo, Allosanfan, alle lacerazioni del periodo fascista e della guerra (La notte di San Lorenzo) fino ai tempi nostri, in pellicle come Padre padrone, quadro fedele di un mondo rurale e violento, o I Sovversivi, che anticipa il Sessantotto, fino ai più recenti Cesare deve morire e Una questione privata, nei quali Shakespeare e Fenoglio prestano personaggi e vicende ad una Storia destinata ineluttabilmente a ripetersi.

Il regista ceco in un’intervista su L’inquisitore dichiarò che non era un film storico perché quella storia di inquisizioni, di torture e prigioni, che Goya aveva ritratto nei Disastri della Guerra e nei Dipinti neri, evocavano altre inquisizioni, altre torture e prigioni, che ritorneranno, secoli dopo, nella Cecoslovacchia invasa dai carri armati sovietici e sottoposta alla ferrea morsa della ‘normalizzazione’ o nell’Iraq occupato dagli americani (il film è del 2006). Milos Forman, come Vittorio Taviani, era convinto che raccontare una storia, qualunque essa sia, significa fare politica, perché fare arte, alla fine, è fare politica, per evocare ogni volta quel sonno della ragione che genera mostri.

 

 

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18. aprile 2018 by Anna Puleo
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Da Cambridge Analytica a Facebook, ovvero come i giganti del web stanno minando la nostra sfera privata e la democrazia

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Ieri Mark Zuckerberg è comparso davanti alla Commissione del Senato americano. E’ apparso stanco, visibilmente provato. Niente di più lontano dal ragazzo dallo sguardo sorridente e sicuro, dalle maniere dirette e spicce di chi è abituato a vincere, di colui che ha lanciato l’idea del secolo, Facebook, una piazza in cui tutti, a qualsiasi latitudine, possono incontrarsi, discutere, scontrarsi, pubblicare foto e video personali e condividerli con altri 2 miliardi di utenti.

 

Mark vuole apparire ancora il ragazzo che ha affidato alla sua azienda il messaggio di <<idealismo e ottimismo>> ma nei fatti è il capo di un colosso che nel 2017 ha fatturato oltre 40 miliardi di dollari, che si muove con disinvoltura a Wall Street come nell’acquisizione di piattaforme, domini, sistemi zeroottounooperativi (una sessantina ad oggi), che formano una parte considerevole del suo core business, che in questo momento pare muoversi come un elefante nella cristalleria.

Davanti alla Commissione, il CEO del gigante californiano ha ammesso di aver compiuto degli errori, di non aver risposto immediatamente alle manovre di Cambridge Analytica, società di consulenza fondata da quello Steve Bannon che è stato artefice della campagna elettorale di Trump, accusata di essersi appropriata di 87 milioni di profili di utenti Fb e di averli venduti al comitato elettorale di Donald Trump. Ha ripetuto le proprie scuse per quanto avvenuto e confermato che la società ha dato il via a controlli rigorosi sui profili degli utenti. <<Diventeremo poliziotti del sistema>>, dice. E a riprova della trasparenza e della correttezza delle politiche aziendali ha aggiunto che gli utenti sono controllori di sé stessi e che possono gestire come meglio credono il proprio profilo, cancellando post e informazioni o disattivando le informazioni visibili a terzi.

Vero. Zuckerberg non dice tuttavia che ogni attività sul web viene tracciata, comprese la cancellazione delle foto o dei post pubblicati, non dice che l’uso gratuito di un giocattolo divertente (che soddisfa bisogni elementari come quelli identitari, di appartenenza, di ammirazione, come dimostrano diverse ricerche) qual è Facebook ha un costo enorme per noi utenti, che ogni volta che ci colleghiamo cediamo informazioni preziose sulla nostra vita, sui nostri gusti in fatto di scarpe piuttosto che di libri o di spettacoli, sulle nostre abitudini culturali e scelte politiche, dati questi che, grazie a potenti algoritmi, vengono raccolti, categorizzati e venduti (ecco il business) a Cambridge Analytica e altre compagnie. E’ chiaro che di fronte a tutto ciò, la possibilità di controllo del proprio account sembra più che altro una tanica d’acqua versata sul muro di fiamme che divora un bosco.

Nel corso delle cinque ore di audizione, costellata da diversi Non so o Non ricordo (il che non depone esattamente a suo favore), il CEO di Facebook, sotto il fuoco di fila delle domande dei senatori, ha risposto anche sul tema della introduzione di norme più efficaci e stringenti, dicendosi pronto ad applicarle, dichiarazione non proprio in linea con il comportamento renitente del social network ad estendere le norme del nuovo Regolamento europeo sulla protezione dei dati (GDPR) anche agli utenti americani, nonostante le richieste pressanti di diverse associazioni e gruppi di difesa dei consumatori.

Le domande dei senatori, e ancor meno le risposte di Zuckerberg, non hanno allontanato le ombre né placato i dubbi, se una prestigiosa testata come The Atlantic ha avvertito l’esigenza di raccogliere una vasta platea di domande, poste da docenti, amministratori IMG_0033ed esperti, che il Congresso dovrebbe porre al capo del gigante di Menlo Park con riguardo alle politiche di advertising, alle strategie di manipolazione psicologica degli utenti, alla capacità di penetrare all’interno della sfera privata, al suo ruolo e alla sua responsabilità sociale e, ultimo ma non ultimo, ad una nuova regolamentazione dell’uso degli algoritmi e del diritto degli utenti ad un’informazione chiara sui propri dati e sulla loro circolazione.

Alcuni anni fa, Stefano Rodotà aveva profeticamente anticipato come attorno al nesso tra privacy e presenza sul web si giochi una partita fondamentale per la salvaguardia delle nostre libertà individuali e collettive. Per quanto la privacy non esaurisce le libertà della persona, i legami tra i due sono sempre più stretti , spiegava il giurista, a capo dell’ufficio del Garante della privacy dal 1997 al 2005, citando lo stesso Zuckerberg e la sua affermazione che la privacy non esista più, per metterci in guardia dall’abbassare le difese contro le ingerenze costanti nella nostra sfera personale che minano l’ autonomia personale e la crescita democratica della società.

Un tempo si diceva Io sono quello che affermo, oggi Io sono quello che appaio su Facebook o su Google... E allora, se siamo espropriati dalla nostra identità, come non pensare che le nostre libertà non siano pesantemente poste sotto scacco? Che la circolazione e il monopolio dei nostri dati da parte di imprese, agenzie governative e da consulenti dal volto ambiguo non scalfiscano giorno dopo giorno i confini della democrazia?

La posta che si gioca oggi è alta, è quella del controllo pervasivo e globale, e c’è da chiedersi se di fronte ai giganti che dominano la rete e ad utenti che dimostrano una crescente tendenza all’assuefazione, abbassando la guardia sulla protezione dei propri dati, sia sufficiente l’attuale quadro giuridico o se sia necessario aggiornarlo con strumenti legislativi capaci di volta in volta di riportare ad equilibrio il sistema, che indichino quando e come valori fondamentali della persona possano essere sacrificati (oggi il confine è quello della “guerra globale” al terrorismo), quali limiti sono invalicabili (ad esempio, quello della salute e della libertà d’azione in casi, sempre più IMG_0036numerosi, di impianto di microchip sottopelle, che ci trasforma in persone perennemente connesse e ‘protette’ ), quali sono i tempi di conservazione dei dati, in quali casi possano essere ceduti legittimamente a terzi, la possibilità di gestirli in autonomia e di cancellarne le tracce quando non ci interessano più o risultino dannose. Temi, questi, affrontati dal Regolamento Ue, che entrerà in vigore dal 25 maggio.

La corsa ai like e ai followers o alle pagine che parlano di noi in rete ha acquistato ormai un retrogusto amaro. Così come la paura del nuovo terrore, in nome della quale accettiamo di essere scrutati e ascoltati da occhi e orecchi invasivi, che evocano la società dominata dal Grande Fratello descritta da Orwell in 1984, romanzo scritto nel 1948, quando era ancora vivo il ricordo del regime hitleriano. Oggi il rischio, nell’eterno presente in cui siamo immersi, è quello di non avere più memoria del passato e di dimenticare che le nostre democrazie sono un bene prezioso ma fragile, e purtroppo non eterno.

 

Noi pensiamo di discutere soltanto di protezione dei dati, ma in realtà ci occupiamo del destino delle nostre società, del loro presente e soprattutto del loro futuro. … Senza una forte tutela delle informazioni che le riguardano, le persone rischiano sempre di più d’essere discriminate per le loro opinioni, credenze religiose, condizioni di salute: la privacy si presenta così come un elemento fondamentale dalla società dell’eguaglianza. Senza una forte tutela dei dati riguardanti le convinzioni politiche o l’appartenenza a partiti, sindacati, associazioni, i cittadini rischiano d’essere esclusi dai processi democratici: così la privacy diventa una condizione essenziale per essere inclusi nella società della partecipazione. Senza una forte tutela del “corpo elettronico”, dell’insieme delle informazioni raccolte sul nostro conto, la stessa libertà personale è in pericolo diventa così evidente che: la privacy è uno strumento necessario per difendere la società della libertà, e per opporsi alle spinte verso la costruzione di una società della sorveglianza, della classificazione, della selezione sociale. (S. Rodotà, Privacy, libertà, dignità, Discorso conclusivo della 26ma Conferenza internazionale sulla protezione dei dati)

(Nelle immagini, Nature, le trame dell’esistenza di Zeroottouno, al Marca di Catanzaro)

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11. aprile 2018 by Anna Puleo
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Colson Whitehead e il cuore profondo dell’America razzista

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“Io ho davanti a me un sogno, che un giorno sulle rosse colline della Georgia i figli di coloro che un tempo furono schiavi e i figli di coloro che un tempo possedettero schiavi, sapranno sedere insieme al tavolo della fratellanza.

Io ho davanti a me un sogno, che un giorno perfino lo stato del Mississippi, uno stato colmo lawrence3 schiavidell’arroganza dell’ingiustizia, colmo dell’arroganza dell’oppressione, si trasformerà in un’oasi di libertà e giustizia.
Io ho davanti a me un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere. Ho davanti a me un sogno, oggi!

Così Martin Luther King chiudeva la Marcia su Washington per la Libertà e il Lavoro nel 1963. Quel sogno diventerà una realtà con il riconoscimento, due anni dopo, del diritto di voto anche ai neri d’America. Una vittoria striata dal sangue di King che il 4 aprile 1968 veniva ucciso da un razzista bianco. Le sue parole riemergono nelle proteste degli anni ’60 e ’70 e oggi nelle battaglie degli studenti che hanno marciato contro la vendita libera di armi nella March Our Lives, alla quale ha partecipato anche la nipotina di King, e di Black Lives Matter , il movimento che si batte contro gli atti di razzismo perpetrati dallo stato e dai suoi agenti contro gli afro-americani.

Vittime di una violenza cieca e sorda che percorre dalla sua nascita gli Stati Uniti d’America. Arriva da lontano la vena di violenza, razzismo, intolleranza che da sempre dilania profondamente gli States e che un anno fa ha condotto Trump alla vittoria.

Un passato senza il quale non siamo in grado di fare i conti con il presente, esplorato dallo scrittore Colson Whitehead nel bellissimo La ferrovia sotterranea, tradotto magnificamente da Martina Testa per Sur, che alla sua uscita non solo ha ottenuto i commenti entusiasti di Barack Obama e di Oprah Winfrey quanto si è aggiudicato due prestigiosi premi come il National Book Award e il Pulitzer. Con un linguaggio affilato come una lama d’acciaio e potente come un tuono lo scrittore newyorchese evoca la lunga stagione della schiavitù negli States e le origini e il destino della nazione americana.

Cora è una ragazza di poche parole e altrettanto scarse certezze, ma, in compenso, ferme e non contrattabili, come quel minuscolo fazzoletto di terra che la madre ha strappato al padrone per lasciarlo alla figlia, spazio esterno e interno insieme nel quale coltivare qualche sparuta piantina e la propria anima. Un’isola di libertà ritagliata nella piantagione di cotone dove vivono, lavorano, muoiono migliaia di schiavi, schiacciati dalla fatica e dalle continue velawrence 4 america schiavissazioni, prede del padrone e dell’inesorabile ingranaggio della storia.

Anche Cora è una preda ma non una vittima, usa il suo corpo per riparare un bambino dal bastone del padrone, alza lo sguardo sugli uomini della sua razza -rapaci e prepotenti, allo stesso modo dei maschi bianchi-, contrappone all’insensata violenza che la circonda, che scortica vivi uomini e donne, li brucia sul rogo, taglia piedi e mani per impedire la fuga e i furti, una volontà irriducibile. Riuscirà a fuggire grazie a una ferrovia sotterranea e all’aiuto di un gruppo di ribelli abolizionisti e, di stato in stato, nella sua fuga verso il Nord ritroverà in forme diverse eppure sempre uguali il peso minaccioso e brutale del razzismo.

Per via della sua tenera età, i suoi carcerieri non rivolsero subito le proprie voglie verso di lei, ma alla fine, un mese e mezzo dopo l’inizio della traversata, alcuni degli ufficiali più stagionati la tirarono fuori dalla stiva. Durante il viaggio verso l’America Ajarry provò due volte a uccidersi, la prima rifiutandosi di mangiare e poi tentando di annegarsi. I marinai, avvezzi agli stratagemmi e alle inclinazioni degli schiavi, glielo impedirono entrambe le volte. Quando cercò di buttarsi in mare, non arrivò neanche al parapetto.

La sua storia si intreccia con quella del nuovo mondo, paradiso colmo di promesse per alcuni, inferno abissale per altri; con quella di James Randall, il proprietario della piantagione, che usa i suoi schiavi per mandare a memoria e declamare davanti agli ospiti tutta la Dichiarazione d’Indipendenza, degli uomini delle pattuglie <<bianchi, corrotti e spietati…troppo stupidi per lavorare anche solo carte schiavitu lawreance2ome sorveglianti>>, braccio armato degli schiavisti, che hanno dalla loro anche le leggi. E con le storie di Martin che la nasconderà per mesi in casa e pagherà con la vita o dei Valentine, falciati dalla furia umana per avere sognato un mondo diverso e avere cercato di dare linfa e ali a quel sogno, con il cacciatore di schiavi Ridgeway, filosofo del male e del destino della nazione, frutto della volontà divina, che la segue per mezza America, ossessionato dalla donna che sta beffandolo e umiliandolo, come aveva fatto già Mabel, sua madre.

Cora punta lo sguardo sul mondo e lo vede per com’è, una grande gabbia in cui uomini e donne sono prigionieri, incatenati <<mani e piedi alla paura>>, all’attesa del nemico, convinti che il loro numero li proteggerà dall’oscurità.

La libertà era qualcosa che cambiava forma mentre la si guardava, così come un bosco è fitto di alberi visto da vicino ma dall’esterno, da un campo aperto, se ne vedono i veri limiti.

Cora lo sa, come sa che il suo orto nella piantagione dei Randall era l’ombra di altro, come

la Dichiarazione d’Indipendenza recitata dal povero Michael era l’eco di qualcosa che esisteva altrove. Adesso che era fuggita e aveva visto qualche altra parte del paese… non era più sicura che il documento descrivesse qualcosa di reale. L’America era un fantasma nell’oscurità, come lei.

Come Ulisse, e Gulliver, cui Whitehead dicarte migranti lawrence1e di essersi ispirato, Cora affronta l’ignoto, e il pericolo sempre in agguato di essere catturata e riportato dal suo padrone e probabilmente punita con la vita per la sua ribellione, il viaggio tra i marosi nella ferrovia sotterranea –utopia letteraria e splendida metafora della nostra esistenza- per capire che dietro il velo si cela il vero volto del Nuovo Mondo e che dalle profondità del tempo e dello spazio sta avanzando una nuova generazione.

Se volete vedere com’è fatto davvero questo paese, io lo dico sempre, dovete prendere il treno. Mentre andate a tutta velocità guardate fuori, e vedrete il vero volto dell’America

Nelle vene aperte dell’America scorrono fiumi di sangue e di illusioni, l’ illusione di poter guarire dalle ferite della schiavitù, ignari che <<certe cicatrici non guariranno mai>>, perché come fai a guarire quando hai visto tua madre venduta, tuo padre straziato dalla frusta, tua sorella stuprata, e l’illusione più grande di tutte, quella di una grande nazione, faro di luce, di pace e libertà, per tutte le altre. E invece la nazione americana è stata edificata sulla forza, sull’omicidio e la brutalità, si è appropriata della terra da sempre appartenuta e abitata da altri popoli e per coltivarla ha messo in catene legioni di uomini e donne arrivati dall’altra sponda dell’Oceano, con le loro lingue e i loro lawrence6 schiavitùcanti, le loro storie e i loro sogni.

A darci speranza, fa dire Whitehead a uno dei suoi personaggi, è la capacità di credere in noi, un noi plurale, il noi di milioni di uomini e donne che hanno con le loro mani costruito tutta una nazione, accomunati dal colore della pelle e da un comune destino, un colore che li ha aiutati a mettere a frutto la lezione della storia per poter costruire un futuro.

Il colore ci deve bastare. Ci ha portato fino a questa sera…e ci porterà nel futuro. L’unica cosa che so davvero è che siamo destinati a crescere o a crollare insieme, una grande famiglia di colore accanto a una grande famiglia bianca. Magari non sappiamo che strada prendere per attraversare il bosco, ma possiamo rialzarci l’un l’altro quando cadiamo, e alla meta arriveremo insieme.

Questa sera, con le campane che suoneranno all’unisono in molte città al di qua e al di là dell’Oceano per ricordare Martin Luther King, rimbomberanno anche queste parole, chiare e potenti come quelle pronunciate cinquant’anni fa dal leader di Atlanta, da Malcolm X, da donne come Rosa Parks e come Cora, che ci parlano ancora, mezzo secolo dopo, di paure e terrore, di suprematisti e razzisti, di odi e rancori mai sopiti.

(Nelle immagini opere di Jacob Lawrence, Migration Series)

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04. aprile 2018 by Anna Puleo
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Il retrogusto inquietante della scienze secondo il Nobel Ishiguro

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Una grande casa immersa nella campagna inglese. Qui vivono e studiano Kathy, Ruth e Tommy insieme ad altri ragazzi e ai loro tutori. Non hanno un passato e, lo scopriranno poco per volta, neanche un futuro. Quale futuro possono avere del resto dei donatori, cloni della razza umana, pezzi di ricambio pronti a sostituire quelli resi inservibile dalle malattie? Cose da usare e buttare. “Degli oggetti indistinti in una provetta per i test”, buoni a rifornire la scienza medica. Ma anche esseri che provano amore, passioni, amicizia, rabbia, paura, dolore. Che hanno un cuore. E un’anima.

 

Siamo negli anni ’80, una guerra (nucleare?) ha devastato il pianeta, le malattie incurabili si sono moltiplicate diventando un’emergenza, ma la scienza ha trovato un rimedio coltivando in laboratorio zaodao1schiere di donatori, puri materiali organici buoni ad assicurare una possibilità di fuga dalla sofferenza e dalla morte.

Gli studenti di Hailsham, così si chiama il collegio, sono il frutto di un nuovo esperimento: dimostrare che i donatori sono capaci di pensare e sentire. Ma tornare indietro non è più possibile. “Come si può chiedere a un mondo che è arrivato a considerare il cancro come una malattia curabile…di accantonare la cura, di tornare nell’età infelice dell’impossibilità?”. Hailsham verrà chiusa e i suo studenti lasciati al loro destino di morte.

Non lasciarmi (Never let me go) é uno dei romanzi più famosi (anche grazie alla riduzione cinematografica) di Kazuo Ishiguro, nato a Nagasaki ma inglese d’adozione, Nobel per la letteratura nel 2017. Un romanzo di formazione che riflette sull’ amore e l’amicizia e sulle magnifiche e progressive sorti della scienza che rivelano sempre un altro lato, un risvolto dal sapore acidulo e inquietante. Quello di Ishiguro tuttavia è il racconto non di una società distopica ma di un day after non lontano. Dopo la pecora Dolly, la scienza ha continuato a clonare animali, fino ad arrivare, è notizia di pochi giorni fa, a riprodurre due macachi, la specie più vicina a quella umana.

Lo scrittore si fa carico di un dibattito complesso e incandescente sui profili scientifici ed etici della riproduzione di esseri viventi per sollevare il velo sul nostro presente, su una società fragile, in preda a una crisi di nervi, incapace di riflettere su se stessa, sul nostro modo di stare al mondo, sulle nostre paure, sui nostri egoismi.

I donatori sono figli del desiderio prometeico di catturare il fuoco degli Dei, di conquistare il saperezaodao3 che rende liberi dal circuito eterno della vita e della morte. Sono mostri che ci fanno paura, perché è la nostra immagine riflessa nello specchio. Chi ha creato Hailsham lo sa e cerca di addomesticare i demoni, di restituire un ritratto migliore di noi stessi, salvo non osservare meglio dentro la cornice e, come Dorian Gray, trovarci a fissare il nostro vero volto, non quello sempre giovane e bello assicurato da creme, diete super-proteiche e dal bisturi del chirurgo estetico, ma l’altro segnato dalla vita e dal tempo.

Un mondo nuovo si sta avvicinando a grandi passi, un mondo più scientifico, più efficiente. Un mondo dal quale la malattia e la sofferenza sono bandite. Un mondo splendido. Eppure duro e crudele. Cinico e privo di memoria. A salvarlo, forse, sarà una bambina, riproduzione in vitro di un’ altra donna, che balla ad occhi chiusi, seguendo la melodia di una vecchia canzone, Darling, hold me, hold me, hold me. And never, never, never let me go…

(Le illustrazioni sono firmate da Zao Dao, giovane artista cinese che fonde la millenaria tradizione artistica della sua terra con il fumetto, protagonista di Bologna Childrens Fair 2018)

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30. marzo 2018 by Anna Puleo
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Cinema: Loveless, i bambini ci guardano

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“Solo e pensoso i più deserti campi /vo’ misurando a passi tardi e lenti”, scriveva Francesco Petrarca ricordandoci che la solitudine è spazio da percorrere con passo lento e costante dove ritrovare se stessi e il mondo. Uno spazio altro da quel ‘deserto tascabile’ che ci portiamo dietro ogni giorno, nelle forme sempre più tecnologiche di uno smartphone o di un pc, nel lavoro, per strada e poi a casa, come ricordava qualche settimana fa Pier Aldo Rovatti dalle pagine de L’Espresso.

 

loveless3Alla nostra quotidianità asfittica e plumbea, intessuta da delusioni e paure, frustrazioni e rancori, più o meno sopiti, nevrosi e violenza, abbiamo trovato un antidoto, la fuga in un mondo artificiale di emoticon e rapporti artificiali, edulcorati dalla comune sofferenza, cui demandiamo il compito di pensare, agire, di vivere per nostro conto.

Niente assunzioni di responsabilità, nessuna aspettativa, solo un eterno presente in cui vaghiamo “in attesa di”, volgendo lo sguardo al tempo trascorso, giacchè il futuro ha assunto le forme di un essere mostruoso dallo sguardo di fuoco.

Tema di riflessione trasversale, che percorre le società dell’Europa dei paradisi fiscali come la Russia di Putin, che ha restituito al suo popolo il dominio perduto nello scacchiere internazionale e un insperato sviluppo economico. Palazzoni sorti come funghi nelle periferie di Mosca dell’era putiniana si ergono come sentinelle tra la nebbia, loft luminosi e appartamenti in cui imperano cucine colorate e forni a microonde, sfolgoranti ipermercati colmi di merci fino al soffitto, tra cui si muove una umanità in cerca di se stessa.

E’ la Russia dello zar Putin e dei nuovi ricchi, della rampante Chiesa ortodossa, di una società in cui tutto diventa a portata di mano, dove desideri e ambizioni possono essere velocemtne soddisfatti, tranne che per le migliaia di bambini che vagano negli interstizi delle città in balia di se stessi, una piaga antica che si è riaperta di nuovo dopo il crollo dell’Unione Sovietica con numeri altissimi.

loveless-foto-del-film-russo-premiato-a-cannes-2017-2A raccontare la Russia del Terzo millennio è il regista  Andrey Zvyagintsev in Loveless, tra atmosfere ghiacciate, fotografia dai colori metallici che riflette il ghiaccio dei cuori. Figlio di una coppia sull’orlo di una crisi di nervi, in procinto di divorziare, frutto di uno scherzo del caso, che lo ha catapultato in mezzo a due bambini cresciuti solo anagraficamente, il piccolo Alioscia decide di eclissarsi una mattina d’inverno, sotto la neve che cade placida e indifferente.

Il film segue con spietato rigore le sottili geometrie dei cuori, piroettando tra la rabbia e i livori della coppia, la precarietà esistenziale e lavorativa di lui, i nodi antichi e mai sciolti di lei, i sentimenti ormai anestetizzati (senza amore, appunto, come recita il titolo della pellicola).

Troppo impegnati a seguire le rispettive traiettorie di vita e a gettarsi fango addosso, i due finiscono per dimenticare di avere un figlio. A farne le spese è Alioscia, insieme ai nuovi partner dei genitori, ignari di avere firmato una cambiale in bianco che aspetta di essere riscossa.

Il gelo circonda persone e cose, enfatizzato dalla fotografia dai colori metallici, dai lunghi piani loveless_cinelapsussequenza che seguono la coppia nei grandi open space aziendali e tra le nebbie che rivestono le periferie della capitale e gli scheletri di edifici abbandonati e arrugginiti, emblema del disfacimento di un’epoca. A Mosca, come a Londra o nella Grande Mela. A sottrarsi è solo il gruppo di volontari che si sostituiscono alla polizia nella ricerca dei bambini scomparsi, gli unici a portare un briciolo di umanità nella desolazione dilagante.

Alla fine, la neve continua a scendere placida e indifferente sugli alberi rinsecchiti del bosco, sulle lacrime di una donna che corre sul tapis rulant, su un uomo che neanche il pianto di un bambino riesce a far tornare indietro, sulla sofferenza, la rabbia, la frustrazione che uccidono tutto, anche l’amore.

 

 

 

 

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20. marzo 2018 by Anna Puleo
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Water Warriors, le guerriere dell’acqua negli scatti di Lynn Johnson

*With a water tap only 4 months old the kids at Kella School are still beyond energetic during their afternoon water break. They crowd around spraying water and drinking from the tap controlled by a teacher. They used to have to run to the river or go without which severely affected their ability to concentrate.

Il sole si è appena alzato sulla immensa distesa desertica, arsa dal calore. Come ad un appuntamento tacito, le donne escono in silenzio dalle case di laminato rovente che hanno sostituite quelle di sterco e fango che ogni generazione di Masai tramanda a quelle successive. Sulle spalle portano una tanica che presto sarà piena di acqua fangosa. Lynn Johnson sa che è il momento giusto per iniziare a scattare. I suoi scatti fanno il giro del mondo, diventano una denuncia potente degli effetti dei cambiamenti climatici e della grande siccità che sta mettendo in ginocchio l’Africa.

 

water slavesNon si sa quanto queste donne cammineranno per trovare il liquido prezioso, forse due ore o due giorni. A loro poco importa. Da quando siamo nati, questa è la nostra vita, dicono con rassegnazione. E’ il loro destino, lo condividono con altre, tante, donne in altri paesi dell’Africa, e non solo. Portare acqua significa portare la vita nel villaggio, anche a rischio di essere colpita dalle malattie o dalla mano dell’uomo. Avere acqua significa coltivare uno scampolo di terra secca, produrre cibo che nutre, mandare le figlie a scuola.

Lynn Johnson la ha chiamate Water Warriors, guerriere dell’acqua. Guerriere che combattono con una forza indomabile perché la vita torni nelle loro case. Anche Lynn è una guerriera. Le sue armi sono la macchina fotografica, l’invisibilità di fronte ai soggetti che ritrae, una dose sufficiente di indignazione e compassione che porta con sé, dovunque vada.

Organizzazioni come National Geographic, World Press Photo, il prestigioso Robert F. Kennedy Centre for Justice and Human Rights l’hanno premiata per avere ritratto ciò che ci passa ogni giorno accanto ma che non vogliamo vedere: razzismo, stupri, malattie, siccità. Dalle pagine di National Geographic e Life Johnson continua a farci vedere con la forza delle sue immagini ciò che davvero siamo o possiamo essere, a indurre non solo emozioni ma a perseguire il cambiamento. A non restare inerti davanti a un computer o alla Tv ma a rimboccarci le maniche.

Si stima che la mancanza di acqua colpirà nel 2020, ossia tra due anni, oltre 250 milioni di persone e

*The only hope for women in this area is education and thanks to Alemitu and her husband,Enrico, these girls, holding their final report cards proudly, have been able to go to school. They attend Mechello School with support for books and food and general encouragement for girls-so much so that the girls now outnumber the boys. But this is rare in the Ethiopian countryside where boy are still favored and girls are beasts of burden.

tra venti anni quasi l’80% delle coltivazioni di cereali. Tra Kenya, Etiopia e Somalia è ormai emergenza umanitaria. E’ in quest’area vastissima che il riscaldamento globale, soprattutto lo sviluppo dissennato del mondo occidentale, ha colpito in maniera massiccia tranciando milioni di vite e un equilibrio socio-politico già precario, che rischia di essere definitivamente travolto dalle migrazioni di centinaia di migliaia di persone che ogni giorno si mettono in viaggio verso il nord del Continente nero, verso l’Europa.

Secondo le previsioni più pessimiste, non ci vorrà molto a che il Sahel diventi un immenso deserto che spingerà a partire milioni e milioni di uomini e donne, in uno dei più imponenti esodi che la storia ricordi.

A crescere è anche la lista dei conflitti per l’acqua, dalla Siria al Sudan, dall’India al Pakistan, fino alle rive del Mekong e ai paesi dell’Occidente dove si protesta contro la privatizzazione delle risorse idriche.

Il prossimo 22 marzo sarà la Giornata mondiale dell’acqua. L’occasione giusta per ricordare che l’acqua non è più un bene di cui possiamo godere a iosa, né sempre un bene comune, per segnare in agenda termini come water grabbing (accaparramento d’acqua), water wars, siccità, emigrazioni. E per andare a vedere le foto di Lynn Johnson, in questi giorni esposte nella mostra Water Warriors, grazie alla partnership tra Blue Ocean e National Geographic, a Catanzaro, nei locali restaurati dell’ ex Stac, P.za Matteotti.

(Ph. Lynn Johnson https://www.lynnjohnsonphoto.com/)

water slaveswater slaves

 

 

 

 

 

*(This family is the writerÕs main focus) they are a fairly typical family living in as yet an unserved village of Foro. Wife-Aylito Binayo, Husband-Guyo Jalto, Oldest-Kumacho Guyo-4, Marcos-2, Petros-10 mos. Often the children are left alone when mom has to collect water fom the spring. The trip takes about 2-3 hours but she has no choice. If Kumacho feels ÒaloneÓ he said he just goes to a neighbors compound, The scabs on his nose are from a fall he had while carrying his youngest sibling.

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13. marzo 2018 by Anna Puleo
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Mostri & Co.

arbus 5

In principio furono Ammut e Leviatan, poi arrivò il catalogo del bestiario medioevali, tra draghi, ippogrifi, cavalli alati, celebrati da miniatori, da poeti e scrittori, che di secolo in secolo si arricchì vertiginosamente nell’innesto continuo tra letteratura, arte e cinema.

 

Mostro deriva dal verbo latino monstro ossia mostrare, rendere visibile, indicare come esempio, e se la patente del mostro tradizionalmente è stata affibbiata alle più cupe espressioni dell’animo umano, in realtà, c’è da chiedersi se questo exemplum rimandi solo all’aspetto deteriore dell’umano o piuttosto all’intero spettro delle sue espressioni.

diane arbus a834ebbd7Costruito per opposizione alla figura positiva dell’eroe, il mostro, per definizione, catalizza il male in tutte le sue forme salvo non guardare alle diverse facce che nei secoli gli sono state attribuite, a iniziare dai miti primigeni, incanalati successivamente in fiabe e leggende, dove la patente del mostruoso è attribuita al sublime e al meraviglioso, ad esseri extra-vaganti capaci di muoversi tra mondi diversi, di attraversare i confini (tra vita e morte o tra generi sessuali come gli ermafroditi).

Appartengono a questa cerchia creature mitologiche come la Chimera, la Gorgone, i centauri e la loro diretta derivazione, il repertorio sterminato dei mirabilia medioevali, gnomi e folletti arrivati dal Nord, Frankenstein e King Kong, gli zombi e i personaggi dotati di superpoteri dei fumetti. Ma mostruosi sono anche Hal, il supercomputer di 2001 Odissea nello spazio e le illusioni indotte da Solaris, che negli anni della Guerra Fredda divennero la cartina di tornasole di ossessioni e inquietudini, del terrore di un nuovo conflitto, come ci ricorda Guillermo del Toro con The Shape of Water, pellicola pluripremiata agli Oscar 2018, gli androidi di Blade Runner, i cyborg, innesti tra uomo e macchine, di Cronenberg (Crash) e Donna Haraway, l’esemplare più riuscito, forse, del catalogo di mostri creato dalla penna visionaria di Stephen King, l’essere protagonista di It dal volto di un pagliaccio.

Esseri strabilianti come le Amazzoni o ET o deformi come il Calibano shakespeariano o i freaks del film culto di Tod Browning o, ancora, ibridi come la Creatura immortalata da Mary Shelley, esseri che si stagliano in un orizzonte Altro per la loro appartenenza a una dimensione sovrannaturale, diane arbus queer sdn9sbpreclusa al povero mortale, eppure essenziale a fare da contrappeso ad una realtà che appare più figlia del caos che dell’ordine. E però, il confine tra i due mondi, quello della natura e quello soprannaturale, è quanto mai permeabile e penetrabile: non c’è avventura, soprattutto se collettiva (quale può essere l’edificazione di una città), nell’antichità che non sia sottoposta all’oracolo, il labirinto non potrebbe essere compreso se accanto al mostruoso Minotauro non comparisse Arianna, né Apollo senza Pitone, la mostruosa creatura custode dell’oracolo di Delfi, o Perseo senza Medusa, fino a San Giorgio senza il drago.

Non si tratta di ridurre il tutto semplicisticamente al consueto meccanismo binario umano/bestiale, bene/male bello/brutto, ma di collocarlo in una visione prospettica come Borges, Kafka e Fredric Brown (che in Sentinella segue un soldato su un pianeta sperduto, in attesa in trincea dell’attacco di una specie aliena, salvo scoprire nel finale che l’alieno è lui) insegnano.

La versione manichea (che ritroviamo nel fantasy) del nostro essere nel mondo si rivela presto inappagante di fronte alla complessità dell’esistenza, di cui il mostruoso costituisce uno dei volti, portato alla luce sin dagli albori della specie umana dai grandi miti per essere catapultato dalla arbus 3macchina mitologica che opera incessantemente nella reinvenzione e nella trasmissione dei miti, nei secoli sino ad oggi.

Nel Beowulf, poema epico anglosassoni, l’eroe Beowulf si sveste dell’armatura per affrontare il gigantesco e sanguinario Grendel come se volesse combattere da pari a pari mentre il mostro “malato di morte” scappa nel suo covo, come un comune mortale; Sigfrido nel Canto dei Nibelunghi dopo essersi bagnato nel sangue del drago diventa, come questi, invulnerabile (eccetto il tallone), ma perirà a seguito di un atto tipicamente umano, il tradimento.

Mostri ed eroi si rispecchiano l’uno nell’altro, perfetto duplicato del proprio sé, condividono ferocia e furore e un destino tragico, effetto della reciproca dismisura. Lo ricorda Alessandro Dal Lago nel suo libro, Eroi e mostri, non a caso citando la Genesi, che narra che un tempo, e anche dopo, sulla terra vivevano giganti ed eroi famosi, nati dall’unione tra i figli di Dio e le figlie dell’uomo.

Anche la creatura anfibia di The Shape of Water, che come ogni mostro acquatico che si rispetti abita le paludi amazzoniche, dunque ai confini del mondo civile, pencola tra atteggiamenti umani –l’amore, il sesso- e la sua natura soprannaturale che annette a sé peraltro un lato oscuro, bestiale.

In Frankenstein, la creatura assemblata dal dottor Frankenstein giustifica i suoi delitti in quanto dettati dalla solitudine e dall’odio nutrito dagli uomini (“Sono perfido perché sono infelice; non sono arbus 4forse evitato e odiato da tutta l’umanità? “) compreso il suo creatore, che si allontana inorridito dalla sua stessa opera, attraversando per intero il paradosso rousseauiano sulla condizione umana, che vuole che l’uomo nasca buono e giusto ma sia presto corrotto dalla società. Nel suo capolavoro di cui ricorrono i duecento anni dalla pubblicazione, Mary Shelley affronta temi oggi più attuali che mai, di fronte alla notizia di questi giorni della clonazione di un primate, in un viaggio ante litteram tra etica, scienza, tecnologia.

Alla fine, lo dimostra Ruben Ostlund in The Square, il mostruoso è un modo per interrogarci sul nostro posto nella società e nel mondo.

Ti ho forse chiesto io, Creatore, di farmi uomo dall’argilla? Ti ho forse chiesto io di trarmi fuori dall’oscurità? (John Milton,Paradiso Perduto)

(Ph. Diane Arbus)

 

 

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07. marzo 2018 by Anna Puleo
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La lingua in cui scrivo

shirin neshat 5

Il 21 febbraio è stata la Giornata Mondiale della Lingua Madre. Occasione utile per ricordare che l’italiano, la lingua usata –e bistrattata- da sessanta milioni di nostri concittadini, è in realtà la quarta lingua più parlata al mondo, dopo inglese, spagnolo e cinese. Si esprimono in italiano l’arte e la letteratura, l’opera lirica, la storia ma anche il cibo, la moda, l’universo cattolico. Si esprimono in italiano, declinato nei diversi dialetti regionali, ancora, generazioni di emigranti, vecchi e nuovi.

Shirin-Neshat-Rapture-1999-_6A ricordarci il ruolo dell’ Italia sono gli stranieri che acquistano aziende e marchi italiani, perché, nonostante le dimensioni assunte dalla tentacolare industria della contraffazione, un abito o il caffè o i prodotti regionali targati made in Italy costituiscono ancora l’oggetto del desiderio di tanti e a qualsiasi latitudine. E, lo ricorda Annamaria Testa,  il soft power, ovvero la capacità di influenzare gli altri per ottenere i risultati voluti, percorre da sempre strade apparentemente innocue come la diffusione della propria lingua e cultura e la riprova l’hanno data negli anni passati i paesi anglofoni e, più di recente, i cinesi, che stanno impiegando nel progetto risorse considerevoli.

Ad esprimersi nella lingua di Dante sono massicciamente gli albanesi (quasi il 60%), seguiti da Francia e Germania, dai paesi anglofoni, come USA e Australia, dal Sudamerica. Un dato che non sorprende visto che si tratta di aree ad alto tasso di emigrazione italiana. Quello che sorprende invece è che in alcuni paesi arabi, come Egitto e Tunisia, cresca il numero di studenti di italiano (dati ICON, Italian Culture On Net).

In casa nostra invece si moltiplicano i dibattiti, gli editoriali, le rubriche, i saggi, persino le collane che si oppongono alla quotidiana strage della grammatica, alla desolazione della sintassi, agli errori/orrori di linguaggio, che ci accompagnano fin dalla scuola, nella totale indifferenza della politica, a volte della famiglia e degli stessi insegnanti. C’è chi si erge contro anglicismi e neologismi e chi, come l’attore Fabrizio Gifuni, propone da tempo in teatro il suo corpo a corpo con la lingua italiana, portando in scena autori come Carlo Emilio Gadda, Pavese, Pasolini, Testori.

Gadda fa esplodere la lingua nel modo più incredibile dai tempi di Dante. Il Pasticciaccio è una sorta di pietra d’angolo della lingua italiana e ci permette di viaggiarvi dentro, fino a rilevare la pochezza in cui è stata ridotta oggi. (Fabrizio Gifuni)

Ma parlare della Lingua Madre significa anche ricordare come ogni lingua sia uno straordinario impasto di culture e linguaggi diversi e come sempre di più sia destinata a fare i conti con l’Altro, di fronte al melting pot delle nostre società, a nuovi processi di emigrazione e ibridazione che svelano la retorica e i pericoli insiti in termini come radici e identità. Cosa significa essere italiano di shirin_neshat_rapture_custom-c2206f007cf1e95f1e8b290833abe14ef1ee4adc-s900-c85fronte all’evidenza di una lingua che si è a lungo nutrita di idiomi e culture diverse, arrivate da Oriente, da Nord e da Sud, attraverso quel formidabile nastro trasportatore che è il Mediterraneo? Qui è il Mare di Mezzo tra le terre, come lo chiamavano gli arabi, a contare, porta d’accesso per i conquistatori e straordinario mediatore tra popoli e culture anche lontanissime.

Che la lingua sia un fatto complesso, fuori da stereotipi e manipolazioni, lo esprime plasticamente chi scrive nella lingua dell’Altro, chi traspone ogni volta quel processo di ibridazione continuo, con tutte le sue aporie e i suoi conflitti, sulla pagina bianca.

Chi scrive in una lingua diversa si muove sempre su un crinale, avvertendo l’eco della sfida, ma anche l’ambiguità, l’orizzonte ampio del trasformarsi e il senso di onnipotenza della propria multidimensionalità e, nello stesso tempo, la percezione dell’ombra, dell’indistinto, come afferma Jhumpa Lahiri.

Aspetti che si colgono in scrittori ‘occasionali’, spinti da un’esigenza biografica o di denuncia sociale, e ancor più in coloro che sull’ esperienza migratoria hanno costruito un percorso letterario. Un’ esperienza che unisce le biografie di Nabokov e Cioran (che scrissero nelle lingue dei paesi in cui vissero, gli Usa e la Francia) di Rushdie e Naipaul, del caraibico Walcott e dell’africano Coetze, di scrittrici note al grande pubblico come Jhumpa Lahiri e Chimamanda Ngozi Adichie.La prima è nata a Londra da genitori originari del Bengala ma si è trasferita giovanissima negli States, dove vive con la sua famiglia. Due anni fa ha preso casa in Italia per imparare l’italiano, un’esperienza trasposta nel libro In altre parole, scritto nella nostra lingua, occasione per ripensare il suo rapporto con la scrittura.

Perché scrivo? Per indagare il mistero dell’esistenza. Per tollerare me stessa. Per avvicinare tutto ciò che si trova al di fuori di me. …La scrittura è il mio unico modo per assorbire e per sistemare la vita. Altrimenti mi sgomenterebbe, mi sconvolgerebbe troppo. …Fin da ragazza appartengo soltanto alle mie parole. Non ho un Paese, una cultura precisa. Se non scrivessi, se non lavorassi sulle parole, non mi sentirei presente sulla terra. Cosa significa una parola? E una vita?…Come una parola può avere tante dimensioni, tante sfumature, una tale complessità, così una persona, una vita. La lingua è lo specchio, la metafora principale. Perché in fondo il significato di una parola, così come quello di una persona, è qualcosa di smisurato, di ineffabile.
shirin neshat

Lingua e biografia personale in Lahiri si intersecano, si intrecciano in un viluppo sfaccettato e complesso.

Sono figlia di una madre che non ha voluto mai cambiare se stessa. …Diventare o persino somigliare a un’americana avrebbe significato una sconfitta totale. Io sono il contrario. Mentre il rifiuto di cambiare era la ribellione di mia madre, la voglia di trasformarmi è la mia. …Per tutta la vita ho provato ad allontanarmi dal vuoto della mia origine. …Alterare me stessa sembrava l’unica soluzione. …Si potrebbe dire che il meccanismo metamorfico sia l’unico elemento della vita che non cambia mai. Il percorso di un individuo…non è altro che una serie di mutamenti, a volte sottili, a volte profondi, senza i quali resteremmo fermi. I momenti di transizione, in cui qualcosa si tramuta, costituiscono la spina dorsale di tutti noi….Quasi tutto il resto è oblio. La metamorfosi è un processo sia violento che rigenerativo, sia una morte che una rinascita. Non è chiaro dove finisca la ninfa (Dafne) e dove inizi l’albero … Si vedono una accanto all’altra le parole che descrivono sia Dafne che l’albero. … La contiguità di queste parole…rinforza lo stato di contraddizione, di intrecciamento. Ci dà una duplice impressione, spiazzante. Esprime il concetto nel senso mitico, direi primordiale di essere due cose allo stesso tempo. Di essere qualcosa di indistinto, di ambiguo. Di avere una doppia identità.

La figura del doppio –nel percorso esistenziale come in quello artistico- segna pesantemente la scrittura di Lahiri, che affida alla lingua dell’Altro il compito di traghettarla verso nuovi orizzonti, di aiutarla ad affrontare il cambiamento.

…L’inglese … ha rappresentato una lotta estenuante, un conflitto struggente …una cultura da dover scalare, da interpretare…Eppure ne sono innamorata. Sono diventata una scrittrice in inglese. E poi, in modo piuttosto precipitoso, sono diventata una scrittrice famosa…. L’italiano mi offre un percorso letterario ben diverso. In quanto scrittrice posso smantellarmi, posso ricostruirmi.

Anche in Adichie troviamo un analogo intersecarsi tra linguaggio e biografia personale. Nei suoi romanzi racconta il suo pencolare tra due paesi, quello di nascita, la Nigeria, e quello di adozione, gli Usa, di cui rivela le profonde contraddizioni, i rapporti tra i generi, il prezzo alto e doloroso pagato per l’integrazione (la protagonista di Americanah all’arrivo negli States rinuncia a se stessa cercando di assumere un accento americano, un’immagine occidentale di donna, capelli lisci compresi, fino ad accettare il mondo politically correct shirin-neshat-5-1024x673dell’uomo con cui convive), l’ipocrisia di una storia raccontata da altri (Come era facile mentire agli stranieri, creare con loro le versioni delle nostre vite che immaginavamo “).

Cara donna di colore non americana, quando fai la tua scelta di venire in America diventi nera. Smetti di discutere. Smetti di dire: sono giamaicana o del Ghana. All’America non importa.

Comune a queste come ad altre scrittrici –mi soffermo soprattutto sulle donne che scrivono, nelle quali la prospettiva è duplice, sia di genere che culturale- è la consapevolezza di essere soggetti nomadi, termine coniato da Rosi Braidotti in un fortunato testo del 1994, il cui statuto è dettato non dal viaggiare tra paesi, identità o ruoli diversi, tra identità costruite e ancora da costruire in una nuova terra, pagando lo scotto dell’ omologazione, quanto dalla condizione di simultanea appartenenza e non appartenenza, che le consente di “resistere alla tentazione di fissarsi in un’unica concezione dell’identità univoca e sovrana”, e di “guardare con sano scetticismo alle identità fissate una volta per tutte e alle lingue madri”.

Nomade è chi si muove tra le frontiere di là dalla destinazione da raggiungere, chi vive nell’ intermezzo.

Nomade è chi sceglie come luogo in cui vivere quello in cui attacca il cappello, tanto per citare Bruce Chatwin, chi sa rinunciare a trappole concettuali e falsi dogmi, che sa mettere in discussioni categorie statiche -come identità o lingua materna- per accogliere la sfida dell’Altro, per aprire lo sguardo a intersezioni e meticciati.

Ho attraversato un oceano / la mia lingua s’è perduta / dalla vecchia radice / una nuova è spuntata. (Grace Nichols, Epilogo)

C’è chi (in particolare, Sabelli, Scritture eccentriche. Identità transnazionali nella letteratura italiana; Botta, Farnetti, Rimondi, Le eccentriche. Scrittrici del ‘90) le ha definite scritture eccentriche, la cui radice, ἐκ «fuori da» e κέντρον <<centro», rimanda a una posizione liminale, periferica, a uno sguardo trasversale sulle cose che implica la capacità di entrare nella loro multi- dimensionalità e complessità, il sottrarsi al pensiero unico e omologante per trovare nelle articolazioni dell’esistenza il proprio approdo e punto di partenza continuo.

Cerco sempre di immaginarmi ai margini dell’avvenimento che sto osservando. Vedo che gli uomini agiscono in modo apparentemente libero e non si accorgono di essere sottoposti a vincoli ben precisi, di essere prigionieri di un meccanismo, di agire con la libertà di una marionetta. E io cerco di rappresentare questo meccanismo. (Herta Müller)

Esigenza comune a queste scrittrici è quella di far sentire la propria voce, di nominare il mondo con le proprie parole, di raccontare la storia dal proprio punto di vista. Voglio essere io a dire come mi chiamo, afferma Geneviève Makaping. Un desiderio che sfida l’ordine del discorso voluto dal pensiero occidentale per aprire le porte a chi situa differenze e ibridizzazioni fuori dalla logica binaria, per attraversarla tutta, svelando gli inganni del linguaggio, a chi attraversa continuamente con coraggio la frontiera della lingua, consapevole che essa è destinata a scostamenti costanti.

Scrivere in italiano diventa così, come scrive Lahiri un “piccolo ponte da costruire, poi da attraversare. ..(che) porta da un luogo a un altro”, un ponte che collega la terra (e la lingua) madre shirin neshat2con il nuovo approdo, passato e futuro, in equilibrio magari sempre precario ma capace di smascherare il falso volto di un’identità unica e monolitica e pretesi ideali di purezza in nome dei quali rinascono oggi nazionalismi e sovranismi.

Un tema, quello di un’ identità in transito verso direzioni diverse, declinato anche da diverse artiste. Una per tutte, Shirin Neshat, iraniana di stanza da tempo a New York, le cui immagini (suoi sono gli scatti pubblicati in questo articolo) narrano senza possibilità di equivoci il transito continuo dalla storia personale a quella collettiva, tra corpo femminile e costrizioni ideologiche, una tradizione millenaria evocata nei testi in lingua farsi sovrapposti ai volti, mani, piedi, a rappresentare la complessità e le ambiguità dell’immagine femminile nel mondo dell’Islam, ma anche il ruolo e la responsabilità dell’artista nel suo viaggio attorno al mondo.

 

 

Vivere una sola vita

in una sola città,

in un solo paese,

in un solo universo,

vivere in un solo mondo

è prigione.

….

Avere un solo corpo,

un solo pensiero,

una sola conoscenza,

una sola essenza,

avere un solo essere

è prigione.

(Ndjoc Ngana, Nhindo Nero, Roma, Anterem, 1994)

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28. febbraio 2018 by Anna Puleo
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Inchiesta su un condannato a morte o dell’eterna barbarie

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“Sono cinque settimane che abito con questo pensiero, sempre solo con lui, sempre agghiacciato dalla sua presenza, sempre curvo sotto il suo peso! “. Una sedia, un tavolo sommerso da fogli bianchi, che via via si spargono sulle tavole del palcoscenico, un giovane uomo che racconta al pubblico la sua odissea dietro le sbarre, in attesa del verdetto definitivo, condanna a morte.

 

L’uomo racconta le settimane che trascorrono uguali a se stesse, una dopo l’altra, in attesa della grazia, il FullSizeRender(1)tempo che non passa mai, la solitudine di chi ancora spera, poi la disperazione, la rabbia, infine il senso di impotenza e la rassegnazione di chi comprende che non c’è altro da fare, che qualcun altro ha scritto la parola fine. Una quotidianità interrotta dalla visita di routine del prete, della guardia che aspetta i numeri che l’uomo gli darà da morto, della bambina che non riconosce più il padre e lo chiama signore. L’esito è scontato e il filo della narrazione si interrompe sul patibolo.

Condannato a morte. L’inchiesta, interpretato dal bravo Gianmarco Saurino, testo e regia di Davide Sacco, è lo spettacolo, realizzato con il patrocinio di Amnesty International, che ha debuttato pochi mesi fa e sta girando in questi giorni tra la Calabria (è stato presentato a Catanzaro) e la Puglia. Lo spettacolo è ispirato ad una delle opere più note di Victor Hugo, L’ultimo giorno di un condannato a morte, che ne fece una denuncia spietata contro la pena di morte, prendendo a prestito la storia di un uomo in attesa della pena capitale, un uomo come tanti (non ci è dato sapere come si chiama e perché sia in galera), un uomo senza volto, alla stessa strega di coloro che l’hanno preceduto e che lo seguiranno. Un perfetto meccanismo narrativo, che conduce il lettore nei meandri della mente umana e nei paradossi della pena capitale, tra crudeltà private e ipocrisie pubbliche.

Il grande scrittore e poeta francese si batté tutta la vita contro la pena di morte e la sua profonda crudeltà e inumanità, e in tarda età continuò a scriverne in un pamphlet intitolato proprio Contro la pena di morte, nel quale proclamava alla fine la sua fiducia che l’avrebbero eliminata.

Che idea si fanno dunque gli uomini dell’assassinio? Come! In giacca non posso uccidere, in toga posso! Come la tonaca di Richelieu, la toga copre tutto. Vindicta pubblica? Oh, ve ne prego, non mi vendicate. Assassinio, assassinio! Vi dico. All’infuori del caso di legittima difesa, inteso nel suo senso più ristretto (perché una volta che il vostro aggressore ferito da voi sia caduto, voi dovete soccorrerlo), l’omicidio è forse permesso? Ciò che è vietato all’individuo è dunque lecito alla comunità? (V. Hugo, Contro la pena di morte)

Oscenica - foto Angelo MaggioE invece, quasi duecento anni dopo, la pena capitale, nonostante la Dichiarazione di Stoccolma del 1977 (il primo manifesto abolizionista internazionale) e la moratoria dell’ONU, continua ad essere attuata in diversi paesi, come la Cina, l’Iran, l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi, gli Stati Uniti, l’Iraq. Nel 2016 sono state oltre 1.200 (dati estrapolati dall’ultimo Rapporto Amnesty International) le condanne portate ufficialmente ad esecuzione.

In realtà, i numeri potrebbero essere molto al di sotto di quelli reali, visto che i Paesi in cui essa vige non amano pubblicizzare le esecuzioni, fino a coprirle, come fa la Cina, con il segreto di Stato.

Non è un segreto invece che la percentuale più elevata di condannati a morte interessi le fasce più deboli ed emarginate della popolazione e le minoranze etniche, un dato trasversale che ritroviamo negli States come in Arabia Saudita, dove ad essere colpiti sono soprattutto i lavoratori immigrati.

Parmi un assurdo che le leggi, che sono l’espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l’omicidio, ne commettono uno esse medesime, e, per allontanare i cittadini dall’assassinio, ordinino un pubblico assassinio. (Cesare Beccaria, Dei delitti e delle pene)

Trasversali sono pure le vaste limitazioni –per non dire cancellazioni vere e proprie- del diritto di difesa e ad un giusto processo, il che aumenta le probabilità che a morte vengano mandati innocenti o comunque persone di cui non è stata pienamente accertata la colpevolezza.

Prendete un soldato, mettetelo davanti a una bocca di cannone e sparate contro di lui, e lui continuerà pur sempre a sperare; ma leggete a quello stesso soldato una sentenza che lo condanna con certezza, e lui impazzirà o scoppierà a piangere. Chi è in grado di dire che la natura umana sia in grado di sopportare una cosa simile senza impazzire? A che serve una tortura così mostruosa, inutile, assurda? Può darsi che ci sia qualcuno a cui sia stata letta la sentenza di morte, gli abbiano fatto provare tutte le torture dell’attesa e alla fine gli abbiano detto: ‘Va’ pure, sei stato graziato’. Ecco, un uomo che avesse vissuto tutto ciò potrebbe raccontare cosa si prova. Anche Cristo ha parlato di quell’angoscia, di quella terribile sofferenza. No, non è permesso trattare così una persona umana! (Fëdor Dostoevskij, L’idiota)

Amnesty denuncia inoltre come nonostante i divieti posti da trattati e convenzioni internazionali, in diversi oscenica 3 - foto angelo maggiopaesi la pena capitale colpisca molti minori. La vera piaga, tuttavia, è l’uso strumentale che ne viene fatto a servizio della discriminazione di genere. Oggi sono centinaia le donne che attendono l’esecuzione a tutte le latitudini, secondo la denuncia dell’ONU. Donne come Zeinab Sekaanvand, la giovane iraniana accusata di aver ucciso il marito, dopo essere stata sottoposta a ripetute violenze, a tortura e a un processo non equo. In alcuni paesi, sono almeno tredici, le donne sono sottoposte a norme più restrittive, e non solo per i reati più gravi qual è l’omicidio, visto che si può essere condannate alla pena capitale anche se si è accusate di adulterio o di aver avuto rapporti pre-matrimoniali. In paesi come il Pakistan la pena di morte è stata cancellata dal sistema penale per adulterio o rapporti omosessuali, ma continua a essere applicata massicciamente in quello tribale, dove l’infedeltà è una questione di onore, una macchia che può essere cancellata solo dalla morte della peccatrice per mano di uno dei membri della famiglia.

La pena di morte è il segno caratteristico ed eterno della barbarie. (V. Hugo)

Nella medesima condizione ci sono anche giornalisti come Shawkan, in carcere al Cairo da 4 anni in attesa di giudizio per avere ripreso lo sgombero di un sit-in, blogger come Raif Badawi, condannato in Arabia Saudita a mille frustrate e alla pena capitale per essersi espresso sul suo blog a favore della laicità dello stato, e ricercatori come Ahmadreza Djalali, in carcere a Teheran con l’accusa di spionaggio.

Uomini e donne spesso senza volto e senza voce, sottoposti a condizioni crudeli, se non inumane, sottratti al buco nero in cui piombano nel braccio della morte solo grazie all’impegno di attivisti, organizzazione internazionali e semplici cittadini che, di fronte ad evidenti ingiustizie, hanno deciso di non girarsi dall’altra parte. Persone comuni, come lo era Cora Slocomb, una intraprendente americana sposata a un nobile friulano, che, a fine ‘800, di fronte alla condanna alla sedia elettrica una giovane lucana emigrata negli States, Maria Barbella, accusata di avere ucciso l’uomo che si era preso gioco di lei, forse consapevole del pericolo che la donna potesse diventare il capro espiatorio del razzismo dilagante contro la comunità italiana, insieme al marito tornò oltre Oceano, mobilitò l’opinione pubblica e un pool di noti avvocati, che riuscirono a ottenere la revisione del processo e l’assoluzione di Maria.

oscenica 1- foto angelo maggioNell’antica Grecia la giustizia è rappresentata da Δίκη, Díkē, colei che veglia sulle opere degli uomini e indica loro la direzione. Non è uno sguardo diritto il suo, ma rivolto in più di una direzione, al passato e al futuro, al colpevole e alla vittima, e a tutti coloro che sono stati colpiti in qualche modo dal torto fatto. Il tema della pena di morte, della pena in generale impinge inevitabilmente in una domanda inevitabile sul suo significato oggi e su quello del fare giustizia. Tra l’interesse dello Stato a ripristinare la vita civile, a ricomporre le maglie dell’ordine violato, e quello dei colpevoli e delle vittime c’è tuttavia uno spazio, aperto ad esperienze come quella avvenuta in Sudafrica dove, dinanzi alla prospettiva di un bagno di sangue, l’istituzione della Commissione per la verità e la riconciliazione ha “dato modo alla gente di raccontare le proprie vicende strazianti… alle vittime di esprimere la propria disponibilità al perdono e ai criminali di dichiarare il proprio pentimento“, come scrive Desmond Tutu, segnando un cammino diverso. Lo stesso segnalato nell’ Orestea, lo ricorda Marco Bonazzi, in cui Eschilo affida a un processo collettivo e alla dea Atena il compito di porre fine al circuito infinito di violenze poste in atto da Agamennone prima, da Clitemnestra e Oreste poi. Come la Commissione sudafricana è Atena a ricordarci che la nostra esistenza è complessa, solcata da oscurità e ambiguità, irriducibile alla logica tipicamente binaria, e che evocare Díkē significa anche ricomprendere le ragioni di tutti “in un ordine più ampio”.

 

Il senso d’impotenza e di solitudine del condannato incatenato, di fronte alla coalizione pubblica che vuole la sua morte, è già di per sé una punizione inconcepibile. … Generalmente l’uomo è distrutto dall’attesa della pena capitale molto tempo prima di morire. Gli si infliggono due morti, e la prima è peggiore dell’altra, mentre egli ha ucciso una volta sola. Paragonata a questo supplizio, la legge del taglione appare ancora come una legge di civiltà. Non ha mai preteso che si dovessero cavare entrambi gli occhi a chi aveva reso cieco di un occhio il proprio fratello” (A. Camus, riflessioni sulla pena di morte)

(In copertina l’opera della illustratrice Stefania Infante, realizzata per lo spettacolo di Davide Sacco. Le foto di Condannato a morte. L’inchiesta, rappresentato nei giorni scorsi all’interno del cartellone di Oscenica, al Teatro Comunale di Catanzaro, sono di A. Maggio)

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13. febbraio 2018 by Anna Puleo
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Ursula Le Guin, cercando l’orlo estremo delle cose

ursula le guin

Dici fantascienza e pensi a Asimov, Dick o Bradbury. Ma all’inizio non ci fu un Isaac o un Philip o un Ray ma una Mary. A questa londinese vissuta a cavallo di due secoli, Mary Shelley, e alla sua creatura, Frankenstein, dobbiamo un contributo fondamentale alla fantascienza. In quel romanzo c’erano Rousseau e il mito (Prometeo), la visione di un mondo nuovo in cui avanzavano l’industria e le nuove scoperte scientifiche e la consapevolezza che l’uomo poteva varcare i confini della vita e della morte.

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30. gennaio 2018 by Anna Puleo
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