Cento anni

cento anni 1917 2017

Sconfitta. Disfatta. Catastrofe. In un elenco di parole-chiave del Novecento, questi termini starebbero ai primi posti se è vero che il cd. ‘secolo breve’, che tanto breve poi non è, è profondamente percorso da sciagure abissali. E da profondi rinnovamenti. Alla radice della parola del resto c’è il greco κατα-στροϕή, che indica il mutamento di ogni cosa. Il secolo si apre con la scoperta della ‘teoria dei quanti’ che spalanca orizzonti inediti alla scienza, Freud pubblica L’interpretazione dei sogni, l’anarchico Bresci uccide Umberto I, muoiono anche la regina Vittoria e Nietzche. Raffigurazione plastica della fine di un’epoca che innerva alcuni semi nella nuova era che sta arrivando. Anticipando alcuni degli eventi epocali del secolo: la Rivoluzione d’Ottobre, il primo e il secondo conflitto mondiale.

 

Di sconfitte e di sconfitti la storia abbonda. Ma se la vittoria è un punto infinitesimale, la sconfitta è un continente vastissimo, la condizione per eccellenza in cui l’umanità naviga da sempre. In realtà, suggerisce Laurent Gaudè nel suo ultimo libro, centoanni02Ascoltate le nostre sconfitte, la storia insegna che vittoria e sconfitta (lo sapevano bene gli antichi greci) sono due facce della stessa medaglia, in cui –spesso- il confine è labilissimo, se non illusorio.

24 ottobre 1917. Cento anni fa a Caporetto le truppe austro-ungariche e tedesche penetrano nel territorio italiano e travolgono militari e civili. Caporetto racconta la disfatta di un esercito e la sua resurrezione, i paradossi della guerra di posizione e l’incapacità dei comandi militari, la tragedia di centinaia di migliaia di civili sottoposti a violenze di ogni genere, spogliati dei loro beni, compreso quello più prezioso, la vita, i più fortunati costretti ad un esodo biblico. Caporetto è diventata da quel momento sinonimo di una sconfitta disastrosa quanto umiliante, di una frattura profonda nel corpo di una nazione, nella carne viva di un popolo.

Parte da qui Davide Ferrario nel suo ultimo lavoro, Cento anni, nelle sale dal 4 dicembre, per parlare di questa e altre Caporetto di casa nostre, delle lacerazioni e ferite registrate dal nostro paese in un secolo di storia. Un racconto in quattro atti in cui scorrono i morti della Grande Guerra e della Risiera di San Sabba, le vittime del Vajont e di Piazza della Loggia a Brescia.

Ma ci sono anche i vivi: i pronipoti dei profughi arrivati dopo Caporetto dalle città e dalle campagne trevigiane, veneziane, cento-anni-marco paolinivicentine; gli eredi dei ‘figli di guerra’, frutto di migliaia (la cifra esatta non si conoscerà mai) di stupri, molti dei quali, rifiutati dalle famiglie, vennero ricoverati negli istituti o affidati ad altre coppie. Ma ci sono anche le immagini delle Caporetto più vicine a noi, i familiari delle vittime delle stragi e gli italiani figli di un dio minore, di quel Sud in cui l’emigrazione non è mai cessata, un Sud sempre più povero, sconfitto da politiche fallimentari e da progetti industriali mai del tutto decollati, in cui l’economia globale ha tranciato di netto geografie dei luoghi e il corpo vivo delle comunità, di cui parla Franco Arminio.

Nel docu-film i volti di Arminio, di Marco Paolini e Massimo Zamboni (ex CCCP e CSI), che racconta la storia del nonno Ulisse legata a filo doppio a quello di chi lo giustiziò (L’eco di uno sparo), si avvicendano a quelli dei vivi e dei morti, in un immenso affresco corale in cui protagonista è tutto un popolo.

Insieme a Caporetto c’è un’altra grande disfatta da ricordare, quella dell’Impero ottomano che trascina con sè un intero popolo, gli armeni, sottoposti a una sistematica operazione di deportazione e annientamento. Un crimine che diventa emblema di centinaia di altre tragedie del secolo scorso, come ci ricorda Mario Brunello ad apertura del film con Havun Havun, un canto antico, struggente e malinconico, di caduta e di resurrezione.

 

Share and Enjoy

  • Facebook
  • Twitter
  • Delicious
  • LinkedIn
  • StumbleUpon
  • Add to favorites
  • Email
  • RSS

15. novembre 2017 by Anna Puleo
Categories: writing and more | Tags: , | Leave a comment

1917: la rivoluzione delle donne

rev_oct_1917

Che la Russia fosse, in questi ultimi giorni, alla vigilia di una rivoluzione, è indubitabile….L’essenziale adesso è la stampa e l’organizzazione degli operai in un partito socialdemocratico rivoluzionario […]. Sono assolutamente indispensabili un programma ed una tattica più rivoluzionari (se ne ritrovano gli elementi in K. Liebknecht, nel Socialist Labor Party americano, nei marxisti olandesi e così via) ed è assolutamente necessario unire il lavoro legale con quello illegale […] con l’obiettivo della conquista del potere da parte dei “Soviet dei deputati operai” […]. Abbiate la bontà […] di scrivermi un paio di righe per sapere fino a che punto siamo d’accordo e fino a qual punto no…

 

E’ lo stralcio di una lettera scritta da Vladimir Il’ič Ul’janov, meglio noto come Lenin, nel marzo 1917 dopo aver appreso della sommossa di Pietrogrado e indirizzata ad Aleksandra Kollontaj. Insieme a lei, una nutrita pattuglia tutta al femminile condividerà fino alla fine il programma politico dell’animatore di una delle tappe cruciali della storia del ‘900.

C’è un’altra faccia, meno conosciuta, della Rivoluzione d’Ottobre, di cui ricorre in questi giorni il centenario, ed è affidata alle donne. Donne rivoluzionarie, donne dell’aristocrazia e donne del popolo, battaglioni femminili che vengono mandate al fronte in prima Aleksandra_Kollontaj-200.gpg_linea e poetesse come Marina Cvetàeva e Anna Achmàtova. E le donne del Zhenotdel, fondato dalla Kollontaj insieme a Nadezhda Krupskaja e Inessa Armand, rispettivamente moglie e amante di Lenin, che aprono corsi di alfabetizzazione, consultori, centri di assistenza all’infanzia, promuovono campagne di stampa e la presenza massiccia delle donne nei luoghi di lavoro, nei sindacati e negli organismi di rappresentanza dei lavoratori.

Il primo governo sovietico viene varato nella primavera del 1918. Nella foto di gruppo al centro spiccano Lenin e, alla sua sinistra, unica donna con eccezione della segretaria, Aleksandra Kollontaj. Bella e colta, figlia di un nobile e di una facoltosa borghese, Aleksandra Kollontaj trascorre diversi anni spostandosi in tutta Europa per tornare in Russia solo dopo lo scoppio della Rivoluzione, al seguito di Lenin, per essere nominata Commissario del popolo all’assistenza sociale, prima donna nella storia a ricoprire la carica di ministro. Aleksandra ha una mente lucida e affilata, è determinata e non ha timore di esprimere le sue idee, anche a costo di perdere tutti gli incarichi politici e di attirarsi gli strali della nomenklatura del partito. Ma la sua buona stella le permetterà di sfuggire alle ritorsioni dei bolscevichi e alle purghe staliniane.

Anche Nadežda Konstantinovna Krupskaja è un’attivista della prima ora della causa bolscevica. Conosce Lenin in una Inessa1riunione politica e lo segue nell’esilio siberiano per diventarne ben presto la moglie e una delle principali sostenitrici della Rivoluzione. Entra nel Comitato Centrale impegnandosi soprattutto nella creazione di una nuova scuola, rivolta alla formazione del comunista modello, che unisce cultura generale e tecnica, creatività e libertà, ispirandosi alle teorie della scuola di Jasnaja Poljana di Tolstoj.

Accanto a Lenin in quegli anni c’è un’altra donna. Si chiama Inessa Armand, anche lei è bella e libera, fuori da ogni canone dato, intelligente e passionale, madre di cinque figli avuti dal marito (al quale resterà sempre legata) e dal cognato. Anche lei si vota anima e corpo alla causa bolscevica, conosce Lenin e se ne innamora, intreccia con lui un forte sodalizio probabilmente sentimentale (con il consenso di Nadežda) oltre che politico.

Inessa non è solo una donna di grande fascino ma ha il dono di proiettare sugli altri gioia di vivere, calore, amore e abnegazione assoluta. Non è difficile credere che per Lenin sarà qualcosa di più della compagna Inessa. Alla sua morte, nel 1920, vorrà che le sue spoglie riposino sotto le mura del Cremlino insieme a quelle dei padri della Rivoluzione e ne adotterà i figli.

Tra ostacoli, contraddizioni e mutamenti di rotta, anche radicali, come quelli impressi da Stalin, la Rivoluzione d’Ottobre consegnerà alle donne la piena eguaglianza agli uomini, al lavoro come in casa, il diritto al divorzio e all’aborto, all’istruzione, alla contraccezione, consentendo loro quella autonomia sociale ed economica necessaria per sottrarsi al braccio secolare dei padri e della Chiesa. Nei primi anni del ‘900 alle russe viene riconosciuto un fascio di diritti essenziali, compreso quello di voto, anticipando l’onda lunga del riconoscimento del principio di eguaglianza sostanziale che in molti paesi –Italia compresa- sarà ancora di là da venire.

Le donne sono ovunque, nelle fabbriche, negli uffici, negli organismi di partito. I bolscevichi partono dall’uso del tempo, tradizionalmente disp748px-KrupskayaYLenin1922PorMariaUlyanovaari tra i due sessi, sbilanciato a sfavore delle donne cui incombe l’intero carico dei lavoro domestico e di cura. Comprendono che assicurare alle donne l’indipendenza economica, socializzare il lavoro domestico, creando asili nido, lavanderie e mense collettive, assicurando una serie di garanzie nei luoghi di lavoro, significa sostanzialmente dare spazio alla crescita personale, ai rapporti, all’impegno politico e nella società.

Gli ideali rivoluzionari di stampo socialista e utopista si scontreranno con la catastrofe sociale ed economica lasciata in eredità dalla Grande Guerra e dalla guerra civile e con le derive staliniste che metteranno fuori gioco tutte le conquiste volute da un manipolo di intellettuali catapultati alla guida di una società fondamentalmente ancora arcaica, che come l’araba fenice dopo qualche anno è risorta mettendo nell’angolo acquisti fondamentali nel campo dei diritti e dei rapporti tra i generi, proiettando la sua ombra oscura persino a un secolo di distanza.

Restano le storie di donne come Aleksandra, Nadežda, Inessa, che contribuirono a dare concretezza e senso alla Rivoluzione dei Soviet e forse ne compresero prima di altri i limiti, donne che seppero condurre la propria vita secondo libertà e indipendenza di giudizio e che, soprattutto, seppero restare fedeli a sé stesse.

Se ho raggiunto qualcosa nella vita, non lo devo alle mie qualità personali; direi piuttosto che quanto ho raggiunto non è che un simbolo del cammino che la donna ha già compiuto sulla strada del riconoscimento sociale. Se una donna è potuta arrivare alle massime cariche politiche e diplomatiche, si deve al fatto che milioni di conne erano state inserite nel lavoro produttivo…Sono state le tempeste rivoluzionarie ad esprimere l’energia rinnovatrice che ha permesso di spazzar via pregiudizi antichissimi sulla donna, e solo la nuova umanità, il popolo che lavora e produce può essere in grado, costruendo una società nuova, di attuare la completa equiparazione e liberazione della donna. (A. Kollontaj, Autobiografia)

Share and Enjoy

  • Facebook
  • Twitter
  • Delicious
  • LinkedIn
  • StumbleUpon
  • Add to favorites
  • Email
  • RSS

07. novembre 2017 by Anna Puleo
Categories: writing and more | Tags: | Leave a comment

Donne guerriere sciamane sulla Via della Seta

lilith donne

Sono arrivata nello Xinjiang in cerca di prove archeologiche sulla presenza dei Saka nell’area e di tracce dei loro legami con i Saka del Kazakistan. Molti oggetti ritrovati nei musei e nei siti funerari confermavano le mie ricerche, e allora ho iniziato a chiedermi come questi nomadi così avventurosi potessero aver influenzato le popolazioni stanziali che avevano incontrato”. A metà degli anni ’90 Jeannine Davis-Kimball arriva in Cina, nello Xinjiang dopo aver percorso buona parte dei territori toccati dalla Via della Seta, che un tempo congiungeva la Cina con l’Europa, compiendo una serie di scoperte che riscrivono le nostre idee sulle origini della civiltà, segnando una tappa fondamentale per la storia dell’uomo.

 

Jeannine è ben lontana dalla figura di archeologo che abbiamo in mente. Non uno Schliemann né tantomeno Indiana Jones ma una signora dell’Idaho che a 50 anni suonati si lascia alle spalle due matrimoni, sei figli, una serie di lavori più disparati –compreso quello di mandriana –, prende una laurea in Storia dell’Arte, si specializza in civiltà antiche e nel 1985 si imbarca gimbutas grande madre donneper il sito di Tell Dor, in Israele, dove arriva il colpo di fulmine per l’archeologia e per i popoli delle steppe. Ed è in questo rettangolo di terra che va dai boschi dell’Ungheria ai campi della Manciuria, tra i territori inospitali della Siberia e gli altopiani tibetani, coprendo un buon terzo del globo terrestre, che ha dato la luce agli Unni e a Gengis Khan, culla di antiche raffinatissime culture e di misteriose tradizioni, che Jeannine solleva il velo calato sugli antichi popoli nomadi e su una società a base egualitaria, nella quale le donne godono di uno status pari a quello degli uomini.

Smentendo i dettami della storia ufficiale sui popoli arrivati dall’est, Jeannine scopre che sono le donne delle antiche popolazioni nomadi, progenitrici dei Saka, degli Sciti, di Sarmati e Sauromati, ad avere un ruolo fondamentale per la sopravvivenza della tribù, custodi del focolare – il luogo in cui si cucina e si divide il cibo (un compito non trascurabile quando gli alimenti sono razionati), dove si celebrano i riti di passaggio e i matrimoni, dove avvengono nascite e morti-, come della memoria della propria gente, degli antichi riti divinatori, della pace e della guerra.

gimbutas donneGuaritrici, sciamane, guerriere, le donne delle steppe sono anello di congiunzione tra il mondo degli uomini e quello dell’aldilà, tra la mente e lo spirito. Sono donne sapienti che conoscono il lavoro di cura per la famiglia e la tribù come i viaggi nell’oltre mondo e l’arte della guerra, interpreti e garanti dei cicli vitali e dell’ equilibrio che regge esseri e cose, per questo motivo tenute in grandissima considerazione dai loro clan.

L’archeologa americana racconta l’ affascinante avventura che in pochi anni la porterà nei siti archeologici e nei musei di Kazakistan e Mongolia, tra i monti dell’Altai, nel deserto del Taklamakan e nello Xinjiang, in Cina, in Warrior women (Donne guerriere), l’unico suo libro edito in italiano, pubblicato da Venexia (2009), a metà strada tra memoir, diario di bordo, appunti presi sul campo, riletture dei classici (a partire da Erodoto e Omero) e un ricco corredo iconografico a impreziosire il testo. Un racconto che scorre come un fiume placido di luoghi, persone, tradizioni, modelli sociali, sedimenti di un passato tutto da esplorare, che trovano eco nelle saghe irlandesi e in quelle scandinave, tra le pieghe della mitologia greca e romana, nell’aura di leggenda che circonda le Amazzoni o donne come Boudicca, che quasi un secolo dopo Cristo annientò una intera legione romana.sketches-of-goddess-figures-from-marija-gimbutass-book

Studiando storia, miti e letteratura, resti umani e oggetti ritrovata nei kurgan (i sepolcri circolari di terra edificati per l’inumazione in Europa orientale e tra Caucaso e Urali), incisioni sulla roccia e manufatti vari, incrociando dati storici e geografici, sociologici ed etnografici, Davis-Kimball riporta alla luce le storie di donne che “ebbero rango, potere e posizioni strategiche, e che…furono il pilastro che tenne insieme le antiche società”, nel corso dei secoli ridotte al silenzio o ad oggetti di caricatura dai gruppi a dominio patriarcale che presero il posto delle società egualitarie dell’Eurasia.

Sono le mummie caucasiche dello Xingiang, la Donna d’Oro di Issyk, gli specchi divinatori, le armi, gli abiti con cui venivano seppellite, le immagini dei cavalli alati, dei draghi e dei leopardi delle nevi, dell’Albero della Vita e delle Signore degli animali, i tatuaggi che ne ricoprivano viso e corpo e i numerosi tesori ritrovati nelle diverse campagne di scavi, a parlare di una civiltà antichissima che nelle età del Bronzo e del Ferro si propagò tra il Don e il Tarim, dal Centro dell’Europa fino alle immense distese asiatiche, grazie anche alle contaminazioni reciproche con altri popoli, i cui complessi simbolismi riflettono la centralità della donna nella società.

Le donne guerriere-sciamane raccontate in Warrior Women sono le eredi delle millenarie civiltà matrilineari rette dalla figura della Grande Madre, la divinità multiforme e polisemica, sfaccettata e complessa, che sovrintende il ciclo Vita/Morte/Vita, riportata alla luce dalle ricerche dell’archeologa lituana Marija Gimbutas, in testi fondamentali come Il linguaggio della dea. Mito e culto della Dea Madre nell’Europa Neolitica, I nomi della Dea, Le dee e gli dei dell’antica Europa.  

Gimbutas dedica tutta la vita allo studio della storia delle antiche, raffinate e pacifiche, civiltà sviluppatesi prima del periodo Neolitico, e delle migliaia e migliaia di reperti accatastate con noncuranza nei musei o riportati alla luce dopo lunghe campagne di scavi. Reperti che continuano a parlarci con un intenso linguaggio visuale fatto di segni, simboli, immagini che riportano alla fertilità (come il triangolo della vulva o la testa del toro rappresentazione dell’apparato riproduttivo femminile), al fluire continuo della vita che scorre nel moto delle acque e nei seni di donna, alla morte e alla rinascita, simboleggiata dalla spirale e dalle uova de02-madregli uccelli, ripetute ossessivamente su vasi e statuine, sulle mura delle abitazioni, per restituirci un universo umano che ruota attorno alla Madre Terra, dea generatrice di ogni cosa, della vita e della morte, del regno naturale e in quello animale, e in tutti visibile nelle sue infinite combinazioni.

Con le sue teorie ardite, fuori dalla vulgata ufficiale, ed il suo metodo multidisciplinare Gimbutas si attira le critiche dell’accademia ma nello stesso tempo desta l’ interesse di ricercatori e gente comune oltre che del femminismo militante. Una eredità raccolta da studiose come Janine Davis-Kimball. Le sue donne del focolare, dello spada e dello spirito, sono l’ennesimo dono che la Grande Dea non cessa di elargire, segni di una civiltà mai scomparsa che riemergono come un fiume carsico nel corso dei secoli e ancora oggi echeggiano, ci ricorda Marjia Gimbutas, tra monti e foreste, nelle credenze e nelle fiabe, nell’immenso bacino della memoria collettiva.

 

…la Dea partenogenetica è stata la più persistente peculiarità nel repertorio archeologico del mondo antico. In Europa dominò per tutto il Paleolitico e per tutto il Neolitico e nell’Europa mediterranea per la gran parte dell’età del Bronzo. La fase successiva – che vide gli Dei guerrieri pastorali e patriarcali soppiantare o assimilare il pantheon matristico delle Dee e degli Dei – è il periodo che precedette il Cristianesimo e in cui si diffuse il rigetto filosofico di quel mondo. Si sviluppò un pregiudizio contro quella mondanità e, insieme, il rifiuto della Dea e di tutto ciò che rappresentava. La Dea gradualmente si ritrasse nelle profondità delle foreste o sulle cime dei monti, dove nelle credenze e nelle fiabe si trova tutt’oggi. Ne conseguì quell’alienazione umana dalle radici vitali della vita terrestre i cui risultati sono palesi nella nostra attuale società. I cicli tuttavia non cessano mai di girare e adesso scopriamo la Dea riemergere dalle foreste e dai monti, portandoci speranza per il futuro, restituendoci alle nostre più arcaiche radici. (M. Gimbutas, Il linguaggio della dea)

Share and Enjoy

  • Facebook
  • Twitter
  • Delicious
  • LinkedIn
  • StumbleUpon
  • Add to favorites
  • Email
  • RSS

31. ottobre 2017 by Anna Puleo
Categories: writing and more | Tags: , | Leave a comment

Giovanna Marini, la signora della canzone italiana

giovanna marini3

Arriva lentamente con la sua chitarra, risponde con un sorriso a chi la saluta (Ciao Giovanna!), raggiunge il palcoscenico, si siede sullo sgabello, attende qualche minuto il cessare del chiacchiericcio in sala, poi attacca a cantare. I capelli sono diventati bianchi ma il tempo sembra non essere trascorso affatto per la ragazza che frequentava Pasolini e Calvino, che negli anni ’60 scopriva la musica popolare insieme a Roberto LeydiGianni Bosio, Sandro Portelli e Diego Carpitella, andando in giro per l’Italia a raccogliere canti e poesie della tradizione, in italiano e in dialetto, per studiarli, trascriverli, rielaborarli e riproporli.

 

Eccola, Giovanna Marini, energica e vulcanica, come sempre. C’è una bellissima foto in cui, giovanissima, canta insieme a

Gruppo padano di Piadena, Giovanna Daffini, Giovanna Marini, Michele L. Straniero, Ronchini

Giovanna Daffini, figura di spicco del folk revival, che le insegna l’emissione vocale e il repertorio sterminato dei canti contadini. Ma Giovanna è una spugna: da poeti e cantastorie girando su e giù per lo Stivale impara l’arte del narrare e come il genere canto popolare tenga insieme in realtà cose diversissime, e poi i canti anarchici, quelli contadini e di lotta; da gente come Dario Fo e dall’esperienza con il Nuovo Canzoniere Italiano impara a sperimentare altri modi di portare nei teatri, nelle piazze, tra la gente, il canto popolare.

Figlia di musicisti classici, studi canonici a Santa Cecilia e perfezionamento alla scuola del grande Segovia, finisce per imboccare percorsi non tradizionali, da sola o con musicisti che trova sulla stessa strada e, ancora, alla Scuola Popolare di Musica del Testaccio, che fonda negli anni ’70, insieme al Quartetto Vocale.

Giovanna tuttavia non si limita alla ricerca e alla riscrittura dei canti della tradizione ma inizia a comporre bellissime Cantate, musiche per il cinema e il teatro, tributi a grandi scrittori, che la fanno conoscere anche all’estero. Grazie alla fortunata accoppiata con Francesco De Gregori arriva al grande pubblico, che inizia a seguirla anche nella miriade di progetti generati dalla sua personalità proteiforme ed esplosiva, capace di spaziare da Pasolini a Oscar Wilde, dalle tragedie greche a Leopardi, dai canti abruzzesi, con cui ha esordito nel 1963, al canto sacro, al quale si è dedicata negli ultimi anni.

Quando canta, con quel suo modo secco e concentrato (“Canto a voce spiegata e di naso come facevano le mondine un secolo fà…Se canti per te, allora sì che badi alla tonalità, alle sfumature, ma se canti per comunicare qualcosa ad altri, allora pensi a cantare più forte che puoi”), senza modulazioni, che nei concerti inframezza con notizie e commenti o risposte alle domande del pubblico, capisci subito perché Giovanna Marini è la signora del folk italiano. E dei canti di protesta, da quando nel 1964 insieme al Nuovo Canzoniere fu protagonista a Spoleto di uno spettacolo, Bella Ciao, che al Festival dei Due Mondi ancora ricordano, per quella Gorizia tu sei maledetta! in edizione integrale che suscitò scandalo e denunce alla magistratura.

(Il canto popolare) è un canto necessario perché è canto collettivo. I singoli cantori, quando cantano, non è vero che improvvisino, ma è vero che ognuno di loro s’impossessa del canto attraverso i melismi, ogni cantore li fa in un suo modo totalmente personale, tanto da essere riconoscibile, diventando autore. Il canto popolare è una struttura di pochi suoni scelti sui quali stanno i melismi: e tu quelli non puoi togliergli, quei melismi sono il canto, se li togli diventa una banale canzonetta sanremese, ma se capisci quei melismi e sai restituirli nella tua esecuzione, quello è canto popolare, cultura collettiva che esprime assieme il cantore, la sua storia e la Storia del suo popolo.

quartetto20vocale20di20giovanna20mariniI moti napoletani, lo sbarco di Pisacane a Sapri, figure come Masaniello, la partenza degli anarchici, le lotte operaie, la guerra, le deportazioni nei campi di sterminio si stagliano come tasselli di un enorme puzzle, ricomposti grazie proprio al contributo di quella straordinaria esperienza di narrazione collettiva offerta dalla canzone popolare, capace di restituire alla storia “la sua verità e la sua umanità”.

A questa voce libera, a questa antidiva per eccellenza che ha segnato oltre 50 anni di musica italiana, alle sue interpretazioni, alle sue splendide composizioni, che ne fanno un monumento della storia della musica, Giandomenico Curi ha dedicato un docufilm (per il quale è stata avviata una campagna di crowdfunding sulla piattaforma produzionidalbasso.com) intitolato A Sud della musica, con l’intento di affiancare questa ‘viandante instancabile’ “nel suo ennesimo viaggio alla ricerca di nuove voci e nuovi volti da annoverare al suo sterminato repertorio” , un viaggio che la riporta sempre a Sud e a quella canzone popolare che dell’Italia è capace di raccontare il suo volto più autentico. Ed ora che Giovanna ha superato la boa degli 80 anni il suo canto oggi, forse più di allora, è diventato una necessità.

 

Io più riesco a ricucire il filo culturale che ci porta fino ad oggi, più sono contenta. La cultura deve avere una garanzia nel tempo, sennò si perde. (Promo – A Sud della Musica – La Voce libera di Giovanna Marini)
“”Questa terra è stata creata per te e per me”, cantava Woody Guthrie. Ci sono certe canzoni che dicono dove devi andare. Basta crederci e incominciare a camminare”. (Intervista ad Antonio Gnoli, Repubblica, 30 marzo 2015)

Share and Enjoy

  • Facebook
  • Twitter
  • Delicious
  • LinkedIn
  • StumbleUpon
  • Add to favorites
  • Email
  • RSS

24. ottobre 2017 by Anna Puleo
Categories: writing and more | Tags: | Leave a comment

Essere John Fante. La poetica di un outsider in un libro di Eduardo Margaretto

fante3

Non credo di conoscere l’invidia. C’ è qualcosa che le si avvicina, e la provo di fronte a quelle persone che sanno sempre dove vogliono andare. E ci vanno, a qualsiasi costo. Tipi, per intenderci, come John Fante. Non è ancora maggiorenne quando decide che la sua strada è tracciata, ed è fatta di storie e di parole. Rimane folgorato da Dostoevskij, poi incrocia Flaubert, Kurt Hamsun, Jack London, Hemingway, Fitzgerald, Steinbeck, e inizia a scrivere. Se ne va da casa che non ha nemmeno vent’anni, si barcamena come può, facendo il lavapiatti o il commesso o vendendo frutta secca, patisce a lungo la fame, ma continua a pensare che vuole scrivere e che ce la farà.

 

Tra John e la carta ci sono le migliaia di chilometri che separano l’Abruzzo dagli Stati Uniti, dove la sua famiglia è emigrata, un’infanzia poverissima tra un padre muratore e attaccabrighe con il pallino dell’alcool e delle donne, Nick, e Mary, la madre emigranti americareligiosissima che cerca come può di mandare avanti la famiglia. Ma c’è anche una rabbia ancestrale, nutrita dalla ingombrante figura paterna, dal razzismo dei wasp, come si definivano i nipoti dei colonizzatori inglesi, e dalla vergogna verso i compaesani che hanno sputato sangue per costruire il Nuovo Mondo ma si sono arresi alla miseria e alla condizione di wop, che affollano la parte bassa della scala sociale nell’America dei primi decenni del secolo, confinando nelle Little Italy un pezzo della loro memoria.

Il diverso e la sua emarginazione sociale, il razzismo e il rancore degli esclusi dalla tavola imbandita dai wasp, costituiscono la materia prima che Fante utilizzerà d’ora in avanti nei racconti e nei romanzi, a iniziare da Ask to Dust, Chiedi alla polvere, che lo incorona come uno degli scrittori più influenti della sua generazione. Dove fa capolino quell’Arturo Bandini che di Fante è l’alter ego e, come scrisse il suo agente Elizabeth Nowell, “soggetto di studio e ragione di vita”.

John e Arturo sono una cosa sola, Bandini, è lo specchio in cui lo scrittore si riflette e si osserva, su cui riversa rancori e paure, soggetto e oggetto insieme di riflessione, perennemente in bilico sul crinale tra realtà e finzione. La scrittura di Fante non è mai autobiografica ma un moto centripeto che fa di sé stesso la materia incandescente dei suoi libri, una realtà che genera finzione che produce a sua volta realtà.

Nel suo primo romanzo, La strada per Los Angeles pubblicato postumo, lo scrittore italo-americano racconta la storia di un ragazzo (sè stesso) che lascia il Colorado per sfuggire ad un ambiente familiare e sociale claustrofobico e si rifugia in una Los Angeles devastata dalla Grande Depressione, in cui si aggirano i nuovi schiavi (italiani, messicani, filippini) alla ricerca di un angolo in cui rifugiarsi e sopravvivere. Ci vorranno anni perché Fante si riconcili con le sue origini, con tutto ciò che è italiano, con la religione, con gli odiati-amati wasp, sposando una di loro, con la stessa figura paterna, di cui replica i vizi, ma soprattutto con la condizione dello scrittore, vocazione e passione vorace ed esclusiva. E, nello stesso tempo, possibilità di riscatto alle sofferenze e alla solitudine, la rivincita di un povero dago e un passaporto per la Terra promessa, nella quale non esiste passato ma la rinascita a nuova vita, da cittadino americano.

jphn fante 1

Negli anni escono Aspetta primavera, Bandini e Chiedi alla polvere ed arriva il successo. La critica lo paragona a Dos Passos, Steinbeck, Hemingway, anche se Fante percorre una strada diversa da quella del romanzo sociale, marcata dal rifiuto della denuncia politica e dalla scelta di indagare piuttosto la disperazione e le nevrosi della società, pur condividendone temi e stile.

Molti dettagli accomunano Fante alla Generazione Perduta…tra questi ciò che oggi è conosciuto come romanzo di formazione, ma anche e soprattutto, la spontaneità, una scrittura in apparenza semplice e molto potente, l’uso della prima persona, e sicuramente il fallimento di quella Terra Promessa che finì per ingoiare il sogno di ogni americano. Infatti, nei suoi libri, Fante lascia traccia di svariati riferimenti ai membri di quella corrente, con i quali condivide anche il gusto per l’autobiografia, l’intenzione di raccontare i cambi sociologici e persino l’audacia di descrivere vissuti di provincia. (Eduardo Margaretto in Non chiamarmi bastardo, io sono John Fante)

john-fante-e-joyce-smart-librofiliaIl suo nome intanto comincia a prendere quota. La critica lo esalta, riviste ed editori se ne contendono i racconti, la radio lo accoglie come cronista, Hollywood lo chiama a scrivere soggetti e sceneggiature. Fante oltrepassa indenne i giorni del maccartismo e della caccia alle streghe e, sempre attento a promuoversi e a tirare su soldi, lavora per le grandi Major del cinema senza cessare di raccogliere idee per il prossimo libro.

La miseria è alle spalle, ma una moglie e quattro figli e un tenore di vita adeguato al nome che si è fatto esigono un sacrificio, che venga immolata quella porzione più intima e profonda di sé che è la scrittura. Fante ora scrive “per dovere –il dovere di guadagnare”. Lo odia, ma non c’è scampo. E con l’odio tornano a galla la frustrazione e gli attacchi di collera.

… cominciavo un romanzo e mi buttavo appieno per due capitoli e proprio in quel momento mi arrivava un’offerta da Hollywood. Per tre o quattro mesi mi dedicato completamente al lavoro lucrativo, poi tornavo al mio manoscritto …eppure quando mi sedevo davanti alla macchina da scrivere non ero più capace di mettere insieme due parole….Quando cominciavo un libro, ero sempre insoddisfatto. Sentivo che non ero puro. La città mi corrompeva .(J. Fante, A Conversation with Ben Pleasants)

Il successo e la rabbia erano appiccicati ad ogni parete. In questa casa sperimentai quello che succede quando un artista passionale smette di fare quello che ama e comincia a odiarsi. Qui ho visto mio padre ubriaco, l’ho visto trattare con disprezzo e durezza i suoi cari, mentre i suoi stipendi si facevano sempre più ricchi (Dan Fante, Angeli a pezzi, Marcos y marcos)

Tuttavia, a riemergere è anche anche la sorgente di ispirazione, grazie ancora una volJohn-Fante2ta alla sua nuova maschera, Dominic Molise, protagonista di Un anno terribile, pubblicato postumo, con cui riaggancia il tema del sogno americano, incarnato da Dominic, formidabile lanciatore di baseball, insieme a quello del rapporto con l’ingombrante figura paterna, protagonista ne La confraternita dell’uva. Il giovane Arturo Bandini dallo sguardo cinico e sferzante è sostituito da Henry Molise, un uomo deluso dall’ipocrisia e dalla falsità del Nuovo mondo che sogna di tornare oltre Oceano, alle sue origini. Ancora una volta protagonisti, sotto rinnovate vesti, sono John e Nick, padre e figlio, la coppia attorno alla quale ruota l’intero universo fantiano, unica eccezione Joyce, la moglie, perno dell’altro capolavoro, Full of life.

Il rapporto tra generazioni, i conflitti e le incomprensioni tra padre e figli, il Dream of life vengono ripresi e rielaborati in Il mio cane Stupido, in Don Giovanni, una commedia teatrale, in Sogni di Bunker Hill, il libro che Fante, molto malato, detta alla moglie prima di morire. E mentre il sogno a lungo coltivato di portare i suoi romanzi sul grande schermo è destinato a fallire, mentre la salute lo abbandona, lasciandolo cieco e senza gambe, così come già aveva fatto Hollywood, le quotazioni dei suoi libri riprendono a crescere grazie, paradossalmente, a un altro emigrato, ubriacone e dalla sessualità compulsiva ma mwbw-bukowskidalla penna fatata, che lo considera il suo Dio e gli dedica le sue opere. Charles Bukowski di Fante diverrà amico devoto, omaggiandolo continuamente in reading ed interviste, fino a diventare l’artefice della sua riscoperta e della sua trasformazione in uno scrittore di culto in tutto il mondo, al quale viene persino dedicata una giornata di commemorazione (l’8 aprile).

John Fante è questo, e molto altro. Forse per questo motivo  non è facile ritrovare i fili della matassa di una personalità sfaccettata, complessa, carismatica, contraddittoria, sul piano umano oltre che artistico, come la sua. Dopo Stephen Cooper, il suo biografo ufficiale, Dan Fante e molti altri, ci prova ora lo spagnolo Eduardo Margaretto in Non chiamarmi bastardo, io sono John Fante,  la bella biografia appena pubblicata da Rubbettino.

Margaretto si muove a suo agio tra biografia e fiction, alternando alla voce di Fante quella di Joyce, la moglie, del figlio Dan, anche lui scrittore, degli amici, del suo mentore, Henry L. Menken, i frammenti dai romanzi e dai racconti, le analisi dei critici, ricordi e interviste.

I

l libro parte dall’idea di una biografia e poi diventa altro, perché John Fante si può studiare a diversi livelli. Nel libro ho cercato di far vedere i piccoli dettagli della sua letteratura. Che racconta Los Angeles, e Fante è stato uno degli scrittori che meglio ha saputo parlare di questa città, e l’emigrazione italiana in America.- spiega in un’intervista Margaretto-.

Come Fante, Margaretto è scrittore e sceneggiatore. E, come Fante, è figlio di emigrati italiani, abituato a vivere la condizione di chi oltrepassa continuamente il confine tra storie, culture, lingue diverse, quelle delle origini e quelle della nuova terra in cui si è approdati. E’ questo, forse, il tratto comune e il terreno che ha alimentato la passione che per vent’anni ha portato lo scrittore spagnolo a percorrere in lungo e in largo l’universo Fante, come mi dice anche Maria Pina Iannuzzi, che ha tradotto la biografia di Margaretto.

John Fante, autore quasi sconosciuto in vita e celebrato dopo la riscoperta compiuta da Bukowski, è oggi un punto di riferimento nella letteratura americana. In Italia, è stato tradotto perlopiù da Francesco Durante che sovente descrive il complesso lavoro di levigatura sui libri fantiani come una sfida continua per cercare di raggiungere quella semplicità fluida, quello stile limpido e diretto che caratterizza tutte le sue opere, un “lavoro a togliere”, in cui il dialogo e la sua immediatezza si fanno racconto. –dice Maria Pina-. Il suo grido disperato a difesa di tutti gli sradicati della terra, la sua italianità, il rapporto con il padre, la fame, il sogno americano, il bisogno di vivere la letteratura in tutta la sua essenza, i lustrini e le falsità di Hollywood, questi sono i temi tipicamente fantiani che Margaretto rispolvera in un flusso ininterrotto tra le sue parole e quelle di Fante. Non chiamarmi bastardo, io sono John Fante è una biografia che si legge come un romanzo, complice sicuramente la vita burrascosa e piena di contraddizioni dello scrittore italoamericano, e complice anche lo stile cristallino, diretto di Eduardo Margaretto e la mescolanza di qualche dettaglio che lascia emergere l’italianità che l’autore condivide con Fante, un bagaglio di emozioni e di abitudini che danno al testo un nuovo volto. Rubbettino Editore ha fortemente voluto quest’opera nel proprio catalogo, nella preziosa collana “Velvet”, sin dal primo contatto con l’autore alla fiera del Libro di Torino del 2016, e anche io appena ho ricevuto il testo per il lavoro di traduzione mi sono lasciata subito coinvolgere nel viaggio che ci invita a compiere Margaretto, in cui Fante stesso sembra essere, in fondo, il protagonista di una delle sue opere: “In trappola, barricato contro il buio e la solitudine della valle, me ne stavo lì coi libri della biblioteca pubblica impilati sul tavolo della cucina, solo, ad ascoltare il richiamo delle voci dei libri, con la brama di altre città”. (La confraternita dell’uva, John Fante).

 

Chiedi alla polvere del cammino, alle foglie che cadono, alla divinità misteriosa che regge il mondo; solo essi conoscono misteri tanto profondi (Knut Hamsun, Pan)

 

Share and Enjoy

  • Facebook
  • Twitter
  • Delicious
  • LinkedIn
  • StumbleUpon
  • Add to favorites
  • Email
  • RSS

18. ottobre 2017 by Anna Puleo
Categories: writing and more | Tags: , | Leave a comment

Picasso in Italia

picasso olga cocteau

Guarda dirittamente nell’obiettivo la bella ragazza dagli zigomi alti, la massa dei capelli raccolti nello chignon. Accanto ha due uomini, uno alto, i tratti nordici, l’altro basso e muscoloso, il ciuffo di capelli corvini sugli occhi incandescenti, persi nell’adorazione di lei. L’immagine è una delle testimonianze del periodo che Pablo Picasso e Jean Cocteau trascorsero in Italia, dove il pittore spagnolo conosce Ol’ga Khochlova, se ne innamora e la sposa.

Continue Reading →

Share and Enjoy

  • Facebook
  • Twitter
  • Delicious
  • LinkedIn
  • StumbleUpon
  • Add to favorites
  • Email
  • RSS

10. ottobre 2017 by Anna Puleo
Categories: writing and more | Tags: , | Leave a comment

Amarcord: Morte accidentale di un anarchico di Dario Fo

Dario-Fo-a-Copenhagen-1984_04

Una serata grigia e piovosa. Una di quelle in cui ti spalmi sul divano sotto il plaid a vedere la tv. Zapping. Stai per deviare verso gli ultimi libri da leggere quando sullo schermo compare un tipo buffissimo che comincia a dimenarsi e a muovere le braccia come un mulino a vento, mentre due uomini e un poliziotto lo osservano allibiti. Le telecamere si spostano sul pubblico che ammicca e ride alle battute che gli attori si scambiano sul palco.

Continue Reading →

Share and Enjoy

  • Facebook
  • Twitter
  • Delicious
  • LinkedIn
  • StumbleUpon
  • Add to favorites
  • Email
  • RSS

03. ottobre 2017 by Anna Puleo
Categories: writing and more | Tags: | Leave a comment

Sylvia Plath, i demoni della scrittura e l’arte della vita. Una mostra allo Smithsonian la ricorda

sylvia plath-

Punta lo sguardo direttamente nell’obiettivo la ragazza dai capelli color platino, la pelle dorata nel costume bianco, abbagliante nella luce del sole del mattino, e sorride. Un sorriso ampio, rotondo, che nasconde l’inquietudine e il dolore di esistere. E’ appena uscita dall’ospedale psichiatrico e sta lavorando alla tesi di laurea, Lo specchio magico: uno studio sul doppio in due dei romanzi di Dostoevskij. Il doppio e la sua ambivalenza, il continuo trasmigrare tra luce e ombra, sarà tema ricorrente nella vita e nella poetica di Silvia Plath, scrittrice e poetessa vertiginosa, icona del movimento femminista e di intere generazioni di donne .

Continue Reading →

Share and Enjoy

  • Facebook
  • Twitter
  • Delicious
  • LinkedIn
  • StumbleUpon
  • Add to favorites
  • Email
  • RSS

27. settembre 2017 by Anna Puleo
Categories: writing and more | Tags: | Leave a comment

Cinema: Uscirai sano, storie di un manicomio ‘aperto’, prima e dopo Basaglia

Uscirai-Sano-_girifalco2

Sanus egredieris. Uscirai sano. E uscire è il pensiero che domina inesorabile ogni istante della tua esistenza, un giorno dopo l’altro, da quando tua madre ti ha chiuso in manicomio, a nove anni. Senza darti spiegazioni, senza un perché. Ora non sei più un bambino, sei cresciuto, dopo 36 anni dall’ospedale psichiatrico (come si chiama oggi) sei uscito, sei tornato a riprenderti quella vita che qualcuno ti ha rubato.

Continue Reading →

Share and Enjoy

  • Facebook
  • Twitter
  • Delicious
  • LinkedIn
  • StumbleUpon
  • Add to favorites
  • Email
  • RSS

22. settembre 2017 by Anna Puleo
Categories: writing and more | Tags: | Leave a comment

Shiatsu: l’arte di vivere in pace e la cultura della complessità

cum_6_1_00034435a, 6/8/04, 3:14 PM,  8C, 3944x6078 (977+1752), 100%, Repro 2.2 v2,  1/40 s, R89.5, G75.2, B84.2

Seicento anni prima della nascita di Cristo il venerabile medico coreano Kam Jin venne chiamato in Giappone per applicare i principi della medicina cinese all’imperatore Ingyo. Saranno il cinese Jian Zhen e i medici buddisti a proseguire l’opera di diffusione nelle isole delle tradizioni di salute cinesi come le pratiche con le mani citate nell’ Eiga-monogatari (Racconto dello Splendore), opera collettiva firmata anche dalla poetessa Akazome Emon, che testimonia il loro capillare radicamento in ogni ceto sociale in tutto il Giappone. Un sapere a lungo coltivato e sviluppato nel Sol Levante, fino a porre le basi nel secolo scorso dello Shiatsu.

Continue Reading →

Share and Enjoy

  • Facebook
  • Twitter
  • Delicious
  • LinkedIn
  • StumbleUpon
  • Add to favorites
  • Email
  • RSS

20. settembre 2017 by Anna Puleo
Categories: writing and more | Tags: , | Leave a comment

← Older posts