Cinema: la Napoli velata di Ozpetek figlia dell’ordine e del caos

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Un velo impalpabile ricopre il corpo di un uomo abbandonato nell’abbraccio con la morte. E’ il Cristo velato di Giuseppe Sanmartino, uno dei gioielli della Cappella Sansevero, un capolavoro che anche Antonio Canova avrebbe voluto firmare. Il regista Ferzan Ozpetek ne fa il simbolo di una Napoli velata, segreta e sotterranea.

 

napolivelata4La pellicola parte da antichi reperti trafugati, la maschera di un sileno, potente simbolo della morte iniziatica, e da una morte orribile, per avvitarsi attorno alla storia di Adriana e della sua ossessione amorosa per un giovane uomo, Andrea, conosciuto e amato una sola notte.

Il thriller lascia presto il posto alla discesa negli inferi di una donna pesantemente segnata da una tragedia familiare, che procede di pari passo con un percorso nelle viscere di una Napoli arcaica e moderna insieme, nella quale le divinità ctonie riemergono indossando altre maschere e vesti (ritorna il tema del (dis)velamento).

Le ossessioni di Adriana finiscono per materializzarsi e difficile sarà sottrarsi se non dopo aver fatto riemergere e guardato in faccia i fantasmi personali e familiari.

Ozpetek miscela generi diversi –eros, thriller e melò in primis- come velo dietro il quale si celano successivi livelli che lo spettatore può accettare di esplorare o meno.

Come ne Le fate ignorante la perdita (in Adriana prima la morte dei genitori, poi quella di Andrea) è il motivo scatenante di un viaggio temporale e interiore, dagli itinerari anche inaspettati, dal quale si può non tornare più indietro o tornare rinati a nuova vita.

La pellicola procede come una partitura sinfonica che dopo la fuga iniziale intreccia armonie e contrappunti che investono napolivelata3situazioni e personaggi. Così, la vita apparentemente regolare e le certezze di Adriana, affermata anatomo-patologa, si sgretolano poco per volta sotto il maglio dalla passione e della sofferenza e di un passato doloroso e ingombrante. In un continuo gioco di specchi l’estasi di una notte d’amore si trasforma nell’abisso della perdita dell’amato, che si specchia in altre perdite.

Napoli non è sfondo silenzioso ma protagonista, volto e corpo dialogante, garante e custode di enigmi e simboli arcaici, di passioni e vendette infinite, di un gioco ambiguo capace di restituire i mille volti del reale. Non a caso Ozpetek sceglie di disseminare il film di figure che percorrono nello stesso tempo l’ordine e il caos, come la ‘tombola vajassa’ nella quale, come spiega il regista, “i numeri (che) escono si legano in una sequenza logica, creando una storia che prende forma dalla casualità del sorteggio”, o la ‘figliata dei femminielli’, rituale che affonda le radici nell’antichità, nel quale un femminiello mette in scena il travaglio e il parto di un essere che è doppio, maschio e femmina insieme, evidente rimando al mito, con cui dialogò anche Platone e, nel tempo, il mondo alchemico, lo stesso cui apparteneva quel Raimondo di Sangro che commissionò a Sanmartino il Cristo velato, in un gioco continuo di rimandi.

serei-NAPOLI-VELATA-1Accolto da giudizi opposti, l’ultimo film del regista turco che ha fatto dell’Italia la sua casa, si affida al desiderio dello spettatore di esplorare i diversi livelli di lettura e le numerose citazioni, letterarie (per tutte, La pelle di Curzio Malaparte), cinematografiche (Rossellini e non solo) e teatrali (De Simone) proposte, in compagnia di una brava e intensa Giovanna Mezzogiorno, attorniata da un parterre di ottimi attori e attrici partenopee, ad iniziare da Anna Bonaiuto, Peppe Barra, Lina Sastri.

(Le foto sono tratte da Napoli Velata, progetto fotografico di Oreste Pipolo, in mostra dal 4 febbraio 2017 a S. Severo al Pendino a Napoli)

 

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16. gennaio 2018 by Anna Puleo
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Che Guevara, tu y todos

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Il prossimo febbraio avrebbe festeggiato i suoi 90 anni se fosse vivo. E invece Ernesto Che Guevara è morto crivellato di colpi a neanche quarant’anni ed è entrato diritto  nella leggenda. Hasta la victoria sempre, è scritto su un cartello durante la protesta di Occupy Wall Street. Il suo motto, le sue frasi, le sue poesie, il suo ritratto più famoso, scattato da Alberto Korda, oggi si trovano dappertutto, sui muri, su magliette e manifesti, targhe e tazze del caffè. La sua immagine è diventato un’icona pop come Marilyn Monroe e i barattoli Campbell di Warhol, senza tuttavia mai appassirsi, perché El Che è entrato nel mito, l’unico mito politico, forse, oggi capace di attraversare indenne il tempo e le generazioni.

 

Ogni grande impresa richiede passione e la rivoluzione richiede passione e audacia in grandi dosi, aveva scritto Ernesto Guevara Lynch a sua madre nel 1956, prima di imbarcarsi sulla nave Granma e di rifugiarsi sulle montagna della Sierra 17_Ernesto-Che-Guevara-con-Fidel-castro-in-Sierra-Maestra_1957-Centro-de-Estudios-Che-Guevara-1443x1080Maestra, a Cuba, dove sperimenta sul campo i principi della guerriglia e dove si scopre agitatore di masse. Nella geografia personale del Che non compare solo L’Avana, nella quale i rivoluzionari castristi entrarono un anno dopo, ma anche l’Argentina, dove era nato, e l’America Latina, che percorre da nord a sud prima con l’amico Alberto Granado, “scienziato errante” (un viaggio raccontato in Latinoamericana, cui si ispira il regista Walter Salles ne I diari della motocicletta), successivamente da solo, maturando l’idea di un continente meticcio, uno spazio senza confini e disseminato di contraddizioni, in cui è necessario combattere con le armi dittatura e ineguaglianze.

Si ferma in Guatemala e in Messico, dove conosce Raul e Fidel Castro. Un incontro fulminante, di cui Ernesto riconosce subito la rilevanza e le implicazioni per il suo futuro, di cui scrive alla madre.

Un giovane leader cubano mi ha invitato ad aderire al suo movimento … di liberazione armata della sua terra e io, naturalmente, ho accettato. Il mio futuro è legato alla rivoluzione cubana. O vinco con loro, o muoio lì. (Lettera di E. Guevara alla madre, 1956)

Arrivano ancora i viaggi in Europa, Africa, Russia, Cina, Corea, Birmania, Malesia, Pakistan, Giappone. Dove esporta il verbo della rivoluzione e conosce i mille volti del capitale e dello stesso ‘ socialismo reale’.

mostra guevara1 A un certo punto Ernesto si ritira dalla vita pubblica, rinuncia alle cariche nel governo di Castro e fa perdere le sue tracce. “Altri Paesi del mondo hanno bisogno dei miei sforzi”, scrive. Così, tenta di esportare la rivoluzione cubana altrove, in Congo, in Bolivia, ma alla fine il teorico della guerriglia e della guerra delle masse, della rivoluzione internazionale, cade vittima della sua stessa visione.

Tuttavia resta ancora vivo e potente  il mito di un uomo che ha sempre fatto seguire alle parole i fatti. Che ha riempito di senso le parole della rivoluzione (non solo quella cubana) promuovendo il confronto e la condivisione, per seminare ovunque i germi di una coscienza rivoluzionaria, guardando in faccia il presente e il futuro insieme.

Il Che non è solo l’uomo della rivoluzione anticastrista, il combattente di “Due, tre, mille Vietnam”, ma anche l’intellettuale marxista critico verso le derive del socialismo di Stato, il fautore di un uomo nuovo, liberato dall’ alienazione e dal dogma, l’economista eretico, il filosofo, il lettore onnivoro, che passa da Marx ed Engels a Gandhi, colui che sa ascoltare e vedere e che condensa le esperienze fatte in acute e a volte illuminanti riflessioni, annotate con metodo nei diari e nelle lettere, in discorsi pubblici e conferenze, nelle interviste. Per l’azione serve il pensiero. E, se occorre, anche ripensare e riflettere ancora per trovare un nuovo senso agli eventi.

Sono anni importanti, quelli. L’insurrezione serpeggia ovunque in Sud America, portata dai montoneros in Argentina, dai 21_Ernesto-che-Guevara-con-Aleida-March-906x1080tupamaros uruguayani, dai sandinisti in Nicaragna. Peron è tornato in Argentina dall’esilio e Allende è diventato Presidenti in Cile con l’appoggio di comunisti e socialisti. Poi arriverà l’epoca delle dittature, di Videla e Pinochet e dei generali di turno, l’operazione Condor smantella gruppi e movimenti rivoluzionari e riporta l’ordine nel continente. E’ il crollo delle illusioni, scriverà Osvaldo Soriano,

la fine di un’epoca in cui tutti i sogni erano stati possibili.  Il Che andava a morire di nuovo e quella morte sarebbe stata più duratura.

Il ragazzo affascinante e carismatico che percorre strade e mulattiere dell’America del Sud evoca l’immagine del cavaliere errante, dell’ eroe antico che combatte e muore da valoroso Pochi giorni prima della morte (un periodo particolarmente drammatico, raccontato da Steven Soderbergh nel suo film, Che) il Comandante trascrive nel suo diario boliviano una parte della Litanie per nostro signore Don Chisciotte del poeta Rubén Darìo.

Re dei nobili cavalieri, signore dei tristi,
che dalla forza trai coraggio e di sogni ti vesti,
vinto dall’aureo elmo dell’illusione;
che nessuno ha potuto sconfiggere ancor,
per lo scudo al braccio, tutto fantasia,
e la lancia in resta, tutta cuore.

Nobile pellegrino dei pellegrini,
che santificasti tutti i sentieri
con l’augusto passo del tuo eroismo,
contro le certezze, contro le coscienze,
e contro le leggi e contro le scienze,
contro la menzogna, contro la verità… (…)

Tu, per cui poche furon le vittorie
antiche, e per cui le classiche glorie
sarebbero il minimo dovuto,
sopporta elogi, memorie, discorsi,
resisti a convegni, targhe, concorsi,
e, tenendoti stretto a Orfeo, lascia che cantino in coro.

Prega con noi, affamati di vita,
con l’anima in subbuglio, con la fede perduta,
pieni d’angoscia e orfani di sole,
per colpa di volgari spiriti di manica larga
che ridicolizzano l’essere della Mancha,
l’essere generoso e l’essere spagnolo!

(…) Prega generoso, misericordioso, orgoglioso;
prega casto, puro, celeste, coraggioso;
intercedi per noi, supplica,
poiché siamo ormai quasi senza linfa, senza germogli,
senz’anima, senza vita, senza luce, senza Chisciotte,
senza piedi e senz’ali, senza Sancho e senza Dio.

Da tante tristezze, da dolori tanti,
dai superuomini di Nietzsche, da canti
afoni, dalle ricette firmate da un dottore,
dalle epidemie, da orribili bestemmie,
dalle Accademie,
liberaci o signore!

Dai rozzi rimestatori
falsi paladini,
e spiriti fini e blandi e vili,
dalla feccia che sazia
la sua canagliocrazia
prendendosi gioco della gloria, la vita, l’onore,
dal pugnale di grazia,
liberaci o signore!

Prega per noi, signore dei tristi,
che dalla forza trai coraggio e di sogni ti vesti,
cinto dall’aureo elmo dell’illusione;
che nessuno ha potuto sconfiggere ancor,
per lo scudo al braccio, tutto fantasia,
e la lancia in resta, tutta cuore!

Ma la figura di Ernesto Guevara si alimenta anche di errori e contraddizioni, di incroci rimasti oscuri di cui molti si sono 22_Che-Guevara-parla-al-primo-congresso-della-gioventu-Latinoamericana-a-L-Avana-821x1080appropriati, spargendo spesso e volentieri fango e calunnie, spacciate per realtà. Quello di cui non ci si può appropriare sono invece le sue idee, messe sulla carta, nero su bianco, nella convinzione che solo la verità è rivoluzionaria e che libertà non è una bella poesia o una parola come tante, un vuoto a rendere, ma un termine denso di significato, per il quale lottare. E morire.

Un sognatore? Un romantico? Un illuso? Un fallito? Forse. Resta il fatto che in nome della verità, della libertà, della giustizia e dell’autodeterminazione dei popoli il Che è vissuto ed è morto. Che ha sfidato a viso aperto una visione del mondo in cui imperano diseguaglianze senza fine.  E’ questo è sembrato a molti una ragione più che sufficiente per seguirne i passi e il motivo per il quale, come ricorda Osvaldo Soriano, “il Che conserverà sempre tutto il suo valore”. Anche in un tempo in cui il capitale sembra avere vinto su tutti i fronti, che può vantare opposizioni e contraddizioni epocali, egoismi e paure infinite.

Il Che non è morto. Si muore di polmonite, di un attacco di cuore… Il Che fu assassinato. …La lotta del Che fu contro il capitalismo e la sua violenza. Quello che succede oggi negli Usa, dove un matto può comprare armi e ammazzare sessanta persone, o che succede in Medioriente non è causale. Il Che parla al mondo di oggi, per questo la sua fama cresce ancora, altrimenti sarebbe stato dimenticato…. C’è una poesia di Eduardo Galeano che dice: perché il Che ha questa pericolosa abitudine di continuare a rinascere? Perché, dice, siamo in un mondo dove le parole e i fatti raramente si incontrano, e quando si incontrano non si salutano perché non si riconoscono. …Eravamo ragazzi che a scuola dicevano alla maestra: no, mio padre-o mia madre-dicono che le cose non stanno come dice lei. Mio padre ci spingeva a stare con la gente, nelle cose, a saperne di più…Così Ernesto era uno che si metteva in testa una cosa e la faceva. Quando vuole attraversare il Rio delle Amazzoni a nuoto, era pericoloso, era pieno di pirana. Quando decide di andare negli Stati Uniti. La moto si rompe in Cile, Granado …s i ferma in Venezuela, lui va avanti lo stesso. Se il Che non fosse stato assassinato oggi l’America Latina sarebbe libera, sovrana, indipendente, socialista. ( Juan Martin Guevara, intervista di Daniela Preziosi, il Manifesto, 6 ottobre 2017)

Perché il Che ha questa pericolosa abitudine di continuare a rinascere? Quanto più lo insultano, lo manipolano, lo tradiscono o mentono sulle sue idee e i suoi atti, tanto più il Che nasce. Anzi, è quello che nasce più di tutti. Non sarà perché disse quel che pensava e ha fatto quel che diceva? Qualcosa di straordinario in un mondo dove le parole e i fatti raramente si incontrano e se si incontrano non si salutano perché non si conoscono. (Eduardo Galeano)

Il Che, sconfitto, sconfigge l’oblio ogni giorno. (Eduardo Galeano)

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 A 50 anni dalla morte il guerrigliero, il mito, l’eroe e soprattutto l’uomo è ricordato in questi giorni alla Fabbrica del Vapore di Milano con una mostra intitolata Che Guevara Tú y Todos (il titolo è tratto dall’ultima lettera alla moglie) che, sullo sfondo delle musiche di Andrea Guerra, fa scorrere pagine dai diari, lettere, documenti, filmati, immagini (ne pubblico qualcuna in questo post), una selezione rigorosa dello straordinario archivio del Centro de Estudios Guevara, per ripercorrere la parabola esistenziale e politica del Che, la vita familiare e quella pubblica.

 

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10. gennaio 2018 by Anna Puleo
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Il Novecento visto dallo Stretto. A schema libero, il nuovo romanzo di Lou Palanca

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Il Nobel per la Fisica nel 2017 è andato alla scoperta di piccole increspature nello spazio-tempo, flebili segnali sonori che potrebbero rivelarsi cruciali nella conoscenza delle origini dell’universo. Alle onde gravitazionali era arrivato Einstein con la sua teoria della relatività ma ci son voluti cento anni per ottenere la prima evidenza scientifica. Ecco, le rughe del cosmo, non so perché, le vedo come una metafora della storia dell’umanità, uno sconfinato oceano in cui ogni evento, piccolo o grande che sia, emerge alla luce e subito dopo torna ad abissarsi. Un moto instancabile e implacabile in cui alla fine nulla si perde e tutto contribuisce al risultato finale.

Da questo oceano riemergono le vicende di cinque giovani anarchici che una sera di settembre del 1970 perdono la vita in un rivolta reggiomisterioso incidente sull’autostrada, e, quarant’anni dopo, di una donna suicidata sul molo di Reggio Calabria con l’acido muriatico. Di misterioso forse c’è poco, in realtà. I cinque anarchici, che portano con sé documenti mai ritrovati, sono buttati fuori strada da due camionisti legati all’estrema destra e a Junio Valerio Borghese. La donna suicidata si chiama Orsola Fallara, è la dirigente del Settore Bilancio della Giunta di Giuseppe Scopelliti (condannato successivamente per abuso e falso in atti d’ufficio) e le vengono imputate una serie di illeciti. Muore anche lei dopo aver ingerito dell’acido muriatico, come altre donne, le donne delle ‘ndrine che si sono ribellate alla famiglia, dopo che le sono stati sottratti il cellullare e alcuni documenti a conclusione di una tormentata confessione pubblica.

Tra le scarne pieghe della trama dello spazio-tempo compaiono pagine della nostra storia che ci siamo lasciate alle spalle, come quelle scritte dai protagonisti dei moti di Reggio Calabria, quel Ciccio Franco che per mesi tirò come un esperto burattinaio i fili della rivolta, gli esponenti della destra del Boia chi molla!, scesi in massa nella città dello Stretto per dirigere la sommossa, il sindaco democristiano Pietro Battaglia e i Comitati d’agitazione, saldamente retti dalla Reggio che conta, ad iniziare dall’ armatore Amedeo Matacena, padre dell’altro Amedeo, in cima alle cronache degli ultimi anni, confinato nel suo esilio (dorato) a Dubai. E poi quel Paolo Romeo che si fa conoscere negli scontri di Valle Giulia, torna in Calabria in tempo per aiutare Franco Freda a scappare in Costarica, si affianca ai fratelli De Stefano, intraprende una carriera politica nel PSDI, interrotta da una sfilza di condanne per associazione mafiosa.

Tra le increspature della storia spuntano servizi segreti e ambienti neofascisti, la ‘ndrangheta e alti dirigenti pubblici, tutti insieme, mano nella mano, intenti in una sacrilega danza di morte tra le piazze e le strade di Reggio.

Sono gli ingredienti dell’ultimo libro di Lou Palanca, intitolato A schema libero (Rubbettino editore). Dopo Blocco 52 e Ti ho visto che ridevi, Premio Matteotti 2017, questo collettivo di scrittura ‘a geometria variabile’, dopo aver esplorato il misterioso omicidio di un dirigente del PCI, Luigi Silipo, e la storia di Dora, giovane donna del sud andata come tante altre in rivolta reggio 2sposa ai contadini delle Langhe, rivolge la sua attenzione verso un pezzo fondamentale eppure pressoché misconosciuto di una Calabria sepolta sotto strati di luoghi comuni, di nostalgia e rabbia, di odio e amore, di amarezza e struggimento, di mala politica e di ‘ndrine potentissime, capaci di innervarsi nei gangli vitali del potere, a Brescello come a Duisburg o tra i sanguinari signori di Sinaloa o di Los Zetas, i potenti cartelli della droga messicani.

A muoversi tra legami sordidi e personaggi che da sempre operano tra le quinte, ieri come oggi, è una giovane giornalista calabrese, Margherita, free lance a 5 euro al pezzo, che decide di scriverci sopra un libro, protagonista un enigmatico personaggio, ex poliziotto passato negli apparati segreti dello Stato, che si è trovato ripetutamente “nelle intersezioni più recondite e inconfessabili della cronaca”. L’uomo, ormai in pensione, riavvolge il filo dei ricordi, una memoria ingombrante che attraversa tappe fondamentali della storia dell’ultimo mezzo secolo di storia italiana, e “continua a incrociare lettere, parole, sigle”, questa volta dalla pagina bianca di un cruciverba, che inizia con la A di Ambizione e termina con Sottostare, passando per Dediti, ad indicare chi ha lavorato al servizio dello Stato, anello di un ingranaggio “piccolo ma necessario” perché la Storia possa prendere la direzione dovuta.

Lou Palanca costruisce un romanzo corale, solido e compatto, nel quale a quelle dei personaggi -Margherita, Dattilo, giornalista in prima linea, L’Enigmista-, si alternano le voci che approdano a noi dalla galleria del tempo, dalle sentenze, dalle indagini di polizia, dagli articoli di cronaca e dalle interviste (come quella di Oriana Fallaci a Ciccio Franco), nell’intento di restituire parola e volti alla più grande sommossa della prima Repubblica, forse la più importante nella storia europea della seconda parte del XX secolo, snodo fondamentale per l’Italia repubblicana, consegnato in fretta e furia all’oblio. «Una guerra civile dimenticata», come l’ avrebbe avrebbe definita Pier Paolo Pasolini.

Come in un sorprendente gioco dell’oca scorrono, una casella dopo l’altra, le immagini dell’approdo a Reggio Calabria del re Vittorio Emanuele III dopo l’assassinio del padre Umberto I, cui seguono quelle dei carri armati sul lungomare più bello d’Europa, sintesi efficace di quei dieci mesi di barricate, di bombe, di feriti e di morti ammazzati, di omertà e indagini concluse con assoluzioni o la prescrizione dei reati, culminati con l’ingresso in Parlamento di Ciccio Franco e la nascita dei poli industriali di Saline e Gioia Tauro, l’uno abortito prima ancora di nascere, l’altro abbandonato negli anni a se stesso, e la distribuzione territoriale delle istituzioni regionali tra Catanzaro e Reggio Calabria. E sulle caselle centrali c’è il fermo-immagine, negli anni ’90, dei morti che insanguinano le città italiane nella Stagione dello stragismo e le strade reggine, insieme ai volti della nuova leva di boss che in poco tempo ha scalato i vertici delle ‘ndrine. A conclusione di questo insolito percorso trovi la nascita di quella che viene (pomposamente) definita Reggio città metropolitana, il suicidio della dirigente comunale Orsola Fallara, lo scioglimento del comune per infiltrazioni mafiose.

Segui i soldi e troverai quel che cerchi. E qui di soldi ne girano parecchi. Specchi di alleanze vecchie e nuove, cementate dalle rivolta reggio 4armi e dal sangue, che scorre tra le case costruite dopo il terremoto e le sculture di Rabarama, disseminate sul Lungomare per disegnare il nuovo volto della città insieme a quel busto di Ciccio Franco “simbolo adeguato di un patto scellerato tra politica, criminalità e pezzi dello Stato che si saldò nei giorni della violenza fascista e prospera ancora nella stagione della fine della democrazia.”

Poco più in là si erge la statua di Atena Promachos, realizzata dallo scultore Bonfiglio, copia della colossale scultura eretta da Fidia nell’Acropoli ateniese, che dopo i restauri è tornata a campeggiare sul lungomare che si affaccia sullo Stretto. La dea combattente ora rivolge la sua lancia non verso il mare ma verso l’urbe, contro chi, forse, un pezzo per volta, la città ha finito per mangiarsela tutta.

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02. gennaio 2018 by Anna Puleo
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Asia Argento, Weinstein, la forza del pregiudizio e il potere della parola

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Pregiudizio. Dal latino prae-iudicium, ossia giudicare anticipatamente, prima di conoscere fatti e persone, sulla base di idee personali che condizionano la valutazione e inducono in errore. Jane Austen ha dedicato al pregiudizio uno dei suoi romanzi più famosi seguendo con il genio che le è universalmente riconosciuto gli inevitabili effetti che preconcetti dettati da convinzioni inveterate, antipatie e posizioni personali possono portare. Effetti dannosi, pregiudizi, appunto, che, guarda caso, rimandano al secondo significato di questo vocabolo, che con un sorprendente movimento circolare si connette al primo.

 

Metoo.quellidelledomandeNon amo molto i talk televisivi. E’ stato un caso eccezionale che ieri sera nel vorticoso zapping serale alla ricerca di un film degno di questo nome mi sia fermata su una trasmissione tv. L’ospite è Asia Argento, il tema naturalmente il caso Weinstein, svelato da inchieste del New York Times e del New Yorker, e la violenza subita dall’attrice a 20 anni ad opera del potente patron della Miramax.

Ospiti della serata sono anche Vladimir Luxuria, il direttore di Libero, Pietro Senaldi, il giornalista del Fatto Andrea Scanzi. A calamitare l’attenzione del pubblico tuttavia non è, come ci si sarebbe attesi, il dibattito contro la violenza di genere e sul dilagare in tutto il mondo di un’onda impressionante di protesta, ma lo scontro al fulmicotone tra Luxuria e Argento.

Gli argomenti sostenuti da Luxuria, che contesta la ‘autenticità’ della denuncia dell’attrice, non solo lontani da quelli perorati da Libero, che nei giorni passati ha intrapreso una vera e propria crociata contro la figlia del grande Dario Argento, che ha toccato il culmine con un editoriale di Renato Farina significativamente intitolato Prima la danno via poi frignano e fingono di pentirsi, affiancato da Vittorio Feltri, Vittorio Sgarbi, Mario Adinolfi (che l’ha paragonata a una prostituta), Enrico Brignano e altri. Un interessante campionario di quel linguaggio sessista e aggressivo di cui parla da ultimo il Piano femminista contro la violenza maschile sulle donne e la violenza di genere, redatto dal movimento Non una di meno.

Bene. Anzi male. Non credo siano stati in tanti ad avere compreso la posizione di Luxuria. Certo, può essere sensato chiedersi183920585-41fe6510-7793-4de3-8e29-6dd8c5f2a373 perché si denunci una violenza a distanza di venti anni e come mai i rapporti tra i due siano proseguiti nel tempo. Altrettanto sensato tuttavia è chiedersi se una ragazza di vent’anni che abbia subito un rapporto non consenziente possa avere paura e vergogna nel denunciarlo, soprattutto se l’uomo in questione è uno dei più potenti uomini d’America. Pure ragionevole è chiedersi se sia semplice per una giovane artista che sta assaporando la notorietà internazionale puntare il dito contro colui che ha prodotto film come Pulp Fiction, Kill Bill, Sin City, Shakespeare in Love, macinando premi su premi.

Ma Luxuria non cede e continua imperterrita nella sua perorazione, non scalfita neanche per un attimo dall’ombra del dubbio. Comprendo che l’ex deputata di Rifondazione comunista sia ormai avvezza ai toni aspri e alle zuffe de Il Grande Fratello e L’Isola dei famosi ma ci sono alcune domande alle quali dovrebbe rispondere:

  1. Anche Ashley Judd, Gwyneth Paltrow, Angelina Jolie, Mira Sorvino, Rose McGowan, hanno denunciato di essere state vittime nel corso del tempo di molestie e violenze da parte di Weinstein. Perché credere alle loro storie e non a quella di Asia Argento?
  2. Oggi sono in tanti ad affermare: Noi sapevamo, alludendo al carattere brutale, violento, arrogante del potente patron della Miramax, che Ben Affleck non ha esitato a dipingere come un uomo duro, privo di freni inibitori e Spike Lee “un grosso ratto bastardo”. Anche loro, vent’anni dopo. Perché dare loro credito e non ad Asia Argento?
  3. Ammettiamo –per pura ipotesi naturalmente- che Argento abbia accondisceso alle profferte di Weinstein per non pregiudicare la propria carriera. Ma Weinstein –e gli uomini come lui- ha/hanno il diritto di fare quel che ha/hanno fatto?

Argento in questi mesi ha raccontato la sua storia, ha denunciato, ha accettato di dialogare con tutti, detrattori compresi, dalle pagine dei giornali e dal suo profilo twitter. Ieri ha dichiarato di aver accolto l’invito a comparire in tv per confrontarsi con chi si è scagliato contro di lei, denigrandola. Ci ha messo la faccia. Così facendo ha accettato di mettere in questione anche il rapporto con i figli ed il suo compagno, la sua carriera. In una parola, la sua vita. Non credo si possa accettare di pagare un prezzo così alto solo per rilanciare il proprio nome.

Credo invece che le parole di Farina, Feltri, Vittorio Sgarbi, e, ahimè, di Vladimir Luxuria, la dicano lunga su un pregiudizio inveterato quanto ignobile, che divide il mondo in due, bianco e nero, vittime e carnefici, che vede ancora la donna come puttana o madonna. Che appiattisce ai consueti luoghi comuni l’intreccio perverso tra denaro, sesso e potere e il modello time-1030x615sociale che su di esso si fonda. E’ lo stesso meccanismo che spinge un giudice a chiedere a chi ha subito violenza se, in quel momento, portava le mutandine, i jeans stretti o la gonna corta e che dissuade molte, tante, troppe, donne a non denunciare quel che hanno subito. E’ lo stesso automatismo di chi consiglia alla donna di non denunciare il marito violento perché “hanno una famiglia” e “ci sono i figli” o il fidanzato con la mano pesante perché “dopo, chi vuoi che ti sposi ?”.

Qualche giorno fa Time ha scelto di nominare persone dell’anno le donne del movimento #metoo e l’ha motivato così:

Siamo nel bel mezzo di una rivoluzione che è solo all’inizio. Non sappiamo quale sarà il suo impatto finale. Quanto sarà esteso, quanto sarà profondo, se ci sarà un contraccolpo. La vera prova di questo movimento sarà la sua capacità di cambiare la realtà delle persone per le quali dire la verità è troppo minaccioso.

Una motivazione che va letta con attenzione, come sottolinea Ida Dominijanni su Internazionale.  Perché parte dal silenzio delle donne e dal coraggio di prendere finalmente la parola, che si tratti di una famosa attrice o di una segretaria, di una manager, di una studentessa o di una ricercatrice universitaria. Perché riconosce che ancora una volta è partito un movimento che sta percorrendo tutti i continenti, che non si fonda solo sulla protesta ma sulla necessità di riconquistare lo spazio pubblico, sulla voglia di cambiare (come dimostra il successo di campagne come #nonunadimeno o #metoo). E sulla voglia di verità.

L’innesco l’hanno dato le donne ma a raccogliere il testimone sono uomini e donne che insorgono contro la cultura dell’uomo metoo2bianco, maschio, occidentale che fa dire al politico di turno di essere orgoglioso delle proprie prodezze sessuali piuttosto che di avere lavorato per ridurre la povertà o per consentire a tutti, ricchi e poveri, l’accesso a servizi sanitari di qualità o alle politiche per affrontare gli effetti dei cambiamenti climatici. Lo scrittore Paolo Di Paolo dalle colonne dell’Espresso qualche mese fa ha scritto a chiare lettere che “non sposteremo avanti di un millimetro il discorso pubblico, se non saranno anche gli uomini a parlare – a parlare apertamente, responsabilmente – delle violenze che le donne subiscono” .

Uscire dall’angolo -molto frequentato da noi donne- del silenzio, fare sentire la propria voce, parlare, discutere, è un passo fondamentale per trasformare radicalmente il rapporto tra uomini e donne, nel privato e ancor più nel pubblico. Jane Austen lo aveva capito duecento anni fa, e della parola, del dialogo incessante tra i sessi ha fatto il filo rosso che percorre tutti i suoi romanzi.

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13. dicembre 2017 by Anna Puleo
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A Ciambra di Jonas Carpignano, il bildungsroman di un giovane rom. La recensione

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Un film bello e commovente, lo ha definito Martin Scorsese. Ma anche un film duro e poetico, che gioca con gli stereotipi più inveterati. A Ciambra è il secondo appuntamento con la regia di Jonas Carpignano, giovane italo-americano che ha scelto di vivere tra gli States e Gioia Tauro. E’ qui, in Calabria, che nasce il suo primo film, Mediterraneo. Ed è qui, durante le riprese del suo film d’esordio, che gli viene rubata l’auto e che conosce Pio e la comunità rom della Ciambra.

 

A-CiambraNel film, voluto da un parterre di produttori internazionali su cui veglia il grande Martin Scorsese, che ha già ottenuto gli applausi della Croisette e la nomination agli Oscar 2018 come Miglior film straniero, Carpignano racconta la quotidianità di Pio Amato e della sua famiglia nella boundenville della Ciambra, a Gioia Tauro. Dove i segni di uno sviluppo mai decollato e di un tessuto sociale estremamente degradato, smembrato dalla presenza pervasiva della ‘ndrangheta, dove convivono con i nuovi commensali di una mensa sempre più risicata, rom e migranti.

Pio, giacca di pelle e sigaretta in bocca, curioso e irrequieto come può essere un ragazzo di14 anni, non sa leggere né scrivere ma ha un’intelligenza pronta, un istinto unico e sicuro di accattivarsi la simpatia altrui e una rara abilità di risolvere (a suo modo) i problemi. Così, quando padre e fratello finiscono in carcere, è lui a inventarsi una nuova fonte di reddito (il furto di valigie sui treni che fermano alla stazione di Gioia) per poter sbarcare il lunario insieme alla madre e al folto clan familiare.

Dal nonno Pio impara che la vita di un rom non è fatta solo di furti e piccoli espedienti quotidiani, del sopravvivere alla giornata, del pagare il prezzo degli sgarri o le bollette dell’elettricità, non è il degrado e l’anomia della Ciambra, ma è altrove, nella loro irriducibile a-ciambra1singolarità. “Siamo noi contro il mondo”, sono le ultime parole che il vecchio lascia al nipote.

Pio non ha, però, la forza di ribellarsi al ferreo codice di sangue della famiglia. Il clan traccia una linea precisa, che non cede a mediazioni o ambiguità, sotto e sopra la quale non c’è né può esservi nulla, neanche l’amicizia. Pio si trova di fronte a una scelta dolorosa, più grande di quella che qualsiasi ragazzo potrebbe sopportare, eppure sceglie, e scegliendo tradisce il suo unico amico, Ayiva, un migrante nigeriano, conferma la sua appartenenza, il suo destino, e l’ingresso in quel mondo di adulti da sempre bramato.

Tra documento e finzione, quella di A Ciambra è una storia di formazione, dura e amara. Tornano alla mente le lezioni di Truffaut, di De Sica, Zavattini e Rossellini. E’ Rossellini a spiegare che il personaggio è la lente attraverso la quale riusciamo a vedere il contesto. Una lezione che Carpignano tiene costantemente in mente. La camera tallona Pio, gli si avvinghia in un corpo a corpo permanente, ne scruta gli sguardi, le insicurezze e le certezze granitiche, ne svela il bisogno di amore e di riconoscimento. Il regista ha vissuto per mesi con la famiglia Amato, si è avvicinato con a ciambraonestà e curiosità, senza pregiudizi, ne ha ascoltato le storie, ha condiviso e partecipato a momenti piccoli e grandi della quotidianità, ha chiesto ai suoi attori-non attori (primo tra tutti Pio, ma bravissima anche Iolanda, sua madre, e Koudous Seihon, nella parte di Ayiva) di essere se stessi, fino in fondo.

La storia di Pio e della sua famiglia è anche la storia delle comunità che convivono sul territorio, gli ‘italiani’, i rom, gli africani, e dei loro rapporti, impressi nella rigida delimitazione degli spazi –urbani e non solo- tra la cittadina, la periferia-ghetto della Ciambra, la zona d’ombra del nuovo ghetto, la tendopoli di San Ferdinando in cui vivono i migranti, riprendendo il filo di un discorso avviato in Mediterraneo e destinato a concludersi nel successivo terzo capitolo della trilogia voluta dal regista. Separazione che ritorna negli spazi assegnati ad adulti e bambini, donne e uomini della Ciambra, spaccato in vitro di modelli sociali sedimentati nei secoli e oggi percorsi da mutazioni antropologiche radicali (vedi il contrasto tra il rumore assordante di moto e auto con le loro gimkane nel campo rom e quello degli zoccoli del cavallo che compare in apertura e appare e scompare per tutta la narrazione, metafora di un’identità perduta).

Q&A A CiambraA Ciambra non è tuttavia un saggio antropologico né una fiction sulla falsariga di Gomorra, modelli dai quali prende esplicitamente le distanze, come del resto da luoghi comuni e narrazioni polarizzate. A Carpignano non interessa dove stiano il Bene e il Male. Il suo sguardo si appunta con una insospettabile forza espressiva sul passaggio all’età adulta di un adolescente che ha fretta di crescere, e subito, nell’universo della Ciambra, microcosmo esemplare di diseguaglianze e povertà globalizzate. Il suo obiettivo è dare visibilità e voce a chi per definizione non ha né l’una né l’altra. E non è un caso che sia un giovane cineasta arrivato da oltre Oceano, dal melting pot della Grande Mela, a restituirci  con uno sguardo diverso questa faccia del nostro Sud. Sono ragioni sufficienti per andare a vedere questo piccolo grande film.

 

 

 

 

 

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04. dicembre 2017 by Anna Puleo
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Jane Austen la divina

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Lo confesso. Ho fatto parte a lungo di quella cerchia di persone che non l’hanno mai letta, per pigrizia o perchè colpiti dallo strale del pregiudizio, lo stesso che nei suoi libri lei ha dipinto in diversi colori e sfumature. Poi, un anno fa, l’idea di farne un laboratorio mi ha spinto a leggere Orgoglio e Pregiudizio ed è stato lì che si è presa la sua rivincita. In una manciata di ore, uno dopo l’altro, ho finito per leggere tutti e sei i suoi romanzi, ho sofferto per la sicurezza di giudizio di Elizabeth Bennet e la scarsa considerazione di sé di Fanny Price, ho sorriso per la saccenza di Emma, i tic e la megalomania di papà Woodhouse e di sir Walter Elliot, il pervicace esporsi al pubblico ludibrio di Mr. Collins e Mrs. Bennet, e seguito con angoscia la sottomissione di Anne Elliot al volere altrui e l’irruenza cieca di Marianne.

Io_Jane_Austen_1La puoi vedere in tanti modi Jane Austen, una amabile signora che scrive per passatempo, una moralista, una zitella di talento dai modesti orizzonti tracciati dal suo ceto sociale, una squisita artista del ricamare storie, come scrive Nabokov, una acuta osservatrice di vizi e virtù della società inglese di inizio Ottocento o un genio che ha saputo trascendere la sua epoca per restituirci verità universali e senza tempo e un attualissimo campo di interrogazioni del nostro presente, ma ciò che non puoi non fare è coglierne la grandezza.

 

A colpirti all’inizio sono il nitore della scrittura, le descrizioni immacolate, la perfezione dei dialoghi, il registro beffardo e graffiante, divertente e irriverente, sempre pronti a centrare miserie e vezzi, individuali e sociali, senza risparmiare nessuno, comprese le sue eroine. Man mano, però, a stupire è la sapienza usata nel nascondere strutture complesse dietro una scrittura impalpabile; l’abilità nel tenere sempre saldamente le redini, senza farsele sfuggire, di un labirinto narrativo in cui temi e biografie personali si intrecciano, si contorcono e dipanano, si allontanano in direzioni diverse per ritornare al punto di partenza; l’arte di inanellare uno dopo l’altro personaggi reali e convincenti, che soffrono, amano, sono forti e fragili insieme; l’ esercizio ininterrotto di uno sguardo affilato, mai indulgente, sugli stereotipi e il provincialismo, l’egoismo e le ipocrisie dei contemporanei.

cinema austenLa più perfetta artista tra le donne, come la definì Virginia Woolf (che le ha dedicato pagine inimitabili ne Il lettore comune e in Una stanza tutta per sè), tesse pazientemente, un’opera dopo l’altra, la tela del romanzo di formazione, dove il dialogo incessante, la relazione simbolica con un’altra donna, il pensare le proprie emozioni, la conquista dell’amore, sono il viatico a una presa di coscienza, spesso dura e dolorosa, sulla difficile arte di stare al mondo. Lo ricorda Liliana Rampello nel suo Sei romanzi perfetti (2014), citando Franco Moretti (Il romanzo di formazione), che Emma Anna, Elizabeth si collocano a fianco di Wilhelm Meister per raccontare tuttavia un’ altra storia di formazione, diversa da quella che ha il suo fulcro nell’eroe di epica memoria, cristallizzato in un modello senza tempo, giacché lo sfondo imprescindibile del romanzo austeniano è la quotidianità, lo scorrere ordinario e accidentato dell’esistenza. E’ dentro il perimetro del quotidiano che la protagonista contratta la propria libertà e afferma se stessa superando gli ostacoli del conflitto tra dovere e felicità. Un percorso meticolosamente scandito da uno stile inimitabile e dall’uso ripetuto di un dizionario marcatamente austeniano (su cui vedi due recenti studi citati in questo articolo del New York Times).

…a lei (Jane Austen) bastava rappresentare quel che sapeva vedere, e cioè che una ragazza, se legata da un saldo vincolo con un’altra donna, poteva amare un uomo senza rischiare di perdersi e, ancor più, poteva imparare da lui qualcosa, poteva insegnare a lui qualcosa d’altro. Insomma…le donne possono imparare tra loro e anche da un uomo, gli uomini non imparano granché tra loro ma possono imparare da una donna, in una visione del rapporto e del conflitto tra i sessi nuova per il suo tempo e innovativa ancora oggi; ogni gesto di una delle ragazze mostra una relazione, porta con sé il potere e la responsabilità della modificazione. (L. Rampello, Sei romanzi perfetti)

Quelle di Austen in realtà non sono perfette eroine romantiche, come vorrebbe la vulgata dominante, ma donne capaci di mettersi in gioco nella sfida della relazione con l’altro, rimanendo fedeli in ogni caso a “ciò che siamo, ciò che abbiamo e

EMMA [BR / US 1996]   GWYNETH PALTROW, TONI COLLETTE     Date: 1996 (Mary Evans Picture Library)

ciò che facciamo” (sempre Rampelli), nella consapevolezza della propria irriducibile imperfezione e della responsabilità che si ha verso se stesse e verso il mondo. Al di là dei giochi di sguardi e di seduzione, dei volubili moti del cuore, della fascinazione per le avventure e le grandi idee, le personagge (termine evocato ne L’invenzione delle personagge da Bia Sarasini, Roberta Mazzanti, Silvia Neonato, Iacobelli) austeniane guardano a un orizzonte possibile, solido e a portata di mano, in cui muoversi con libertà e felicità.

Questa penna straordinaria che in tanti non hanno esitato a paragonare a quella di Shakespeare non ha faticato molto a diventare una vera e propria icona, di cui si sono appropriati non solo l’editoria ma anche cinema e televisione, teatro e web, in un profluvio di edizioni in decine di lingue, di film e siti web, dove è possibile trovare le sue opere e scaricarle gratuitamente insieme a lettere e aforismi, aneddoti, ricette di dolci, musica. Un mercato saturato in questi mesi da nuove uscite in occasione del doppio bicentenario, dalla morte e dalla uscita del suo ultimo lavoro, Persuasione. Eppure i suoi romanzi inizialmente furono rifiutati dagli editori e ferocemente censurati dalla critica che riteneva la sua opera sbiadita e banale. Non la pensano così scrittori come Virginia Woolf, Samuel Beckett, Margaret Atwood, Katzuo Ishiguro, Ian McEwan che hanno confessato ripetutamente il loro debito verso la scrittrice inglese.

Che ne penserebbero di tutto questo quei detrattori e scrittori  del suo tempo che si sentivano in dovere di  offrirle preziosi suggerimenti, qua e là, su come costruire il perfetto romanzo per signorine, ai quali l’ineffabile Jane rispondeva, senza dimostrare turbamento o disappunto, con un Piano di un romanzo secondo suggerimenti vari?

L’eroina deve essere la figlia di un ecclesiastico, che dopo aver molto vissuto nel mondo se ne ritira, e si stabilisce in una parrocchia vivendo di un suo piccolo capitale. Il più eccellente uomo che si possa immaginare, carattere, umore, maniere perfette, senza nessun tratto negativo e nessuna caratteristica che gli impedisca di essere il più delizioso compagno per la figlia da un capo all’altro dell’anno. ….Spesso rapita dall’antieroe ma sempre salvata dal padre o dall’eroe. Spesso costretta a mantenere se stessa e il padre colla sua attività e a lavorare per il pane; continuamente ingannata e defraudata del suo; ridotta a uno scheletro e qua e là morta di fame. Alla fine, cacciati fuori dalla società civile, privati dal riparo della più umile capanna, sono costretti a ritirarsi nelle Camciatca, dove il povero padre, completamente distrutto, sentendosi prossimo alla morte, si getta a terra, e dopo quattro o cinque ore di teneri consigli e paterne ammonizioni all’infelice sua figlia, spira in una esplosione di raffinata cultura letteraria, mescolata a invettive contro i detentori di rendite da decime. L’eroina per qualche tempo inconsolabile, si trascina alla sua contrada natale, sfuggendo di stretta misura e almeno venti volte alla cattura da parte dell’antieroe; e alla fine proprio al momento giusto, svoltando l’angolo per sfuggirgli, cade nelle braccia dell’eroe che, avendo finalmente respinto gli scrupoli che lo bloccavano, stava proprio mettendosi in cerca di lei. Il più tenero e completo  éclaircissement ha luogo….(in J.E. Austen-Leigh, Ricordo di Jane Austen)
keira-knightley jane auten

Basterebbe questo brano, insieme a diverse annotazioni disseminate nelle lettere, a confutare l’idea inveterata che Austen non avrebbe lasciato traccia alcuna del suo straordinario laboratorio di scrittura, lasciando spazio a definizioni, come quella di Henry James, di autrice ‘istintiva‘, che non trovano sostegno in una scrittura estremamente calibrata, controllata fino al parossismo, a iniziare dall’incessante come and go dalla mente delle sue protagoniste, che anticipa di un secolo i mutamenti epocali introdotti da Proust e Joyce.

Se nella sua breve esistenza Austen non andò oltre il triangolo di terra tra Steventon, dove era nata, Bath e Chatown, con l’eccezione di qualche breve puntata a Londra,  il suo nome e le sue opere hanno attraversato gli oceani, valicato montagne, attraversato generi (dall’erotico al fumetto passando per le chick lit) e canoni letterari arrivando immutate nella loro potenza espressiva, e sovversiva, sino a noi.

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29. novembre 2017 by Anna Puleo
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Parole

Colin in God we trust

«Io credo soltanto nella parola. La parola ferisce, la parola convince, la parola placa. Questo, per me, è il senso dello scrivere». Sto pensando a un articolo sulla parola cercando il punto di vista giusto per eludere il cappio dello scontato, del già detto, del banale, quando mi capita sotto gli occhi questa frase di Ennio Flaiano, uno che le parole le conosceva quanto l’aria che respirava.

Chi ogni giorno, o quasi, fa i conti con la parola –parlata, scritta, poco importa- non può che sottoscrivere il pensiero di Flaiano. La parola può colpire o persuadere, infuocare o rasserenare, può servire a nascondere o svelare, a convertire o costringere, ad accompagnarci in un universo di meraviglie o a gettarci nella più cupa prostrazione. Mero segmento di una catena parlata o scritta che non può essere troncata, come la definiscono i linguisti, o magnifica ossessione e indicibile tormento.

Colin BabeleIn principio fu il Verbo. Tanto per intendere che la parola è tutto, l’alfa e l’omega di tutte le cose, potenza creatrice, atto pieno e perfetto. Parola che mette ordine nel caos e che al caos è destinata a tornare.

All’inizio c’era anche la retorica -‘discorso sul discorso’ la definisce Barthes  – che ha ingabbiato la parola in regole rigorose per farne un mezzo potente di persuasione che si affida alle armi raffinate dello stile e del lessico e alla sapienza narrativa, ovvero un mezzo di ricerca della verità, come sostiene Platone in dissenso con i sofisti.

In eterna oscillazione tra la tecnica e l’ arte, la parola e i suoi usi (simbolicamente immaginata da Zenone come una mano aperta, a indicare le mille forme che essa può assumere e il suo protendersi nel tempo e nello spazio) nei secoli sono stati studiati, categorizzati, plasmati in direzioni diverse, contendendo il campo di volta in volta alla filosofia, alla dialettica, all’educazione delle nuove generazioni(paideia). E non è un caso che il trattato Sul Sublime, nel segnare la strada di una parola che nella sua grandiosità, nella sua potenza, fuori da artifici e regole, è in grado di condurre gli ascoltatori all’estasi, sia il testo più compulsato di tutti i tempi insieme alla Poetica di Aristotele.

A disputarsi il primato della parola sono state nei secoli la Chiesa e la letteratura, la politica e i filosofi, la psicoanalisi e la Colin newa 5semiotica, fino a quando media e marketing, soprattutto, l’hanno ricondotta alla vita di ogni giorno, alla sfera dei comuni mortali, senza eccezioni. Ma è l’uso secolare della parola come tecnica di persuasione (e costrizione) a prendere il sopravvento e trionfare, tanto da spingere Gianni Rodari a riaffermare la necessità di affidare “tutti gli usi della parola a tutti”, perché essere artisti è una scelta ma non essere schiavi lo è assai di più.

Oggi i canoni che presiedevano le raffinate evoluzioni del discorso, a partire da quello poetico, non sono più applicabili al linguaggio quotidiano, che registra un diffuso appiattimento, tra neologismi, anglicismi (una piccola battaglia condotta tempo fa da Anna Maria Testa con la campagna Dillo in italiano), ashtag compulsivi, gerghi tecnologici, slang giovanili e tormentoni vari, che hanno ridotto la nostra cassetta degli attrezzi linguistica a un repertorio di parole sempre più limitato, povero, ripetitivo.

E’ lo spirito dei tempi. Certo. Ma capire di cosa stiamo parlando, come recita il titolo di un saggio appena uscito con la curatela di Filippo La Porta, non è marginale. E se gli scaffali delle librerie sono invasi da testi sull’italiano del XXI secolo e su come parlare (e scrivere), se sui social aumentano le segnalazioni di #paroleorrende –da cinepanettone a rottamare, per non parlare di sdoganare e implementare, passando dall’onnipresente effettuare, termini che spesso illuminano il grado zero del pensiero-, se si moltiplicano festival e incontri sul tema, se anche le blasonate Accademia della Crusca e la Treccani Colin the fall of faeton 2hanno raccolto la sfida di seguire sul web le rutilanti metamorfosi della nostra lingua, è altrettanto vero che gli ultimi studi Ocse ci dicono che una nutrita percentuale di italiani è incapace di capire ciò che legge. Lo chiamano analfabetismo funzionale, tanto per dire che puoi saper leggere e scrivere ma non comprendere un testo più lungo della lista della spesa. Tullio De Mauro lo sintetizzava efficacemente con l’esempio de “il gatto miagola”, spiegando che basta aggiungere “perché vorrebbe bere il latte” per mandare in tilt un bel po’ di gente, a prescindere dal titolo di studio. In questo, almeno, l’analfabetismo è democratico. Un dato che fa’ il paio con il tasso di lettura che interessa neanche la metà degli italiani e con l’assenza di modelli strutturali di formazione permanente, a sancire, ancora una volta, il fallimento delle politiche varate dai Governi negli ultimi vent’anni.

 

Eppure la lingua italiana comprende oltre 260 mila vocaboli, di cui almeno di due mila di uso comune. Fiumi di parole, cantavano i Jalisse, di cui a male pena usiamo poche centinaia di lemmi. Parole che dovremmo conoscere meglio non per maneggiarle come capita ma per scoprirne la bellezza, per goderne in tutta la loro pienezza, per farne un uso consapevole. Un compito che è anche una responsabilità di fronte al dilagare di fake news e hate speech, in tempi in cui leggi e atti pubblici costituiscono sfide continue all’intelligenza del cittadino (lo spiega Gianrico Carofiglio in Parole precise, Laterza, riproposto da poco nella collana Biblioteca della lingua italiana del Corriere della Sera) e i progetti politici sono ridotti a pochi slogan (non sempre efficaci).

 

E all’uso consapevole e responsabile della parola una grande scrittrice come Jumpa Lahiri, che qualche anno fa si è DEMOCRACY-Gianluigi-Colintrasferita con famiglia e bagagli a Roma per imparare l’italiano, ha dedicato il suo primo libro nella nostra lingua, In altre parole che, tra letture, elenchi, stupori e rivelazioni, esplora il complesso rapporto che abbiamo con il linguaggio, il senso di fascinazione e di estraniazione insieme che ci lasciano le parole, l’ansia disperante e la gioia di farsi capire e di capirsi, di lanciare un ponte, e attraversarlo, fiduciosi che ci porterà da qualche altra parte.

 

Cosa significa una parola? E una vita? Mi pare alla fine la stessa cosa. Come una parola può avere tante dimensioni, tante sfumature, una tale complessità, così una persona, una vita. La lingua è lo specchio, la metafora principale. Perché in fondo il significato di una parola, così come quello di una persona, è qualcosa di smisurato, di ineffabile. (J. Lahiri, In altre parole)

(Opere di Gianluigi Colin

 

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22. novembre 2017 by Anna Puleo
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Cento anni

cento anni 1917 2017

Sconfitta. Disfatta. Catastrofe. In un elenco di parole-chiave del Novecento, questi termini starebbero ai primi posti se è vero che il cd. ‘secolo breve’, che tanto breve poi non è, è profondamente percorso da sciagure abissali. E da profondi rinnovamenti. Alla radice della parola del resto c’è il greco κατα-στροϕή, che indica il mutamento di ogni cosa. Il secolo si apre con la scoperta della ‘teoria dei quanti’ che spalanca orizzonti inediti alla scienza, Freud pubblica L’interpretazione dei sogni, l’anarchico Bresci uccide Umberto I, muoiono anche la regina Vittoria e Nietzche. Raffigurazione plastica della fine di un’epoca che innerva alcuni semi nella nuova era che sta arrivando. Anticipando alcuni degli eventi epocali del secolo: la Rivoluzione d’Ottobre, il primo e il secondo conflitto mondiale.

 

Di sconfitte e di sconfitti la storia abbonda. Ma se la vittoria è un punto infinitesimale, la sconfitta è un continente vastissimo, la condizione per eccellenza in cui l’umanità naviga da sempre. In realtà, suggerisce Laurent Gaudè nel suo ultimo libro, centoanni02Ascoltate le nostre sconfitte, la storia insegna che vittoria e sconfitta (lo sapevano bene gli antichi greci) sono due facce della stessa medaglia, in cui –spesso- il confine è labilissimo, se non illusorio.

24 ottobre 1917. Cento anni fa a Caporetto le truppe austro-ungariche e tedesche penetrano nel territorio italiano e travolgono militari e civili. Caporetto racconta la disfatta di un esercito e la sua resurrezione, i paradossi della guerra di posizione e l’incapacità dei comandi militari, la tragedia di centinaia di migliaia di civili sottoposti a violenze di ogni genere, spogliati dei loro beni, compreso quello più prezioso, la vita, i più fortunati costretti ad un esodo biblico. Caporetto è diventata da quel momento sinonimo di una sconfitta disastrosa quanto umiliante, di una frattura profonda nel corpo di una nazione, nella carne viva di un popolo.

Parte da qui Davide Ferrario nel suo ultimo lavoro, Cento anni, nelle sale dal 4 dicembre, per parlare di questa e altre Caporetto di casa nostre, delle lacerazioni e ferite registrate dal nostro paese in un secolo di storia. Un racconto in quattro atti in cui scorrono i morti della Grande Guerra e della Risiera di San Sabba, le vittime del Vajont e di Piazza della Loggia a Brescia.

Ma ci sono anche i vivi: i pronipoti dei profughi arrivati dopo Caporetto dalle città e dalle campagne trevigiane, veneziane, cento-anni-marco paolinivicentine; gli eredi dei ‘figli di guerra’, frutto di migliaia (la cifra esatta non si conoscerà mai) di stupri, molti dei quali, rifiutati dalle famiglie, vennero ricoverati negli istituti o affidati ad altre coppie. Ma ci sono anche le immagini delle Caporetto più vicine a noi, i familiari delle vittime delle stragi e gli italiani figli di un dio minore, di quel Sud in cui l’emigrazione non è mai cessata, un Sud sempre più povero, sconfitto da politiche fallimentari e da progetti industriali mai del tutto decollati, in cui l’economia globale ha tranciato di netto geografie dei luoghi e il corpo vivo delle comunità, di cui parla Franco Arminio.

Nel docu-film i volti di Arminio, di Marco Paolini e Massimo Zamboni (ex CCCP e CSI), che racconta la storia del nonno Ulisse legata a filo doppio a quello di chi lo giustiziò (L’eco di uno sparo), si avvicendano a quelli dei vivi e dei morti, in un immenso affresco corale in cui protagonista è tutto un popolo.

Insieme a Caporetto c’è un’altra grande disfatta da ricordare, quella dell’Impero ottomano che trascina con sè un intero popolo, gli armeni, sottoposti a una sistematica operazione di deportazione e annientamento. Un crimine che diventa emblema di centinaia di altre tragedie del secolo scorso, come ci ricorda Mario Brunello ad apertura del film con Havun Havun, un canto antico, struggente e malinconico, di caduta e di resurrezione.

 

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15. novembre 2017 by Anna Puleo
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1917: la rivoluzione delle donne

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Che la Russia fosse, in questi ultimi giorni, alla vigilia di una rivoluzione, è indubitabile….L’essenziale adesso è la stampa e l’organizzazione degli operai in un partito socialdemocratico rivoluzionario […]. Sono assolutamente indispensabili un programma ed una tattica più rivoluzionari (se ne ritrovano gli elementi in K. Liebknecht, nel Socialist Labor Party americano, nei marxisti olandesi e così via) ed è assolutamente necessario unire il lavoro legale con quello illegale […] con l’obiettivo della conquista del potere da parte dei “Soviet dei deputati operai” […]. Abbiate la bontà […] di scrivermi un paio di righe per sapere fino a che punto siamo d’accordo e fino a qual punto no…

 

E’ lo stralcio di una lettera scritta da Vladimir Il’ič Ul’janov, meglio noto come Lenin, nel marzo 1917 dopo aver appreso della sommossa di Pietrogrado e indirizzata ad Aleksandra Kollontaj. Insieme a lei, una nutrita pattuglia tutta al femminile condividerà fino alla fine il programma politico dell’animatore di una delle tappe cruciali della storia del ‘900.

C’è un’altra faccia, meno conosciuta, della Rivoluzione d’Ottobre, di cui ricorre in questi giorni il centenario, ed è affidata alle donne. Donne rivoluzionarie, donne dell’aristocrazia e donne del popolo, battaglioni femminili che vengono mandate al fronte in prima Aleksandra_Kollontaj-200.gpg_linea e poetesse come Marina Cvetàeva e Anna Achmàtova. E le donne del Zhenotdel, fondato dalla Kollontaj insieme a Nadezhda Krupskaja e Inessa Armand, rispettivamente moglie e amante di Lenin, che aprono corsi di alfabetizzazione, consultori, centri di assistenza all’infanzia, promuovono campagne di stampa e la presenza massiccia delle donne nei luoghi di lavoro, nei sindacati e negli organismi di rappresentanza dei lavoratori.

Il primo governo sovietico viene varato nella primavera del 1918. Nella foto di gruppo al centro spiccano Lenin e, alla sua sinistra, unica donna con eccezione della segretaria, Aleksandra Kollontaj. Bella e colta, figlia di un nobile e di una facoltosa borghese, Aleksandra Kollontaj trascorre diversi anni spostandosi in tutta Europa per tornare in Russia solo dopo lo scoppio della Rivoluzione, al seguito di Lenin, per essere nominata Commissario del popolo all’assistenza sociale, prima donna nella storia a ricoprire la carica di ministro. Aleksandra ha una mente lucida e affilata, è determinata e non ha timore di esprimere le sue idee, anche a costo di perdere tutti gli incarichi politici e di attirarsi gli strali della nomenklatura del partito. Ma la sua buona stella le permetterà di sfuggire alle ritorsioni dei bolscevichi e alle purghe staliniane.

Anche Nadežda Konstantinovna Krupskaja è un’attivista della prima ora della causa bolscevica. Conosce Lenin in una Inessa1riunione politica e lo segue nell’esilio siberiano per diventarne ben presto la moglie e una delle principali sostenitrici della Rivoluzione. Entra nel Comitato Centrale impegnandosi soprattutto nella creazione di una nuova scuola, rivolta alla formazione del comunista modello, che unisce cultura generale e tecnica, creatività e libertà, ispirandosi alle teorie della scuola di Jasnaja Poljana di Tolstoj.

Accanto a Lenin in quegli anni c’è un’altra donna. Si chiama Inessa Armand, anche lei è bella e libera, fuori da ogni canone dato, intelligente e passionale, madre di cinque figli avuti dal marito (al quale resterà sempre legata) e dal cognato. Anche lei si vota anima e corpo alla causa bolscevica, conosce Lenin e se ne innamora, intreccia con lui un forte sodalizio probabilmente sentimentale (con il consenso di Nadežda) oltre che politico.

Inessa non è solo una donna di grande fascino ma ha il dono di proiettare sugli altri gioia di vivere, calore, amore e abnegazione assoluta. Non è difficile credere che per Lenin sarà qualcosa di più della compagna Inessa. Alla sua morte, nel 1920, vorrà che le sue spoglie riposino sotto le mura del Cremlino insieme a quelle dei padri della Rivoluzione e ne adotterà i figli.

Tra ostacoli, contraddizioni e mutamenti di rotta, anche radicali, come quelli impressi da Stalin, la Rivoluzione d’Ottobre consegnerà alle donne la piena eguaglianza agli uomini, al lavoro come in casa, il diritto al divorzio e all’aborto, all’istruzione, alla contraccezione, consentendo loro quella autonomia sociale ed economica necessaria per sottrarsi al braccio secolare dei padri e della Chiesa. Nei primi anni del ‘900 alle russe viene riconosciuto un fascio di diritti essenziali, compreso quello di voto, anticipando l’onda lunga del riconoscimento del principio di eguaglianza sostanziale che in molti paesi –Italia compresa- sarà ancora di là da venire.

Le donne sono ovunque, nelle fabbriche, negli uffici, negli organismi di partito. I bolscevichi partono dall’uso del tempo, tradizionalmente disp748px-KrupskayaYLenin1922PorMariaUlyanovaari tra i due sessi, sbilanciato a sfavore delle donne cui incombe l’intero carico dei lavoro domestico e di cura. Comprendono che assicurare alle donne l’indipendenza economica, socializzare il lavoro domestico, creando asili nido, lavanderie e mense collettive, assicurando una serie di garanzie nei luoghi di lavoro, significa sostanzialmente dare spazio alla crescita personale, ai rapporti, all’impegno politico e nella società.

Gli ideali rivoluzionari di stampo socialista e utopista si scontreranno con la catastrofe sociale ed economica lasciata in eredità dalla Grande Guerra e dalla guerra civile e con le derive staliniste che metteranno fuori gioco tutte le conquiste volute da un manipolo di intellettuali catapultati alla guida di una società fondamentalmente ancora arcaica, che come l’araba fenice dopo qualche anno è risorta mettendo nell’angolo acquisti fondamentali nel campo dei diritti e dei rapporti tra i generi, proiettando la sua ombra oscura persino a un secolo di distanza.

Restano le storie di donne come Aleksandra, Nadežda, Inessa, che contribuirono a dare concretezza e senso alla Rivoluzione dei Soviet e forse ne compresero prima di altri i limiti, donne che seppero condurre la propria vita secondo libertà e indipendenza di giudizio e che, soprattutto, seppero restare fedeli a sé stesse.

Se ho raggiunto qualcosa nella vita, non lo devo alle mie qualità personali; direi piuttosto che quanto ho raggiunto non è che un simbolo del cammino che la donna ha già compiuto sulla strada del riconoscimento sociale. Se una donna è potuta arrivare alle massime cariche politiche e diplomatiche, si deve al fatto che milioni di conne erano state inserite nel lavoro produttivo…Sono state le tempeste rivoluzionarie ad esprimere l’energia rinnovatrice che ha permesso di spazzar via pregiudizi antichissimi sulla donna, e solo la nuova umanità, il popolo che lavora e produce può essere in grado, costruendo una società nuova, di attuare la completa equiparazione e liberazione della donna. (A. Kollontaj, Autobiografia)

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07. novembre 2017 by Anna Puleo
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Donne guerriere sciamane sulla Via della Seta

lilith donne

Sono arrivata nello Xinjiang in cerca di prove archeologiche sulla presenza dei Saka nell’area e di tracce dei loro legami con i Saka del Kazakistan. Molti oggetti ritrovati nei musei e nei siti funerari confermavano le mie ricerche, e allora ho iniziato a chiedermi come questi nomadi così avventurosi potessero aver influenzato le popolazioni stanziali che avevano incontrato”. A metà degli anni ’90 Jeannine Davis-Kimball arriva in Cina, nello Xinjiang dopo aver percorso buona parte dei territori toccati dalla Via della Seta, che un tempo congiungeva la Cina con l’Europa, compiendo una serie di scoperte che riscrivono le nostre idee sulle origini della civiltà, segnando una tappa fondamentale per la storia dell’uomo.

 

Jeannine è ben lontana dalla figura di archeologo che abbiamo in mente. Non uno Schliemann né tantomeno Indiana Jones ma una signora dell’Idaho che a 50 anni suonati si lascia alle spalle due matrimoni, sei figli, una serie di lavori più disparati –compreso quello di mandriana –, prende una laurea in Storia dell’Arte, si specializza in civiltà antiche e nel 1985 si imbarca gimbutas grande madre donneper il sito di Tell Dor, in Israele, dove arriva il colpo di fulmine per l’archeologia e per i popoli delle steppe. Ed è in questo rettangolo di terra che va dai boschi dell’Ungheria ai campi della Manciuria, tra i territori inospitali della Siberia e gli altopiani tibetani, coprendo un buon terzo del globo terrestre, che ha dato la luce agli Unni e a Gengis Khan, culla di antiche raffinatissime culture e di misteriose tradizioni, che Jeannine solleva il velo calato sugli antichi popoli nomadi e su una società a base egualitaria, nella quale le donne godono di uno status pari a quello degli uomini.

Smentendo i dettami della storia ufficiale sui popoli arrivati dall’est, Jeannine scopre che sono le donne delle antiche popolazioni nomadi, progenitrici dei Saka, degli Sciti, di Sarmati e Sauromati, ad avere un ruolo fondamentale per la sopravvivenza della tribù, custodi del focolare – il luogo in cui si cucina e si divide il cibo (un compito non trascurabile quando gli alimenti sono razionati), dove si celebrano i riti di passaggio e i matrimoni, dove avvengono nascite e morti-, come della memoria della propria gente, degli antichi riti divinatori, della pace e della guerra.

gimbutas donneGuaritrici, sciamane, guerriere, le donne delle steppe sono anello di congiunzione tra il mondo degli uomini e quello dell’aldilà, tra la mente e lo spirito. Sono donne sapienti che conoscono il lavoro di cura per la famiglia e la tribù come i viaggi nell’oltre mondo e l’arte della guerra, interpreti e garanti dei cicli vitali e dell’ equilibrio che regge esseri e cose, per questo motivo tenute in grandissima considerazione dai loro clan.

L’archeologa americana racconta l’ affascinante avventura che in pochi anni la porterà nei siti archeologici e nei musei di Kazakistan e Mongolia, tra i monti dell’Altai, nel deserto del Taklamakan e nello Xinjiang, in Cina, in Warrior women (Donne guerriere), l’unico suo libro edito in italiano, pubblicato da Venexia (2009), a metà strada tra memoir, diario di bordo, appunti presi sul campo, riletture dei classici (a partire da Erodoto e Omero) e un ricco corredo iconografico a impreziosire il testo. Un racconto che scorre come un fiume placido di luoghi, persone, tradizioni, modelli sociali, sedimenti di un passato tutto da esplorare, che trovano eco nelle saghe irlandesi e in quelle scandinave, tra le pieghe della mitologia greca e romana, nell’aura di leggenda che circonda le Amazzoni o donne come Boudicca, che quasi un secolo dopo Cristo annientò una intera legione romana.sketches-of-goddess-figures-from-marija-gimbutass-book

Studiando storia, miti e letteratura, resti umani e oggetti ritrovata nei kurgan (i sepolcri circolari di terra edificati per l’inumazione in Europa orientale e tra Caucaso e Urali), incisioni sulla roccia e manufatti vari, incrociando dati storici e geografici, sociologici ed etnografici, Davis-Kimball riporta alla luce le storie di donne che “ebbero rango, potere e posizioni strategiche, e che…furono il pilastro che tenne insieme le antiche società”, nel corso dei secoli ridotte al silenzio o ad oggetti di caricatura dai gruppi a dominio patriarcale che presero il posto delle società egualitarie dell’Eurasia.

Sono le mummie caucasiche dello Xingiang, la Donna d’Oro di Issyk, gli specchi divinatori, le armi, gli abiti con cui venivano seppellite, le immagini dei cavalli alati, dei draghi e dei leopardi delle nevi, dell’Albero della Vita e delle Signore degli animali, i tatuaggi che ne ricoprivano viso e corpo e i numerosi tesori ritrovati nelle diverse campagne di scavi, a parlare di una civiltà antichissima che nelle età del Bronzo e del Ferro si propagò tra il Don e il Tarim, dal Centro dell’Europa fino alle immense distese asiatiche, grazie anche alle contaminazioni reciproche con altri popoli, i cui complessi simbolismi riflettono la centralità della donna nella società.

Le donne guerriere-sciamane raccontate in Warrior Women sono le eredi delle millenarie civiltà matrilineari rette dalla figura della Grande Madre, la divinità multiforme e polisemica, sfaccettata e complessa, che sovrintende il ciclo Vita/Morte/Vita, riportata alla luce dalle ricerche dell’archeologa lituana Marija Gimbutas, in testi fondamentali come Il linguaggio della dea. Mito e culto della Dea Madre nell’Europa Neolitica, I nomi della Dea, Le dee e gli dei dell’antica Europa.  

Gimbutas dedica tutta la vita allo studio della storia delle antiche, raffinate e pacifiche, civiltà sviluppatesi prima del periodo Neolitico, e delle migliaia e migliaia di reperti accatastate con noncuranza nei musei o riportati alla luce dopo lunghe campagne di scavi. Reperti che continuano a parlarci con un intenso linguaggio visuale fatto di segni, simboli, immagini che riportano alla fertilità (come il triangolo della vulva o la testa del toro rappresentazione dell’apparato riproduttivo femminile), al fluire continuo della vita che scorre nel moto delle acque e nei seni di donna, alla morte e alla rinascita, simboleggiata dalla spirale e dalle uova de02-madregli uccelli, ripetute ossessivamente su vasi e statuine, sulle mura delle abitazioni, per restituirci un universo umano che ruota attorno alla Madre Terra, dea generatrice di ogni cosa, della vita e della morte, del regno naturale e in quello animale, e in tutti visibile nelle sue infinite combinazioni.

Con le sue teorie ardite, fuori dalla vulgata ufficiale, ed il suo metodo multidisciplinare Gimbutas si attira le critiche dell’accademia ma nello stesso tempo desta l’ interesse di ricercatori e gente comune oltre che del femminismo militante. Una eredità raccolta da studiose come Janine Davis-Kimball. Le sue donne del focolare, dello spada e dello spirito, sono l’ennesimo dono che la Grande Dea non cessa di elargire, segni di una civiltà mai scomparsa che riemergono come un fiume carsico nel corso dei secoli e ancora oggi echeggiano, ci ricorda Marjia Gimbutas, tra monti e foreste, nelle credenze e nelle fiabe, nell’immenso bacino della memoria collettiva.

 

…la Dea partenogenetica è stata la più persistente peculiarità nel repertorio archeologico del mondo antico. In Europa dominò per tutto il Paleolitico e per tutto il Neolitico e nell’Europa mediterranea per la gran parte dell’età del Bronzo. La fase successiva – che vide gli Dei guerrieri pastorali e patriarcali soppiantare o assimilare il pantheon matristico delle Dee e degli Dei – è il periodo che precedette il Cristianesimo e in cui si diffuse il rigetto filosofico di quel mondo. Si sviluppò un pregiudizio contro quella mondanità e, insieme, il rifiuto della Dea e di tutto ciò che rappresentava. La Dea gradualmente si ritrasse nelle profondità delle foreste o sulle cime dei monti, dove nelle credenze e nelle fiabe si trova tutt’oggi. Ne conseguì quell’alienazione umana dalle radici vitali della vita terrestre i cui risultati sono palesi nella nostra attuale società. I cicli tuttavia non cessano mai di girare e adesso scopriamo la Dea riemergere dalle foreste e dai monti, portandoci speranza per il futuro, restituendoci alle nostre più arcaiche radici. (M. Gimbutas, Il linguaggio della dea)

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31. ottobre 2017 by Anna Puleo
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