Inchiesta su un condannato a morte o dell’eterna barbarie

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“Sono cinque settimane che abito con questo pensiero, sempre solo con lui, sempre agghiacciato dalla sua presenza, sempre curvo sotto il suo peso! “. Una sedia, un tavolo sommerso da fogli bianchi, che via via si spargono sulle tavole del palcoscenico, un giovane uomo che racconta al pubblico la sua odissea dietro le sbarre, in attesa del verdetto definitivo, condanna a morte.

 

L’uomo racconta le settimane che trascorrono uguali a se stesse, una dopo l’altra, in attesa della grazia, il FullSizeRender(1)tempo che non passa mai, la solitudine di chi ancora spera, poi la disperazione, la rabbia, infine il senso di impotenza e la rassegnazione di chi comprende che non c’è altro da fare, che qualcun altro ha scritto la parola fine. Una quotidianità interrotta dalla visita di routine del prete, della guardia che aspetta i numeri che l’uomo gli darà da morto, della bambina che non riconosce più il padre e lo chiama signore. L’esito è scontato e il filo della narrazione si interrompe sul patibolo.

Condannato a morte. L’inchiesta, interpretato dal bravo Gianmarco Saurino, testo e regia di Davide Sacco, è lo spettacolo, realizzato con il patrocinio di Amnesty International, che ha debuttato pochi mesi fa e sta girando in questi giorni tra la Calabria (è stato presentato a Catanzaro) e la Puglia. Lo spettacolo è ispirato ad una delle opere più note di Victor Hugo, L’ultimo giorno di un condannato a morte, che ne fece una denuncia spietata contro la pena di morte, prendendo a prestito la storia di un uomo in attesa della pena capitale, un uomo come tanti (non ci è dato sapere come si chiama e perché sia in galera), un uomo senza volto, alla stessa strega di coloro che l’hanno preceduto e che lo seguiranno. Un perfetto meccanismo narrativo, che conduce il lettore nei meandri della mente umana e nei paradossi della pena capitale, tra crudeltà private e ipocrisie pubbliche.

Il grande scrittore e poeta francese si batté tutta la vita contro la pena di morte e la sua profonda crudeltà e inumanità, e in tarda età continuò a scriverne in un pamphlet intitolato proprio Contro la pena di morte, nel quale proclamava alla fine la sua fiducia che l’avrebbero eliminata.

Che idea si fanno dunque gli uomini dell’assassinio? Come! In giacca non posso uccidere, in toga posso! Come la tonaca di Richelieu, la toga copre tutto. Vindicta pubblica? Oh, ve ne prego, non mi vendicate. Assassinio, assassinio! Vi dico. All’infuori del caso di legittima difesa, inteso nel suo senso più ristretto (perché una volta che il vostro aggressore ferito da voi sia caduto, voi dovete soccorrerlo), l’omicidio è forse permesso? Ciò che è vietato all’individuo è dunque lecito alla comunità? (V. Hugo, Contro la pena di morte)

Oscenica - foto Angelo MaggioE invece, quasi duecento anni dopo, la pena capitale, nonostante la Dichiarazione di Stoccolma del 1977 (il primo manifesto abolizionista internazionale) e la moratoria dell’ONU, continua ad essere attuata in diversi paesi, come la Cina, l’Iran, l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi, gli Stati Uniti, l’Iraq. Nel 2016 sono state oltre 1.200 (dati estrapolati dall’ultimo Rapporto Amnesty International) le condanne portate ufficialmente ad esecuzione.

In realtà, i numeri potrebbero essere molto al di sotto di quelli reali, visto che i Paesi in cui essa vige non amano pubblicizzare le esecuzioni, fino a coprirle, come fa la Cina, con il segreto di Stato.

Non è un segreto invece che la percentuale più elevata di condannati a morte interessi le fasce più deboli ed emarginate della popolazione e le minoranze etniche, un dato trasversale che ritroviamo negli States come in Arabia Saudita, dove ad essere colpiti sono soprattutto i lavoratori immigrati.

Parmi un assurdo che le leggi, che sono l’espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l’omicidio, ne commettono uno esse medesime, e, per allontanare i cittadini dall’assassinio, ordinino un pubblico assassinio. (Cesare Beccaria, Dei delitti e delle pene)

Trasversali sono pure le vaste limitazioni –per non dire cancellazioni vere e proprie- del diritto di difesa e ad un giusto processo, il che aumenta le probabilità che a morte vengano mandati innocenti o comunque persone di cui non è stata pienamente accertata la colpevolezza.

Prendete un soldato, mettetelo davanti a una bocca di cannone e sparate contro di lui, e lui continuerà pur sempre a sperare; ma leggete a quello stesso soldato una sentenza che lo condanna con certezza, e lui impazzirà o scoppierà a piangere. Chi è in grado di dire che la natura umana sia in grado di sopportare una cosa simile senza impazzire? A che serve una tortura così mostruosa, inutile, assurda? Può darsi che ci sia qualcuno a cui sia stata letta la sentenza di morte, gli abbiano fatto provare tutte le torture dell’attesa e alla fine gli abbiano detto: ‘Va’ pure, sei stato graziato’. Ecco, un uomo che avesse vissuto tutto ciò potrebbe raccontare cosa si prova. Anche Cristo ha parlato di quell’angoscia, di quella terribile sofferenza. No, non è permesso trattare così una persona umana! (Fëdor Dostoevskij, L’idiota)

Amnesty denuncia inoltre come nonostante i divieti posti da trattati e convenzioni internazionali, in diversi oscenica 3 - foto angelo maggiopaesi la pena capitale colpisca molti minori. La vera piaga, tuttavia, è l’uso strumentale che ne viene fatto a servizio della discriminazione di genere. Oggi sono centinaia le donne che attendono l’esecuzione a tutte le latitudini, secondo la denuncia dell’ONU. Donne come Zeinab Sekaanvand, la giovane iraniana accusata di aver ucciso il marito, dopo essere stata sottoposta a ripetute violenze, a tortura e a un processo non equo. In alcuni paesi, sono almeno tredici, le donne sono sottoposte a norme più restrittive, e non solo per i reati più gravi qual è l’omicidio, visto che si può essere condannate alla pena capitale anche se si è accusate di adulterio o di aver avuto rapporti pre-matrimoniali. In paesi come il Pakistan la pena di morte è stata cancellata dal sistema penale per adulterio o rapporti omosessuali, ma continua a essere applicata massicciamente in quello tribale, dove l’infedeltà è una questione di onore, una macchia che può essere cancellata solo dalla morte della peccatrice per mano di uno dei membri della famiglia.

La pena di morte è il segno caratteristico ed eterno della barbarie. (V. Hugo)

Nella medesima condizione ci sono anche giornalisti come Shawkan, in carcere al Cairo da 4 anni in attesa di giudizio per avere ripreso lo sgombero di un sit-in, blogger come Raif Badawi, condannato in Arabia Saudita a mille frustrate e alla pena capitale per essersi espresso sul suo blog a favore della laicità dello stato, e ricercatori come Ahmadreza Djalali, in carcere a Teheran con l’accusa di spionaggio.

Uomini e donne spesso senza volto e senza voce, sottoposti a condizioni crudeli, se non inumane, sottratti al buco nero in cui piombano nel braccio della morte solo grazie all’impegno di attivisti, organizzazione internazionali e semplici cittadini che, di fronte ad evidenti ingiustizie, hanno deciso di non girarsi dall’altra parte. Persone comuni, come lo era Cora Slocomb, una intraprendente americana sposata a un nobile friulano, che, a fine ‘800, di fronte alla condanna alla sedia elettrica una giovane lucana emigrata negli States, Maria Barbella, accusata di avere ucciso l’uomo che si era preso gioco di lei, forse consapevole del pericolo che la donna potesse diventare il capro espiatorio del razzismo dilagante contro la comunità italiana, insieme al marito tornò oltre Oceano, mobilitò l’opinione pubblica e un pool di noti avvocati, che riuscirono a ottenere la revisione del processo e l’assoluzione di Maria.

oscenica 1- foto angelo maggioNell’antica Grecia la giustizia è rappresentata da Δίκη, Díkē, colei che veglia sulle opere degli uomini e indica loro la direzione. Non è uno sguardo diritto il suo, ma rivolto in più di una direzione, al passato e al futuro, al colpevole e alla vittima, e a tutti coloro che sono stati colpiti in qualche modo dal torto fatto. Il tema della pena di morte, della pena in generale impinge inevitabilmente in una domanda inevitabile sul suo significato oggi e su quello del fare giustizia. Tra l’interesse dello Stato a ripristinare la vita civile, a ricomporre le maglie dell’ordine violato, e quello dei colpevoli e delle vittime c’è tuttavia uno spazio, aperto ad esperienze come quella avvenuta in Sudafrica dove, dinanzi alla prospettiva di un bagno di sangue, l’istituzione della Commissione per la verità e la riconciliazione ha “dato modo alla gente di raccontare le proprie vicende strazianti… alle vittime di esprimere la propria disponibilità al perdono e ai criminali di dichiarare il proprio pentimento“, come scrive Desmond Tutu, segnando un cammino diverso. Lo stesso segnalato nell’ Orestea, lo ricorda Marco Bonazzi, in cui Eschilo affida a un processo collettivo e alla dea Atena il compito di porre fine al circuito infinito di violenze poste in atto da Agamennone prima, da Clitemnestra e Oreste poi. Come la Commissione sudafricana è Atena a ricordarci che la nostra esistenza è complessa, solcata da oscurità e ambiguità, irriducibile alla logica tipicamente binaria, e che evocare Díkē significa anche ricomprendere le ragioni di tutti “in un ordine più ampio”.

 

Il senso d’impotenza e di solitudine del condannato incatenato, di fronte alla coalizione pubblica che vuole la sua morte, è già di per sé una punizione inconcepibile. … Generalmente l’uomo è distrutto dall’attesa della pena capitale molto tempo prima di morire. Gli si infliggono due morti, e la prima è peggiore dell’altra, mentre egli ha ucciso una volta sola. Paragonata a questo supplizio, la legge del taglione appare ancora come una legge di civiltà. Non ha mai preteso che si dovessero cavare entrambi gli occhi a chi aveva reso cieco di un occhio il proprio fratello” (A. Camus, riflessioni sulla pena di morte)

(In copertina l’opera della illustratrice Stefania Infante, realizzata per lo spettacolo di Davide Sacco. Le foto di Condannato a morte. L’inchiesta, rappresentato nei giorni scorsi all’interno del cartellone di Oscenica, al Teatro Comunale di Catanzaro, sono di A. Maggio)

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13. febbraio 2018 by Anna Puleo
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Ursula Le Guin, cercando l’orlo estremo delle cose

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Dici fantascienza e pensi a Asimov, Dick o Bradbury. Ma all’inizio non ci fu un Isaac o un Philip o un Ray ma una Mary. A questa londinese vissuta a cavallo di due secoli, Mary Shelley, e alla sua creatura, Frankenstein, dobbiamo un contributo fondamentale alla fantascienza. In quel romanzo c’erano Rousseau e il mito (Prometeo), la visione di un mondo nuovo in cui avanzavano l’industria e le nuove scoperte scientifiche e la consapevolezza che l’uomo poteva varcare i confini della vita e della morte.

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30. gennaio 2018 by Anna Puleo
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Cinema: Ella & John, un on the road che è un inno alla vita

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Un camper fila allegramente verso il sud degli States sulle note di Janis Joplin e David Crosby. A bordo due vispi ottantenni cui prestano viso e corpo due mostri sacri del cinema, Donald Sutherland e Hellen Mirren, protagonisti di Ella & John, la nuova pellicola di Paolo Virzì, nelle sale in questi giorni, dopo essere stato presentato a Venezia lo scorso anno.

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23. gennaio 2018 by Anna Puleo
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Cinema: la Napoli velata di Ozpetek figlia dell’ordine e del caos

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Un velo impalpabile ricopre il corpo di un uomo abbandonato nell’abbraccio con la morte. E’ il Cristo velato di Giuseppe Sanmartino, uno dei gioielli della Cappella Sansevero, un capolavoro che anche Antonio Canova avrebbe voluto firmare. Il regista Ferzan Ozpetek ne fa il simbolo di una Napoli velata, segreta e sotterranea.

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16. gennaio 2018 by Anna Puleo
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Che Guevara, tu y todos

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Il prossimo febbraio avrebbe festeggiato i suoi 90 anni se fosse vivo. E invece Ernesto Che Guevara è morto crivellato di colpi a neanche quarant’anni ed è entrato diritto  nella leggenda. Hasta la victoria sempre, è scritto su un cartello durante la protesta di Occupy Wall Street. Il suo motto, le sue frasi, le sue poesie, il suo ritratto più famoso, scattato da Alberto Korda, oggi si trovano dappertutto, sui muri, su magliette e manifesti, targhe e tazze del caffè. La sua immagine è diventato un’icona pop come Marilyn Monroe e i barattoli Campbell di Warhol, senza tuttavia mai appassirsi, perché El Che è entrato nel mito, l’unico mito politico, forse, oggi capace di attraversare indenne il tempo e le generazioni.

 

Ogni grande impresa richiede passione e la rivoluzione richiede passione e audacia in grandi dosi, aveva scritto Ernesto Guevara Lynch a sua madre nel 1956, prima di imbarcarsi sulla nave Granma e di rifugiarsi sulle montagna della Sierra 17_Ernesto-Che-Guevara-con-Fidel-castro-in-Sierra-Maestra_1957-Centro-de-Estudios-Che-Guevara-1443x1080Maestra, a Cuba, dove sperimenta sul campo i principi della guerriglia e dove si scopre agitatore di masse. Nella geografia personale del Che non compare solo L’Avana, nella quale i rivoluzionari castristi entrarono un anno dopo, ma anche l’Argentina, dove era nato, e l’America Latina, che percorre da nord a sud prima con l’amico Alberto Granado, “scienziato errante” (un viaggio raccontato in Latinoamericana, cui si ispira il regista Walter Salles ne I diari della motocicletta), successivamente da solo, maturando l’idea di un continente meticcio, uno spazio senza confini e disseminato di contraddizioni, in cui è necessario combattere con le armi dittatura e ineguaglianze.

Si ferma in Guatemala e in Messico, dove conosce Raul e Fidel Castro. Un incontro fulminante, di cui Ernesto riconosce subito la rilevanza e le implicazioni per il suo futuro, di cui scrive alla madre.

Un giovane leader cubano mi ha invitato ad aderire al suo movimento … di liberazione armata della sua terra e io, naturalmente, ho accettato. Il mio futuro è legato alla rivoluzione cubana. O vinco con loro, o muoio lì. (Lettera di E. Guevara alla madre, 1956)

Arrivano ancora i viaggi in Europa, Africa, Russia, Cina, Corea, Birmania, Malesia, Pakistan, Giappone. Dove esporta il verbo della rivoluzione e conosce i mille volti del capitale e dello stesso ‘ socialismo reale’.

mostra guevara1 A un certo punto Ernesto si ritira dalla vita pubblica, rinuncia alle cariche nel governo di Castro e fa perdere le sue tracce. “Altri Paesi del mondo hanno bisogno dei miei sforzi”, scrive. Così, tenta di esportare la rivoluzione cubana altrove, in Congo, in Bolivia, ma alla fine il teorico della guerriglia e della guerra delle masse, della rivoluzione internazionale, cade vittima della sua stessa visione.

Tuttavia resta ancora vivo e potente  il mito di un uomo che ha sempre fatto seguire alle parole i fatti. Che ha riempito di senso le parole della rivoluzione (non solo quella cubana) promuovendo il confronto e la condivisione, per seminare ovunque i germi di una coscienza rivoluzionaria, guardando in faccia il presente e il futuro insieme.

Il Che non è solo l’uomo della rivoluzione anticastrista, il combattente di “Due, tre, mille Vietnam”, ma anche l’intellettuale marxista critico verso le derive del socialismo di Stato, il fautore di un uomo nuovo, liberato dall’ alienazione e dal dogma, l’economista eretico, il filosofo, il lettore onnivoro, che passa da Marx ed Engels a Gandhi, colui che sa ascoltare e vedere e che condensa le esperienze fatte in acute e a volte illuminanti riflessioni, annotate con metodo nei diari e nelle lettere, in discorsi pubblici e conferenze, nelle interviste. Per l’azione serve il pensiero. E, se occorre, anche ripensare e riflettere ancora per trovare un nuovo senso agli eventi.

Sono anni importanti, quelli. L’insurrezione serpeggia ovunque in Sud America, portata dai montoneros in Argentina, dai 21_Ernesto-che-Guevara-con-Aleida-March-906x1080tupamaros uruguayani, dai sandinisti in Nicaragna. Peron è tornato in Argentina dall’esilio e Allende è diventato Presidenti in Cile con l’appoggio di comunisti e socialisti. Poi arriverà l’epoca delle dittature, di Videla e Pinochet e dei generali di turno, l’operazione Condor smantella gruppi e movimenti rivoluzionari e riporta l’ordine nel continente. E’ il crollo delle illusioni, scriverà Osvaldo Soriano,

la fine di un’epoca in cui tutti i sogni erano stati possibili.  Il Che andava a morire di nuovo e quella morte sarebbe stata più duratura.

Il ragazzo affascinante e carismatico che percorre strade e mulattiere dell’America del Sud evoca l’immagine del cavaliere errante, dell’ eroe antico che combatte e muore da valoroso Pochi giorni prima della morte (un periodo particolarmente drammatico, raccontato da Steven Soderbergh nel suo film, Che) il Comandante trascrive nel suo diario boliviano una parte della Litanie per nostro signore Don Chisciotte del poeta Rubén Darìo.

Re dei nobili cavalieri, signore dei tristi,
che dalla forza trai coraggio e di sogni ti vesti,
vinto dall’aureo elmo dell’illusione;
che nessuno ha potuto sconfiggere ancor,
per lo scudo al braccio, tutto fantasia,
e la lancia in resta, tutta cuore.

Nobile pellegrino dei pellegrini,
che santificasti tutti i sentieri
con l’augusto passo del tuo eroismo,
contro le certezze, contro le coscienze,
e contro le leggi e contro le scienze,
contro la menzogna, contro la verità… (…)

Tu, per cui poche furon le vittorie
antiche, e per cui le classiche glorie
sarebbero il minimo dovuto,
sopporta elogi, memorie, discorsi,
resisti a convegni, targhe, concorsi,
e, tenendoti stretto a Orfeo, lascia che cantino in coro.

Prega con noi, affamati di vita,
con l’anima in subbuglio, con la fede perduta,
pieni d’angoscia e orfani di sole,
per colpa di volgari spiriti di manica larga
che ridicolizzano l’essere della Mancha,
l’essere generoso e l’essere spagnolo!

(…) Prega generoso, misericordioso, orgoglioso;
prega casto, puro, celeste, coraggioso;
intercedi per noi, supplica,
poiché siamo ormai quasi senza linfa, senza germogli,
senz’anima, senza vita, senza luce, senza Chisciotte,
senza piedi e senz’ali, senza Sancho e senza Dio.

Da tante tristezze, da dolori tanti,
dai superuomini di Nietzsche, da canti
afoni, dalle ricette firmate da un dottore,
dalle epidemie, da orribili bestemmie,
dalle Accademie,
liberaci o signore!

Dai rozzi rimestatori
falsi paladini,
e spiriti fini e blandi e vili,
dalla feccia che sazia
la sua canagliocrazia
prendendosi gioco della gloria, la vita, l’onore,
dal pugnale di grazia,
liberaci o signore!

Prega per noi, signore dei tristi,
che dalla forza trai coraggio e di sogni ti vesti,
cinto dall’aureo elmo dell’illusione;
che nessuno ha potuto sconfiggere ancor,
per lo scudo al braccio, tutto fantasia,
e la lancia in resta, tutta cuore!

Ma la figura di Ernesto Guevara si alimenta anche di errori e contraddizioni, di incroci rimasti oscuri di cui molti si sono 22_Che-Guevara-parla-al-primo-congresso-della-gioventu-Latinoamericana-a-L-Avana-821x1080appropriati, spargendo spesso e volentieri fango e calunnie, spacciate per realtà. Quello di cui non ci si può appropriare sono invece le sue idee, messe sulla carta, nero su bianco, nella convinzione che solo la verità è rivoluzionaria e che libertà non è una bella poesia o una parola come tante, un vuoto a rendere, ma un termine denso di significato, per il quale lottare. E morire.

Un sognatore? Un romantico? Un illuso? Un fallito? Forse. Resta il fatto che in nome della verità, della libertà, della giustizia e dell’autodeterminazione dei popoli il Che è vissuto ed è morto. Che ha sfidato a viso aperto una visione del mondo in cui imperano diseguaglianze senza fine.  E’ questo è sembrato a molti una ragione più che sufficiente per seguirne i passi e il motivo per il quale, come ricorda Osvaldo Soriano, “il Che conserverà sempre tutto il suo valore”. Anche in un tempo in cui il capitale sembra avere vinto su tutti i fronti, che può vantare opposizioni e contraddizioni epocali, egoismi e paure infinite.

Il Che non è morto. Si muore di polmonite, di un attacco di cuore… Il Che fu assassinato. …La lotta del Che fu contro il capitalismo e la sua violenza. Quello che succede oggi negli Usa, dove un matto può comprare armi e ammazzare sessanta persone, o che succede in Medioriente non è causale. Il Che parla al mondo di oggi, per questo la sua fama cresce ancora, altrimenti sarebbe stato dimenticato…. C’è una poesia di Eduardo Galeano che dice: perché il Che ha questa pericolosa abitudine di continuare a rinascere? Perché, dice, siamo in un mondo dove le parole e i fatti raramente si incontrano, e quando si incontrano non si salutano perché non si riconoscono. …Eravamo ragazzi che a scuola dicevano alla maestra: no, mio padre-o mia madre-dicono che le cose non stanno come dice lei. Mio padre ci spingeva a stare con la gente, nelle cose, a saperne di più…Così Ernesto era uno che si metteva in testa una cosa e la faceva. Quando vuole attraversare il Rio delle Amazzoni a nuoto, era pericoloso, era pieno di pirana. Quando decide di andare negli Stati Uniti. La moto si rompe in Cile, Granado …s i ferma in Venezuela, lui va avanti lo stesso. Se il Che non fosse stato assassinato oggi l’America Latina sarebbe libera, sovrana, indipendente, socialista. ( Juan Martin Guevara, intervista di Daniela Preziosi, il Manifesto, 6 ottobre 2017)

Perché il Che ha questa pericolosa abitudine di continuare a rinascere? Quanto più lo insultano, lo manipolano, lo tradiscono o mentono sulle sue idee e i suoi atti, tanto più il Che nasce. Anzi, è quello che nasce più di tutti. Non sarà perché disse quel che pensava e ha fatto quel che diceva? Qualcosa di straordinario in un mondo dove le parole e i fatti raramente si incontrano e se si incontrano non si salutano perché non si conoscono. (Eduardo Galeano)

Il Che, sconfitto, sconfigge l’oblio ogni giorno. (Eduardo Galeano)

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 A 50 anni dalla morte il guerrigliero, il mito, l’eroe e soprattutto l’uomo è ricordato in questi giorni alla Fabbrica del Vapore di Milano con una mostra intitolata Che Guevara Tú y Todos (il titolo è tratto dall’ultima lettera alla moglie) che, sullo sfondo delle musiche di Andrea Guerra, fa scorrere pagine dai diari, lettere, documenti, filmati, immagini (ne pubblico qualcuna in questo post), una selezione rigorosa dello straordinario archivio del Centro de Estudios Guevara, per ripercorrere la parabola esistenziale e politica del Che, la vita familiare e quella pubblica.

 

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10. gennaio 2018 by Anna Puleo
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Il Novecento visto dallo Stretto. A schema libero, il nuovo romanzo di Lou Palanca

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Il Nobel per la Fisica nel 2017 è andato alla scoperta di piccole increspature nello spazio-tempo, flebili segnali sonori che potrebbero rivelarsi cruciali nella conoscenza delle origini dell’universo. Alle onde gravitazionali era arrivato Einstein con la sua teoria della relatività ma ci son voluti cento anni per ottenere la prima evidenza scientifica. Ecco, le rughe del cosmo, non so perché, le vedo come una metafora della storia dell’umanità, uno sconfinato oceano in cui ogni evento, piccolo o grande che sia, emerge alla luce e subito dopo torna ad abissarsi. Un moto instancabile e implacabile in cui alla fine nulla si perde e tutto contribuisce al risultato finale.

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02. gennaio 2018 by Anna Puleo
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Asia Argento, Weinstein, la forza del pregiudizio e il potere della parola

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Pregiudizio. Dal latino prae-iudicium, ossia giudicare anticipatamente, prima di conoscere fatti e persone, sulla base di idee personali che condizionano la valutazione e inducono in errore. Jane Austen ha dedicato al pregiudizio uno dei suoi romanzi più famosi seguendo con il genio che le è universalmente riconosciuto gli inevitabili effetti che preconcetti dettati da convinzioni inveterate, antipatie e posizioni personali possono portare. Effetti dannosi, pregiudizi, appunto, che, guarda caso, rimandano al secondo significato di questo vocabolo, che con un sorprendente movimento circolare si connette al primo.

 

Metoo.quellidelledomandeNon amo molto i talk televisivi. E’ stato un caso eccezionale che ieri sera nel vorticoso zapping serale alla ricerca di un film degno di questo nome mi sia fermata su una trasmissione tv. L’ospite è Asia Argento, il tema naturalmente il caso Weinstein, svelato da inchieste del New York Times e del New Yorker, e la violenza subita dall’attrice a 20 anni ad opera del potente patron della Miramax.

Ospiti della serata sono anche Vladimir Luxuria, il direttore di Libero, Pietro Senaldi, il giornalista del Fatto Andrea Scanzi. A calamitare l’attenzione del pubblico tuttavia non è, come ci si sarebbe attesi, il dibattito contro la violenza di genere e sul dilagare in tutto il mondo di un’onda impressionante di protesta, ma lo scontro al fulmicotone tra Luxuria e Argento.

Gli argomenti sostenuti da Luxuria, che contesta la ‘autenticità’ della denuncia dell’attrice, non solo lontani da quelli perorati da Libero, che nei giorni passati ha intrapreso una vera e propria crociata contro la figlia del grande Dario Argento, che ha toccato il culmine con un editoriale di Renato Farina significativamente intitolato Prima la danno via poi frignano e fingono di pentirsi, affiancato da Vittorio Feltri, Vittorio Sgarbi, Mario Adinolfi (che l’ha paragonata a una prostituta), Enrico Brignano e altri. Un interessante campionario di quel linguaggio sessista e aggressivo di cui parla da ultimo il Piano femminista contro la violenza maschile sulle donne e la violenza di genere, redatto dal movimento Non una di meno.

Bene. Anzi male. Non credo siano stati in tanti ad avere compreso la posizione di Luxuria. Certo, può essere sensato chiedersi183920585-41fe6510-7793-4de3-8e29-6dd8c5f2a373 perché si denunci una violenza a distanza di venti anni e come mai i rapporti tra i due siano proseguiti nel tempo. Altrettanto sensato tuttavia è chiedersi se una ragazza di vent’anni che abbia subito un rapporto non consenziente possa avere paura e vergogna nel denunciarlo, soprattutto se l’uomo in questione è uno dei più potenti uomini d’America. Pure ragionevole è chiedersi se sia semplice per una giovane artista che sta assaporando la notorietà internazionale puntare il dito contro colui che ha prodotto film come Pulp Fiction, Kill Bill, Sin City, Shakespeare in Love, macinando premi su premi.

Ma Luxuria non cede e continua imperterrita nella sua perorazione, non scalfita neanche per un attimo dall’ombra del dubbio. Comprendo che l’ex deputata di Rifondazione comunista sia ormai avvezza ai toni aspri e alle zuffe de Il Grande Fratello e L’Isola dei famosi ma ci sono alcune domande alle quali dovrebbe rispondere:

  1. Anche Ashley Judd, Gwyneth Paltrow, Angelina Jolie, Mira Sorvino, Rose McGowan, hanno denunciato di essere state vittime nel corso del tempo di molestie e violenze da parte di Weinstein. Perché credere alle loro storie e non a quella di Asia Argento?
  2. Oggi sono in tanti ad affermare: Noi sapevamo, alludendo al carattere brutale, violento, arrogante del potente patron della Miramax, che Ben Affleck non ha esitato a dipingere come un uomo duro, privo di freni inibitori e Spike Lee “un grosso ratto bastardo”. Anche loro, vent’anni dopo. Perché dare loro credito e non ad Asia Argento?
  3. Ammettiamo –per pura ipotesi naturalmente- che Argento abbia accondisceso alle profferte di Weinstein per non pregiudicare la propria carriera. Ma Weinstein –e gli uomini come lui- ha/hanno il diritto di fare quel che ha/hanno fatto?

Argento in questi mesi ha raccontato la sua storia, ha denunciato, ha accettato di dialogare con tutti, detrattori compresi, dalle pagine dei giornali e dal suo profilo twitter. Ieri ha dichiarato di aver accolto l’invito a comparire in tv per confrontarsi con chi si è scagliato contro di lei, denigrandola. Ci ha messo la faccia. Così facendo ha accettato di mettere in questione anche il rapporto con i figli ed il suo compagno, la sua carriera. In una parola, la sua vita. Non credo si possa accettare di pagare un prezzo così alto solo per rilanciare il proprio nome.

Credo invece che le parole di Farina, Feltri, Vittorio Sgarbi, e, ahimè, di Vladimir Luxuria, la dicano lunga su un pregiudizio inveterato quanto ignobile, che divide il mondo in due, bianco e nero, vittime e carnefici, che vede ancora la donna come puttana o madonna. Che appiattisce ai consueti luoghi comuni l’intreccio perverso tra denaro, sesso e potere e il modello time-1030x615sociale che su di esso si fonda. E’ lo stesso meccanismo che spinge un giudice a chiedere a chi ha subito violenza se, in quel momento, portava le mutandine, i jeans stretti o la gonna corta e che dissuade molte, tante, troppe, donne a non denunciare quel che hanno subito. E’ lo stesso automatismo di chi consiglia alla donna di non denunciare il marito violento perché “hanno una famiglia” e “ci sono i figli” o il fidanzato con la mano pesante perché “dopo, chi vuoi che ti sposi ?”.

Qualche giorno fa Time ha scelto di nominare persone dell’anno le donne del movimento #metoo e l’ha motivato così:

Siamo nel bel mezzo di una rivoluzione che è solo all’inizio. Non sappiamo quale sarà il suo impatto finale. Quanto sarà esteso, quanto sarà profondo, se ci sarà un contraccolpo. La vera prova di questo movimento sarà la sua capacità di cambiare la realtà delle persone per le quali dire la verità è troppo minaccioso.

Una motivazione che va letta con attenzione, come sottolinea Ida Dominijanni su Internazionale.  Perché parte dal silenzio delle donne e dal coraggio di prendere finalmente la parola, che si tratti di una famosa attrice o di una segretaria, di una manager, di una studentessa o di una ricercatrice universitaria. Perché riconosce che ancora una volta è partito un movimento che sta percorrendo tutti i continenti, che non si fonda solo sulla protesta ma sulla necessità di riconquistare lo spazio pubblico, sulla voglia di cambiare (come dimostra il successo di campagne come #nonunadimeno o #metoo). E sulla voglia di verità.

L’innesco l’hanno dato le donne ma a raccogliere il testimone sono uomini e donne che insorgono contro la cultura dell’uomo metoo2bianco, maschio, occidentale che fa dire al politico di turno di essere orgoglioso delle proprie prodezze sessuali piuttosto che di avere lavorato per ridurre la povertà o per consentire a tutti, ricchi e poveri, l’accesso a servizi sanitari di qualità o alle politiche per affrontare gli effetti dei cambiamenti climatici. Lo scrittore Paolo Di Paolo dalle colonne dell’Espresso qualche mese fa ha scritto a chiare lettere che “non sposteremo avanti di un millimetro il discorso pubblico, se non saranno anche gli uomini a parlare – a parlare apertamente, responsabilmente – delle violenze che le donne subiscono” .

Uscire dall’angolo -molto frequentato da noi donne- del silenzio, fare sentire la propria voce, parlare, discutere, è un passo fondamentale per trasformare radicalmente il rapporto tra uomini e donne, nel privato e ancor più nel pubblico. Jane Austen lo aveva capito duecento anni fa, e della parola, del dialogo incessante tra i sessi ha fatto il filo rosso che percorre tutti i suoi romanzi.

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13. dicembre 2017 by Anna Puleo
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A Ciambra di Jonas Carpignano, il bildungsroman di un giovane rom. La recensione

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Un film bello e commovente, lo ha definito Martin Scorsese. Ma anche un film duro e poetico, che gioca con gli stereotipi più inveterati. A Ciambra è il secondo appuntamento con la regia di Jonas Carpignano, giovane italo-americano che ha scelto di vivere tra gli States e Gioia Tauro. E’ qui, in Calabria, che nasce il suo primo film, Mediterraneo. Ed è qui, durante le riprese del suo film d’esordio, che gli viene rubata l’auto e che conosce Pio e la comunità rom della Ciambra.

 

A-CiambraNel film, voluto da un parterre di produttori internazionali su cui veglia il grande Martin Scorsese, che ha già ottenuto gli applausi della Croisette e la nomination agli Oscar 2018 come Miglior film straniero, Carpignano racconta la quotidianità di Pio Amato e della sua famiglia nella boundenville della Ciambra, a Gioia Tauro. Dove i segni di uno sviluppo mai decollato e di un tessuto sociale estremamente degradato, smembrato dalla presenza pervasiva della ‘ndrangheta, dove convivono con i nuovi commensali di una mensa sempre più risicata, rom e migranti.

Pio, giacca di pelle e sigaretta in bocca, curioso e irrequieto come può essere un ragazzo di14 anni, non sa leggere né scrivere ma ha un’intelligenza pronta, un istinto unico e sicuro di accattivarsi la simpatia altrui e una rara abilità di risolvere (a suo modo) i problemi. Così, quando padre e fratello finiscono in carcere, è lui a inventarsi una nuova fonte di reddito (il furto di valigie sui treni che fermano alla stazione di Gioia) per poter sbarcare il lunario insieme alla madre e al folto clan familiare.

Dal nonno Pio impara che la vita di un rom non è fatta solo di furti e piccoli espedienti quotidiani, del sopravvivere alla giornata, del pagare il prezzo degli sgarri o le bollette dell’elettricità, non è il degrado e l’anomia della Ciambra, ma è altrove, nella loro irriducibile a-ciambra1singolarità. “Siamo noi contro il mondo”, sono le ultime parole che il vecchio lascia al nipote.

Pio non ha, però, la forza di ribellarsi al ferreo codice di sangue della famiglia. Il clan traccia una linea precisa, che non cede a mediazioni o ambiguità, sotto e sopra la quale non c’è né può esservi nulla, neanche l’amicizia. Pio si trova di fronte a una scelta dolorosa, più grande di quella che qualsiasi ragazzo potrebbe sopportare, eppure sceglie, e scegliendo tradisce il suo unico amico, Ayiva, un migrante nigeriano, conferma la sua appartenenza, il suo destino, e l’ingresso in quel mondo di adulti da sempre bramato.

Tra documento e finzione, quella di A Ciambra è una storia di formazione, dura e amara. Tornano alla mente le lezioni di Truffaut, di De Sica, Zavattini e Rossellini. E’ Rossellini a spiegare che il personaggio è la lente attraverso la quale riusciamo a vedere il contesto. Una lezione che Carpignano tiene costantemente in mente. La camera tallona Pio, gli si avvinghia in un corpo a corpo permanente, ne scruta gli sguardi, le insicurezze e le certezze granitiche, ne svela il bisogno di amore e di riconoscimento. Il regista ha vissuto per mesi con la famiglia Amato, si è avvicinato con a ciambraonestà e curiosità, senza pregiudizi, ne ha ascoltato le storie, ha condiviso e partecipato a momenti piccoli e grandi della quotidianità, ha chiesto ai suoi attori-non attori (primo tra tutti Pio, ma bravissima anche Iolanda, sua madre, e Koudous Seihon, nella parte di Ayiva) di essere se stessi, fino in fondo.

La storia di Pio e della sua famiglia è anche la storia delle comunità che convivono sul territorio, gli ‘italiani’, i rom, gli africani, e dei loro rapporti, impressi nella rigida delimitazione degli spazi –urbani e non solo- tra la cittadina, la periferia-ghetto della Ciambra, la zona d’ombra del nuovo ghetto, la tendopoli di San Ferdinando in cui vivono i migranti, riprendendo il filo di un discorso avviato in Mediterraneo e destinato a concludersi nel successivo terzo capitolo della trilogia voluta dal regista. Separazione che ritorna negli spazi assegnati ad adulti e bambini, donne e uomini della Ciambra, spaccato in vitro di modelli sociali sedimentati nei secoli e oggi percorsi da mutazioni antropologiche radicali (vedi il contrasto tra il rumore assordante di moto e auto con le loro gimkane nel campo rom e quello degli zoccoli del cavallo che compare in apertura e appare e scompare per tutta la narrazione, metafora di un’identità perduta).

Q&A A CiambraA Ciambra non è tuttavia un saggio antropologico né una fiction sulla falsariga di Gomorra, modelli dai quali prende esplicitamente le distanze, come del resto da luoghi comuni e narrazioni polarizzate. A Carpignano non interessa dove stiano il Bene e il Male. Il suo sguardo si appunta con una insospettabile forza espressiva sul passaggio all’età adulta di un adolescente che ha fretta di crescere, e subito, nell’universo della Ciambra, microcosmo esemplare di diseguaglianze e povertà globalizzate. Il suo obiettivo è dare visibilità e voce a chi per definizione non ha né l’una né l’altra. E non è un caso che sia un giovane cineasta arrivato da oltre Oceano, dal melting pot della Grande Mela, a restituirci  con uno sguardo diverso questa faccia del nostro Sud. Sono ragioni sufficienti per andare a vedere questo piccolo grande film.

 

 

 

 

 

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04. dicembre 2017 by Anna Puleo
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Jane Austen la divina

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Lo confesso. Ho fatto parte a lungo di quella cerchia di persone che non l’hanno mai letta, per pigrizia o perchè colpiti dallo strale del pregiudizio, lo stesso che nei suoi libri lei ha dipinto in diversi colori e sfumature. Poi, un anno fa, l’idea di farne un laboratorio mi ha spinto a leggere Orgoglio e Pregiudizio ed è stato lì che si è presa la sua rivincita. In una manciata di ore, uno dopo l’altro, ho finito per leggere tutti e sei i suoi romanzi, ho sofferto per la sicurezza di giudizio di Elizabeth Bennet e la scarsa considerazione di sé di Fanny Price, ho sorriso per la saccenza di Emma, i tic e la megalomania di papà Woodhouse e di sir Walter Elliot, il pervicace esporsi al pubblico ludibrio di Mr. Collins e Mrs. Bennet, e seguito con angoscia la sottomissione di Anne Elliot al volere altrui e l’irruenza cieca di Marianne.

Io_Jane_Austen_1La puoi vedere in tanti modi Jane Austen, una amabile signora che scrive per passatempo, una moralista, una zitella di talento dai modesti orizzonti tracciati dal suo ceto sociale, una squisita artista del ricamare storie, come scrive Nabokov, una acuta osservatrice di vizi e virtù della società inglese di inizio Ottocento o un genio che ha saputo trascendere la sua epoca per restituirci verità universali e senza tempo e un attualissimo campo di interrogazioni del nostro presente, ma ciò che non puoi non fare è coglierne la grandezza.

 

A colpirti all’inizio sono il nitore della scrittura, le descrizioni immacolate, la perfezione dei dialoghi, il registro beffardo e graffiante, divertente e irriverente, sempre pronti a centrare miserie e vezzi, individuali e sociali, senza risparmiare nessuno, comprese le sue eroine. Man mano, però, a stupire è la sapienza usata nel nascondere strutture complesse dietro una scrittura impalpabile; l’abilità nel tenere sempre saldamente le redini, senza farsele sfuggire, di un labirinto narrativo in cui temi e biografie personali si intrecciano, si contorcono e dipanano, si allontanano in direzioni diverse per ritornare al punto di partenza; l’arte di inanellare uno dopo l’altro personaggi reali e convincenti, che soffrono, amano, sono forti e fragili insieme; l’ esercizio ininterrotto di uno sguardo affilato, mai indulgente, sugli stereotipi e il provincialismo, l’egoismo e le ipocrisie dei contemporanei.

cinema austenLa più perfetta artista tra le donne, come la definì Virginia Woolf (che le ha dedicato pagine inimitabili ne Il lettore comune e in Una stanza tutta per sè), tesse pazientemente, un’opera dopo l’altra, la tela del romanzo di formazione, dove il dialogo incessante, la relazione simbolica con un’altra donna, il pensare le proprie emozioni, la conquista dell’amore, sono il viatico a una presa di coscienza, spesso dura e dolorosa, sulla difficile arte di stare al mondo. Lo ricorda Liliana Rampello nel suo Sei romanzi perfetti (2014), citando Franco Moretti (Il romanzo di formazione), che Emma Anna, Elizabeth si collocano a fianco di Wilhelm Meister per raccontare tuttavia un’ altra storia di formazione, diversa da quella che ha il suo fulcro nell’eroe di epica memoria, cristallizzato in un modello senza tempo, giacché lo sfondo imprescindibile del romanzo austeniano è la quotidianità, lo scorrere ordinario e accidentato dell’esistenza. E’ dentro il perimetro del quotidiano che la protagonista contratta la propria libertà e afferma se stessa superando gli ostacoli del conflitto tra dovere e felicità. Un percorso meticolosamente scandito da uno stile inimitabile e dall’uso ripetuto di un dizionario marcatamente austeniano (su cui vedi due recenti studi citati in questo articolo del New York Times).

…a lei (Jane Austen) bastava rappresentare quel che sapeva vedere, e cioè che una ragazza, se legata da un saldo vincolo con un’altra donna, poteva amare un uomo senza rischiare di perdersi e, ancor più, poteva imparare da lui qualcosa, poteva insegnare a lui qualcosa d’altro. Insomma…le donne possono imparare tra loro e anche da un uomo, gli uomini non imparano granché tra loro ma possono imparare da una donna, in una visione del rapporto e del conflitto tra i sessi nuova per il suo tempo e innovativa ancora oggi; ogni gesto di una delle ragazze mostra una relazione, porta con sé il potere e la responsabilità della modificazione. (L. Rampello, Sei romanzi perfetti)

Quelle di Austen in realtà non sono perfette eroine romantiche, come vorrebbe la vulgata dominante, ma donne capaci di mettersi in gioco nella sfida della relazione con l’altro, rimanendo fedeli in ogni caso a “ciò che siamo, ciò che abbiamo e

EMMA [BR / US 1996]   GWYNETH PALTROW, TONI COLLETTE     Date: 1996 (Mary Evans Picture Library)

ciò che facciamo” (sempre Rampelli), nella consapevolezza della propria irriducibile imperfezione e della responsabilità che si ha verso se stesse e verso il mondo. Al di là dei giochi di sguardi e di seduzione, dei volubili moti del cuore, della fascinazione per le avventure e le grandi idee, le personagge (termine evocato ne L’invenzione delle personagge da Bia Sarasini, Roberta Mazzanti, Silvia Neonato, Iacobelli) austeniane guardano a un orizzonte possibile, solido e a portata di mano, in cui muoversi con libertà e felicità.

Questa penna straordinaria che in tanti non hanno esitato a paragonare a quella di Shakespeare non ha faticato molto a diventare una vera e propria icona, di cui si sono appropriati non solo l’editoria ma anche cinema e televisione, teatro e web, in un profluvio di edizioni in decine di lingue, di film e siti web, dove è possibile trovare le sue opere e scaricarle gratuitamente insieme a lettere e aforismi, aneddoti, ricette di dolci, musica. Un mercato saturato in questi mesi da nuove uscite in occasione del doppio bicentenario, dalla morte e dalla uscita del suo ultimo lavoro, Persuasione. Eppure i suoi romanzi inizialmente furono rifiutati dagli editori e ferocemente censurati dalla critica che riteneva la sua opera sbiadita e banale. Non la pensano così scrittori come Virginia Woolf, Samuel Beckett, Margaret Atwood, Katzuo Ishiguro, Ian McEwan che hanno confessato ripetutamente il loro debito verso la scrittrice inglese.

Che ne penserebbero di tutto questo quei detrattori e scrittori  del suo tempo che si sentivano in dovere di  offrirle preziosi suggerimenti, qua e là, su come costruire il perfetto romanzo per signorine, ai quali l’ineffabile Jane rispondeva, senza dimostrare turbamento o disappunto, con un Piano di un romanzo secondo suggerimenti vari?

L’eroina deve essere la figlia di un ecclesiastico, che dopo aver molto vissuto nel mondo se ne ritira, e si stabilisce in una parrocchia vivendo di un suo piccolo capitale. Il più eccellente uomo che si possa immaginare, carattere, umore, maniere perfette, senza nessun tratto negativo e nessuna caratteristica che gli impedisca di essere il più delizioso compagno per la figlia da un capo all’altro dell’anno. ….Spesso rapita dall’antieroe ma sempre salvata dal padre o dall’eroe. Spesso costretta a mantenere se stessa e il padre colla sua attività e a lavorare per il pane; continuamente ingannata e defraudata del suo; ridotta a uno scheletro e qua e là morta di fame. Alla fine, cacciati fuori dalla società civile, privati dal riparo della più umile capanna, sono costretti a ritirarsi nelle Camciatca, dove il povero padre, completamente distrutto, sentendosi prossimo alla morte, si getta a terra, e dopo quattro o cinque ore di teneri consigli e paterne ammonizioni all’infelice sua figlia, spira in una esplosione di raffinata cultura letteraria, mescolata a invettive contro i detentori di rendite da decime. L’eroina per qualche tempo inconsolabile, si trascina alla sua contrada natale, sfuggendo di stretta misura e almeno venti volte alla cattura da parte dell’antieroe; e alla fine proprio al momento giusto, svoltando l’angolo per sfuggirgli, cade nelle braccia dell’eroe che, avendo finalmente respinto gli scrupoli che lo bloccavano, stava proprio mettendosi in cerca di lei. Il più tenero e completo  éclaircissement ha luogo….(in J.E. Austen-Leigh, Ricordo di Jane Austen)
keira-knightley jane auten

Basterebbe questo brano, insieme a diverse annotazioni disseminate nelle lettere, a confutare l’idea inveterata che Austen non avrebbe lasciato traccia alcuna del suo straordinario laboratorio di scrittura, lasciando spazio a definizioni, come quella di Henry James, di autrice ‘istintiva‘, che non trovano sostegno in una scrittura estremamente calibrata, controllata fino al parossismo, a iniziare dall’incessante come and go dalla mente delle sue protagoniste, che anticipa di un secolo i mutamenti epocali introdotti da Proust e Joyce.

Se nella sua breve esistenza Austen non andò oltre il triangolo di terra tra Steventon, dove era nata, Bath e Chatown, con l’eccezione di qualche breve puntata a Londra,  il suo nome e le sue opere hanno attraversato gli oceani, valicato montagne, attraversato generi (dall’erotico al fumetto passando per le chick lit) e canoni letterari arrivando immutate nella loro potenza espressiva, e sovversiva, sino a noi.

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29. novembre 2017 by Anna Puleo
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Parole

Colin in God we trust

«Io credo soltanto nella parola. La parola ferisce, la parola convince, la parola placa. Questo, per me, è il senso dello scrivere». Sto pensando a un articolo sulla parola cercando il punto di vista giusto per eludere il cappio dello scontato, del già detto, del banale, quando mi capita sotto gli occhi questa frase di Ennio Flaiano, uno che le parole le conosceva quanto l’aria che respirava.

Chi ogni giorno, o quasi, fa i conti con la parola –parlata, scritta, poco importa- non può che sottoscrivere il pensiero di Flaiano. La parola può colpire o persuadere, infuocare o rasserenare, può servire a nascondere o svelare, a convertire o costringere, ad accompagnarci in un universo di meraviglie o a gettarci nella più cupa prostrazione. Mero segmento di una catena parlata o scritta che non può essere troncata, come la definiscono i linguisti, o magnifica ossessione e indicibile tormento.

Colin BabeleIn principio fu il Verbo. Tanto per intendere che la parola è tutto, l’alfa e l’omega di tutte le cose, potenza creatrice, atto pieno e perfetto. Parola che mette ordine nel caos e che al caos è destinata a tornare.

All’inizio c’era anche la retorica -‘discorso sul discorso’ la definisce Barthes  – che ha ingabbiato la parola in regole rigorose per farne un mezzo potente di persuasione che si affida alle armi raffinate dello stile e del lessico e alla sapienza narrativa, ovvero un mezzo di ricerca della verità, come sostiene Platone in dissenso con i sofisti.

In eterna oscillazione tra la tecnica e l’ arte, la parola e i suoi usi (simbolicamente immaginata da Zenone come una mano aperta, a indicare le mille forme che essa può assumere e il suo protendersi nel tempo e nello spazio) nei secoli sono stati studiati, categorizzati, plasmati in direzioni diverse, contendendo il campo di volta in volta alla filosofia, alla dialettica, all’educazione delle nuove generazioni(paideia). E non è un caso che il trattato Sul Sublime, nel segnare la strada di una parola che nella sua grandiosità, nella sua potenza, fuori da artifici e regole, è in grado di condurre gli ascoltatori all’estasi, sia il testo più compulsato di tutti i tempi insieme alla Poetica di Aristotele.

A disputarsi il primato della parola sono state nei secoli la Chiesa e la letteratura, la politica e i filosofi, la psicoanalisi e la Colin newa 5semiotica, fino a quando media e marketing, soprattutto, l’hanno ricondotta alla vita di ogni giorno, alla sfera dei comuni mortali, senza eccezioni. Ma è l’uso secolare della parola come tecnica di persuasione (e costrizione) a prendere il sopravvento e trionfare, tanto da spingere Gianni Rodari a riaffermare la necessità di affidare “tutti gli usi della parola a tutti”, perché essere artisti è una scelta ma non essere schiavi lo è assai di più.

Oggi i canoni che presiedevano le raffinate evoluzioni del discorso, a partire da quello poetico, non sono più applicabili al linguaggio quotidiano, che registra un diffuso appiattimento, tra neologismi, anglicismi (una piccola battaglia condotta tempo fa da Anna Maria Testa con la campagna Dillo in italiano), ashtag compulsivi, gerghi tecnologici, slang giovanili e tormentoni vari, che hanno ridotto la nostra cassetta degli attrezzi linguistica a un repertorio di parole sempre più limitato, povero, ripetitivo.

E’ lo spirito dei tempi. Certo. Ma capire di cosa stiamo parlando, come recita il titolo di un saggio appena uscito con la curatela di Filippo La Porta, non è marginale. E se gli scaffali delle librerie sono invasi da testi sull’italiano del XXI secolo e su come parlare (e scrivere), se sui social aumentano le segnalazioni di #paroleorrende –da cinepanettone a rottamare, per non parlare di sdoganare e implementare, passando dall’onnipresente effettuare, termini che spesso illuminano il grado zero del pensiero-, se si moltiplicano festival e incontri sul tema, se anche le blasonate Accademia della Crusca e la Treccani Colin the fall of faeton 2hanno raccolto la sfida di seguire sul web le rutilanti metamorfosi della nostra lingua, è altrettanto vero che gli ultimi studi Ocse ci dicono che una nutrita percentuale di italiani è incapace di capire ciò che legge. Lo chiamano analfabetismo funzionale, tanto per dire che puoi saper leggere e scrivere ma non comprendere un testo più lungo della lista della spesa. Tullio De Mauro lo sintetizzava efficacemente con l’esempio de “il gatto miagola”, spiegando che basta aggiungere “perché vorrebbe bere il latte” per mandare in tilt un bel po’ di gente, a prescindere dal titolo di studio. In questo, almeno, l’analfabetismo è democratico. Un dato che fa’ il paio con il tasso di lettura che interessa neanche la metà degli italiani e con l’assenza di modelli strutturali di formazione permanente, a sancire, ancora una volta, il fallimento delle politiche varate dai Governi negli ultimi vent’anni.

 

Eppure la lingua italiana comprende oltre 260 mila vocaboli, di cui almeno di due mila di uso comune. Fiumi di parole, cantavano i Jalisse, di cui a male pena usiamo poche centinaia di lemmi. Parole che dovremmo conoscere meglio non per maneggiarle come capita ma per scoprirne la bellezza, per goderne in tutta la loro pienezza, per farne un uso consapevole. Un compito che è anche una responsabilità di fronte al dilagare di fake news e hate speech, in tempi in cui leggi e atti pubblici costituiscono sfide continue all’intelligenza del cittadino (lo spiega Gianrico Carofiglio in Parole precise, Laterza, riproposto da poco nella collana Biblioteca della lingua italiana del Corriere della Sera) e i progetti politici sono ridotti a pochi slogan (non sempre efficaci).

 

E all’uso consapevole e responsabile della parola una grande scrittrice come Jumpa Lahiri, che qualche anno fa si è DEMOCRACY-Gianluigi-Colintrasferita con famiglia e bagagli a Roma per imparare l’italiano, ha dedicato il suo primo libro nella nostra lingua, In altre parole che, tra letture, elenchi, stupori e rivelazioni, esplora il complesso rapporto che abbiamo con il linguaggio, il senso di fascinazione e di estraniazione insieme che ci lasciano le parole, l’ansia disperante e la gioia di farsi capire e di capirsi, di lanciare un ponte, e attraversarlo, fiduciosi che ci porterà da qualche altra parte.

 

Cosa significa una parola? E una vita? Mi pare alla fine la stessa cosa. Come una parola può avere tante dimensioni, tante sfumature, una tale complessità, così una persona, una vita. La lingua è lo specchio, la metafora principale. Perché in fondo il significato di una parola, così come quello di una persona, è qualcosa di smisurato, di ineffabile. (J. Lahiri, In altre parole)

(Opere di Gianluigi Colin

 

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22. novembre 2017 by Anna Puleo
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