Arte contemporanea: Face to face, meccanismi maieutici per indagare il presente

facetofacelogo

 

Un pesante portone si apre su quello che un tempo è stato anche un carcere. Siamo a Montefiascone, diecimila anime e una vista mozzafiato sul lago di Bolsena. Nata dall’esplosione di un vulcano che ha impresso per sempre il suo marchio su una città, che è stata un baluardo etrusco e poi un roccaforte papale, strategica per la sua posizione, da cui sono passati Matilde di Canossa e papa Gregorio VII, l’imperatore Enrico V e Rossini.

 

La storia di questa città in perenne ebollizione non è estranea al nuovo progetto curato da Giorgio de Finis (in collaborazione con Marinella Breccola, Carmine Leta, Martin Figura, Saskia Menting, Francesco Marzetti, facetoface5Martapesta, Regula Zwicky), Face to Face. The maieutic machine, che  grazie al collettivo Arteliberatutti,  dal 1 al 14 agosto porta nel vecchio carcere cittadino 80 artisti che si avvicenderanno all’interno delle celle con un proprio progetto di ‘intervento maieutico’ che pone al centro il confronto tra artista e pubblico

 

Una cella chiusa a chiave. Due sedie l’una di fronte l’altra. Da una parte un artista, dall’altra un uomo o una donna disposti ad accettare la sfida dello sguardo. L’artista pone all’altro/a una domanda, un argomento, lancia un’azione performativa o, al contrario, si mette in ascolto di ciò che l’altro/a sta offrendo. Anche nel silenzio reciproco. Né l’artista né il visitatore possono celarsi, nessuna via di fuga, ognuno dona qualcosa di sé all’altro scoprendo di volta in volta aspetti a volte sorprendenti, in un flusso continuo. Un congegno che Anna Maria Civico, tra gli artisti coinvolti in Face to Face, spiega così:

 

Il numero due è difficile, in un incontro a due non hai scampo. Io lavoro sull´ascolto, da sempre. In Face to Face “allestisco” condizioni relazionali specifiche, molto, molto semplici e che orientano le risposte/proposte a partire da movimenti periferici e dai suoni e parole prodotti da entrambi. Il discorso è decentrato. Cerco aspetti necessari alla comunicazione umana, possibilmente connessi a desideri indefiniti e ad assenze. Un aneddoto: un visitatore stava parlando con il giovane “secondino” dello staff prima di entrare nella mia cella. Il suo timbro era cosí gracchiante come quello di un corvo, che mi ha istruito subito ed ho preso il suo timbro e per tutta la durata del nostro incontro ho lavorato musicalmente improvvisando pezzi jazz-blues-rap, è stato molto divertente per entrambi.

 

facetoface4La prima cosa alla quale ho pensato, dopo aver visto alcuni momenti dell’happening, è The Artist is Present, la performance forse più nota di Marina Abramovic, seduta immobile e silenziosa, gli occhi concentrati sullo spettatore seduto all’altro capo del tavolo, intenta a restituirne, come in uno specchio, l’immagine e a diventare a sua volta oggetto dello sguardo altrui, in un costante, a volte intensissimo, capovolgimento dei ruoli. Nel quale il pubblico osserva sé stesso e il soggetto attivo da osservatore diventa osservato, spiega l’artista serba.

 

Analogamente, gli artisti di Face to Face creano uno spazio intimo che poco per volta viene condiviso con lo spettatore, sollecitato a non aver paura di scrutare territori lontani, di sedersi sul bordo delle cose, di frequentare –seppur per 10 minuti, il tempo fissato per ogni intervento maieutico- i confini.

 

Due giorni fa sono andato a visitare la maieutic machine di Face to Face –mi dice Martin Figura, che al progetto partecipa nella doppia veste di organizzatore e artista-. Dopo un giro di quasi 2 ore, in cui il tempo sembrava volato via, la mia impressione principale era di essere entrato in un mondo complesso di grande varietà. Probabilmente la ricchezza dell’arte del nostro tempo. In particolare mi ha colpito il grande contrasto fra interazioni fisico-corporee e intellettuali, fra emozione e razionalità, fra attività e osservazione. I 10 minuti (da regolamento) in ogni cella spesso erano per me un assaggio il cui retrogusto è ancora attivo.

 

I temi affrontati sono diversissimi. Ad esempio, Paola Romoli Venturi intende riflettere sul rapporti tra facetoface3diritti e doveri.

 

Rientro nella cella dove lo scorso anno ho trascorso 7 giorni. Accanto alla porta riappendo su un chiodo la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Ma questa volta non la leggo da sola a voce alta, sperando che qualcuno mi ascolti. Questa volta la leggo face to face. Approfittando dei 10 minuti nei quali avrò a disposizione un visitatore/fruitore che starà chiuso con me nella cella attuerò una lettura riflessione. Chiederò al visitatore/fruitore di trovare i doveri che supportano il diritto che leggerò.

 

Anna Maria Civico parte invece da uno spazio aperto, una struttura che somiglia molto a uno

 

scheletro a cui viene dato vita. Io sono inizialmente lo scheletro e le risposte, la presenza, le proposte implicite del visitatore mi muovono. Chissá se lei/lui se ne rendono conto…. A volte i visitatori con le loro osservazioni diventavano una Sibilla per me e a volte io lo ero per loro. La cella di circa 6 mq con una piccola fessura verso il cielo, i 10´, l´orientamento iniziale della struttura ci hanno stimolato l´immaginario: “Con le idee possiamo cambiare lo spazio”, “Ti sei costruita un cubo vitale”, Siamo soli e non siamo soli”.

 

 

facetoface6Alla fine, quando il portone si chiude dietro di noi, gli occhi doloranti, nello sforzo di riadattarsi alla luce accecante di agosto, si rialzano per cogliere il librarsi lieve e gentile di un batuffolo di microscopiche particelle che danza nell’azzurro perlaceo del cielo.

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04. agosto 2017 by Anna Puleo
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Raffaele Montepaone, scatti di una Calabria arcaica e resiliente

raffaele montepaone lyfe donne 3

Mani che sgranano i grani di un rosario. Mani riposte in grembo, in una posa arcaica che appartiene solo alle donne del Sud, impronta corporea, segnale di quiete, di paziente attesa e rassegnazione atavica. “Comu vo’ Diu!” sussurrano sommesse le labbra e le mani insieme. Mani solcate da fitti reticoli di vene, scurite dal sole e dall’acqua, devastate dall’artrite, nodose come rami di un albero. Mani racchiuse l’una sull’altra come una pietra, spigolosa e compatta. Mani che coprono il viso, chiuso all’esterno nel raccoglimento della preghiera o nella voragine del dolore.

 

raffaele montepaone donne lyfe 2All’inizio furono le mani e il volto di Concetta, poi arrivarono quelle di Maria, Caterina e di altre donne calabresi che il fotografo Raffaele Montepaone ha scelto come oggetto-soggetto dei suoi scatti. Non sono bozzetti pittoreschi o immagini promozionali ma volti e corpi reali, autentici, di chi non ha paura di esporsi ed esporre allo sguardo altrui i solchi profondi provocati da fatiche e dolori.

Sono gli ultimi testimoni di un mondo contadino, duro e severo come le pietre delle case o il profilo delle montagne calabresi, che coltiva grande dignità e consapevolezze. Un mondo in cui il tempo è ancora scandito dalla campana della chiesa e dai ritmi della natura. Anche di questo il turbocapitalismo si è appropriato per farne un business, per alcuni è la normale quotidianità.

Alla quale guarda questo giovane fotografo in una sorta di Gran Tour dell’anima, che al luogo comune predilige l’attenzione, l’ascolto dell’Altro, lo sguardo che penetra in territori inaccessibili seppure a tutti comuni. Il bianco e nero scolpisce come fosse uno scalpello i volti e i corpi devastati dal tempo, le onde dei capelli disciplinate dalle forcine o da un rigido chignon, gli sguardi a volte duri e disincantati, a volte teneri e sorridenti, da cui traspare una saggezza naturale delle cose che non ha bisogno di concettualizzazioni o proclami. Sacche di resilienza, e resistenza, alla società ‘liquida’ che impone a tutti in modo trasversale i suoi modelli.

Classe 1980, la macchina fotografica sempre in mano sin da bambino, Raffaele comincia a muovere i primi passi nello studio paterno, a Vibo Valentia, e da lì il passo è breve per coltivare Raffaele montepaone donne fotoprogetti propri, che gli valgono nel 2014 l’Affordable Art fair e i FIOF 2014, la Menzione d’onore ai Fiof 2015, il Premio speciale Talent Prize 2015 e un libro (Life) con la prefazione di Ferdinando Scianna. In questi giorni si è aggiudicato il premio Mia RaM Sarteano –Mia Photo Fair edizione 2017, insieme all’ americano Marshall Vernet, che si rivolge alla fotografia d’arte collegata ai territori, ed è protagonista della mostra allestita alla Rocca Manenti a Sarteano, Siena, aperta sino al 20 settembre.

 

Life è un intimo documento storico, un segno di quella Calabria che è sopravvissuta all’apocalisse culturale della società consumistica. …E’ al contempo un mondo crudo e romantico, pregno di simbologia, un mondo che vive in un tempo sospeso, i cui ritmi sono scanditi solo dalla natura. E’ un monito alle nuove generazioni, un invito a fermarsi, a ritrovare il valore e la grandezza delle piccole cose, ad ascoltare ed osservare lontano da rumori e colori. Life vuole trasmettere un messaggio di resilienza che tramite una fotografia non urlata, ma potente, marca un netto contrasto con il caos di valori della società moderna che genera giovani belli, patinati e robusti nel corpo ma fragili nell’animo. Life ritrae un’altra verità che sopravvive alla modernità e forse la beffeggia (Raffaele Montepaone)

(Le foto sono tratte da Life di Raffaele Montepaone)

Raffaele montepaone foto donneRaffaele montepaone donne 4932-copiaraffale montepaone, hand foto

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26. luglio 2017 by Anna Puleo
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Rivoluzione, rivoluzione rivoluzione. Se ne parla alla Scuola di Filosofia di Roccella Jonica

Rivoluzione-IV stato

Un’ americana, un russo e un calabrese. Non è una barzelletta, ma sono i protagonisti di un episodio curioso avvenuto un secolo fa. Mary Pickford e suo marito, Douglas Fairbanks, star luminosissime del cinema americano degli esordi, nel 1926 compiono un viaggio in Unione Sovietica. Una troupe del cinegiornale li segue nel corso delle loro giornate e riprende anche un bacio dato dall’attrice all’attore Igor Ilyinski. A capo della troupe russa c’è un regista, Sergei Komarov, che decide di usare la scena per farne un film, intitolato, guarda un po’, Un bacio da Mary Pickford. Il tutto all’ insaputa, tanto per usare un termine abusato, delle due stelle hollywoodiane che, a quanto pare non ne seppero mai nulla, nonostante il film fosse prodotto dalla Mezhrapom Film Studios, esatto contraltare in terra russa degli Studios hollywoodiani, fondata, pensate un po’, da un calabrese, Francesco Misiano.

rivoluzione1917 corteo di donne a Pietrogrado-kZhG--835x437@IlSole24Ore-WebHa lo sguardo lungo, Misiano. Lo dimostra in questa ed in altre occasioni, quando tanto per dire porta Sergej Ejzenstejn e il miglior cinema d’autore sovietico in Europa. Ed è un uomo che non si piega. Nel 1921 diventa Deputato del neonato Partito Comunista Italiano e di lì a poco subisce un’aggressione da parte di una squadraccia fascista, citata anche Antonio Gramsci nei suoi Quaderni, che parlerà di un episodio nauseante.

Tanto Misiano che Gramsci, sia pur in modo diverso, intrecciarono le loro vite e la loro visione del mondo a quella fase imprescindibile della storia del ‘900 che è la Rivoluzione d’Ottobre, di cui si celebrano quest’anno i cento anni. E Rivoluzione è la parola d’ordine della Scuola di Filosofia Scholè di Roccella Jonica che ha scEugène_Delacroix_-_La_liberté_guidant_le_peupleelto come locandina proprio il manifesto del film di Sergei Komarov e di dedicare la giornata centrale del festival alla figura di Antonio Gramsci.

Dal 20 al 25 luglio la Scuola propone un fitto calendario di appuntamenti, con le Lezioni al mattino, Laboratori, Inviti alla lettura, Incontri serali. Apre Remo Bodei, insieme a Salvatore Scali direttore della Scuola, per introdurre alle molteplici accezioni che il termine Rivoluzione ha assunto nel corso del tempo, tema che verrà declinato in tutti i suoi aspetti –storici, filosofici, scientifici- dai relatori. Così Domenico Losurdo parlerà di Hegel e la Rivoluzione, Pietro Montani del rapporto con il cinema e con il web, Geminello Preterossi si interrogherà su come sia possibile pensare la rivoluzione oggi, Roberto Finelli e ancora Losurdo indagheranno il tema spaziando tra Oriente e Occidente.

Il 22 luglio giornata-evento dedicata totalmente al concetto di rivoluzione in Gramsci, tema ampiamente arato dal grande intellettuale sardo, che ha posto le fondamenta per gran parte del pensiero contemporaneo.rivoluzione cina-guardie-rosse-1966-ap-kwhH--835x437@IlSole24Ore-Web

Per chi preferisse andare al mare al mattino, invece, ci sono i Laboratori pomeridiani, che esplorano la filosofia della prassi gramsciana, le Tesi su Feuerbach di Hegel e il pensiero dell’americana Nancy Fraser.

Scholè vuole essere una comunità filosofica che intende contribuire alla crescita del sapere a beneficio di tutta la collettività, contro il pensiero unico e l’appiattimento della riflessione critica dilaganti. La partecipazione alla Scuola è aperta a tutti ed è gratuita.

 

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20. luglio 2017 by Anna Puleo
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Nabokov, la letteratura, la caccia alle farfalle e le cose trasparenti

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Il dettaglio è sempre il benvenuto, scrive nella sua biografia, Parla, ricordo. E il dettaglio è il punto costante di approdo e di ripartenza, testardamente cercato, di volta in volta creato e ricreato in tutte le sue opere da Vladimir Nabokov. Potrebbe essere diversamente, del resto, per l’appassionato scacchista che trascorre ore intere a svelare le imponderabili leggi combinatorie degli scacchi? O per lo scrittore-entomologo che passa le sue notti chino sul microscopio a studiare farfalle, cercando di decifrare il mistero di quei corpi impalpabili e lievi?

 

Un mondo cristallino e silenzioso, quello del microscopio, in cui si può restare ingabbiati. Come nell’universo del linguaggio. butterflies_custom-nabokov 5fa42bcc6cb6668d5995a9dfd2a0a5b6f4df99f-s300-c85In entrambi i casi sono i dettagli a contare, chiave di volta per poter frequentare tanto i territori della scienza che quelli letterari. Sono “queste combinazioni di dettagli a generare quella scintilla sensuale senza la quale ogni libro è morto”, scriverà. Letteratura e caccia alle farfalle, fonti di “magia, l’una e l’altra un intrico di incanti e inganni”,  condividono dunque uno spazio comune, in cui si muovono lo scrittore e il poeta insieme allo scienziato, che è poi la nostra realtà,

“infinita sequenza di gradini, di livelli di percezione, di doppi fondi – scrive in Strong Opinions (Intransigenze, edito da Adelphi) – e per questo inestinguibile, irraggiungibile”.

E’ una realtà che continuamente ci sfugge tra le dita, nei suoi volti molteplici e impalpabili, in un continuo gioco di specchi. E’ quel che accade ad Hug Person (nomen omen: person in inglese rimanda all’essere umano ma in latino alla maschera dell’attore, al personaggio interpretato), protagonista di Cose trasparenti, uno dei romanzi più belli dell’autore di Lolita, Pnin, L’incantatore. Goffo e allampanato, le mani enormi, occhi tristi, imbranato, perseguitato da sempre da incubi notturni, dal sonnambulismo e dall’immagine della giovane moglie (una donna “dall’anima arida, essenzialmente infelice”, totalmente impermeabile alle attenzioni del marito) che uccide in un raptus notturno, Hug, uscito di prigione, torna indietro e percorre i sentieri della memoria nell’intento, forse impossibile, di riannodare i capi di una matassa indistricabile.

Ma tentare di scalfire la “sottile impiallacciatura di realtà immediata che ricopre la materia” cercando di vedere nella scatola trasparente che racchiude la nostra esistenza può essere pericoloso, perché il rischio è di sprofondare negli abissi profondi, senza possibilità di tornare a galla. La realtà è sogno, direbbe Calderon de la Barca. E se questa consapevolezza fosse a sua volta un sogno?

…ogni sequenza di causa ed effetto è sempre una faccenda fortuita… Altra cosa che non dovremmo fare è spiegare l’inspiegabile. Gli uomini hanno imparato a vivere sotto il peso di un nero fardello, un’enorme gobba dolorante: la supposizione che la ‘realtà’ potrebbe essere soltanto un ‘sogno’. Quanto più terrificante sarebbe se la consapevolezza di essere consapevoli del carattere onirico della realtà fosse anch’essa un sogno, un’allucinazione innata!

Torna il Nabokonabokov_bluev appassionato di farfalle, di leggerezza ed effimero, a ricordarci l’illusorietà di qualsiasi tentativo di condurre la nostra vita lungo i binari della ragione comune nella vana ricerca di un senso intimo delle cose. La vita è gioco, come la letteratura, sembra dirci tra le righe di questo gioiello in cui a trionfare, come al solito quando si parla di questo genio cosmopolita abituato a navigare tra culture e lingue diverse, perennemente preda delle lunghe ingombranti ombre della lingua e della cultura russa, aduso a spargere citazioni e sarcasmo, a mescolare alto e basso, kitsch e sublime con intatta leggerezza, è la parola. Chi lo dimentica, è destinato a perire, come Hug Person, tra le fiamme.

 

 

 

 

 

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17. luglio 2017 by Anna Puleo
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Classici da non perdere: Infanzia berlinese di Walter Benjamin

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Non sapersi orientare in una città non significa molto. Ci vuole invece una certa pratica per smarrirsi in essa come ci si smarrisce in una foresta. I nomi delle strade devono parlare all’errabondo come lo scricchiolio dei rami secchi, e le viuzze del centro gli devono scandire senza incertezze, come in montagna un avvallamento, le ore del giorno. Quest’arte l’ho appresa tardi: essa ha esaudito il sogno, le cui prime tracce furono i labirinti sulle carte assorbenti dei miei quaderni….La via verso questo labirinto, cui non mancava la sua Arianna, passava sul ponte Bendler…”.

Siamo a Berlino intorno al ‘900. Un’epoca tramonta definitivamente per passare il testimone ad anni ancora più densi e walter-benjamindifficili. Ad essi e a un bambino della agiata borghesia ebraica intento a percorrere fino in fondo quel labirinto si rivolge qualche decennio più tardi lo stesso bimbo, diventato ormai adulto e famoso, esule in un’altra grande città, in un altro Paese nel quale è stato spinto dal delirio nazista. L’uomo si chiama Walter Benjamin e l’approdo di quello sguardo è un vero capolavoro della letteratura del secolo scorso, Infanzia berlinese intorno al Millenovecento, un album di immagini che oltrepassa i confini della autobiografia per immergersi nel flusso della storia, galleria di specchi nei quali riflettersi per scrutare il futuro.

Berlino diventa  un regno fiabesco, una cosmogonia in cui tutto può accadere, in cui smarrirsi, e –forse- ritrovarsi. In cui il futuro è giù passato. Benjamin traccia i confini di un mondo magico, nel quale il letto può diventare teatro di straordinarie avventure, i giardini di Tiergarten un Olimpo con le sue antiche divinità, le pagine dei libri letti “i fragili fili di una rete” in cui impigliarsi, le vetrate di un chiosco abbandonato un prisma di colori in cui liquefarsi, la pista di pattinaggio uno spazio incantato in cui librarsi al suono della fanfara.

Come in un film scorrono le immagini berlino-cartolina15di luoghi,  volti,  gesti. La mano della mamma che conduce il piccolo Walter in una “Berlino buia e sconosciuta”; la nonna nel bow window, accanto il fedele cestino da lavoro; la pioggia scrosciante che tamburella contro i vetri per irrompere nelle gronde e gettarsi nelle gronde, che sussurra il futuro come una ninnananna; l’epifania di un calzino arrotolato che ti apre le porte a una dimensione in cui “forma e contenuto, custodia e custodito sono la stessa cosa”, in cui è possibile

estrarre la verità dalla poesia con la stessa cautela con cui la mano infantile estraeva il calzino dalla ‘borsa’.

E’ un mondo fatto della materia impalpabile dei sogni e di spettri, di mattini d’inverno e di angoli nascosti, di angeli e figure fiabesche. E di morte.

In tutto questo tuttavia non c’è nostalgia di un’epoca né pura contemplazione ma lo sguardo disincantato verso quel mondo berlino potsdamerplatzirrimediabilmente perduto che ha generato il mostro hitleriano. Qui la strada di Benjamin e quella del Proust de La Recherche, che il filosofo tedesco tradusse e studiò a fondo, si divaricano. Per l’autore di Angelus Novus, Sul concetto di storia, I passages di Parigi, il passato contiene in sé i germi di ciò che verrà, nelle sue pieghe si celano le ombre di un futuro che tuttavia è già passato, lo sguardo dell’omino con la gobba (il racconto che chiude il libro) che nell’anticiparlo, intralcia il cammino, e, nello stesso tempo, la capacità di coltivare l’arte di smarrirsi all’interno di una storia e di un tempo lontani dall’idea di una freccia scoccata verso una méta bensì in continuo divenire, rischiando continuamente di trascinarci nel vortice se abdichiamo al nostro compito, che è quello di volgerci, e indagare l’autentico, di scoprirlo di volta in volta, e riconoscerlo.

La nostalgia che risveglia in me, mostra quanto l’alfabetario si stato tutt’uno con la mia infanzia. Ciò che in realtà cerco in esso è l’infanzia stessa: tutta l’infanzia, come si collocava nel gesto con il quale la mano inseriva le lettere nel listello in cui dovevano allinearsi a formare parole. La mano può ancora sognare quel gesto, ma non può mai più risvegliarsi per eseguirlo davvero. Allo stesso modo posso sognare come una volta imparai a camminare. Ma non mi serve a niente. Adesso so camminare; non posso più imparare a farlo.

 

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10. luglio 2017 by Anna Puleo
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Cinema: Whiplash, la musica, il maestro e lo zen

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Si, è vero, alla prima mezz’ora ti accorgi che lo stampo è stato creato e sciorinato abbondantemente in letteratura come sul grande schermo. Certo, il primo pensiero va a Full metal jacket e al personaggio sadico e violento che si esercita sul debole di turno. In Whiplash prende le forme atletiche di un professore, direttore della orchestra jazz di una delle più importanti scuole di musica americane, mentre la vittima (o meglio una delle vittime) è un diciannovenne solitario e impacciato con la fissa della batteria.

whyplash3Whiplash di Damien Chazelle, è un film ben costruito, immagini splendide, una colonna sonora strepitosa e punte di virtuosismo registico. All’Academy Awards è piaciuto e nel 2015 gli ha conferito ben tre Oscar. Presentato al Sundance e subito premiato, il film ha accolto consensi un po’ ovunque. Certo, Chazelle può contare su due attori davvero in stato di grazia come J.K.Sinmons e Miles Teller nei ruoli del professor Fletcher e di Andrew, il giovane allievo, ma soprattutto su una partitura –tanto per restare nel tema- non convenzionale, che al di là della lotta senza esclusioni di colpi tra maestro e allievo, indaga il lato spirituale dell’incontro con il suono.

La musica, vuole dirci Chapelle, non è solo concerti, applausi del pubblico, successo, ossessioni e manie, non è solo talento, ma solitudine, pratica continua, concentrazione, tenace ricerca del suono. Non qualsiasi suono, ma quello, il tuo. Fletcher  accompagna Andrew nel viaggio nei propri abissi, “oltre i propri limiti”, un viaggio che si tinge del rosso del sangue e del nero della rabbia, del dolore, del sudore e della fatica che innervano le ore passate a provare, perchè possa raggiungere quella luminosa bellezza che l’arte e la musica possono donare. Come un maestro zen, Fletcher mette lo studente davanti allo specchio deformato di ciò che crediamo sia reale, usa la batteria per scuoterlo e riconsegnarlo al suo vero sè.

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Una sera di ottan’anni fa un altro ragazzo  -è la storia che Fletcher infligge a Andrew come un tormentone- va al Reno Club di Kansas City dove suona Jo Jones, per intenderci, il batterista di Count Basie. Il ragazzo sale sul palco per una jam, comincia a suonare, a un certo punto sembra perdere il tempo e la tonalità. Jones si spazientisce e gli tira un piatto. Il ragazzo raccoglie il suo sax e scende dal palco ma promette di tornare. E in effetti un anno dopo Charlie Parker, come il ragazzo si chiama, su quel palco ci torna e offre al pubblico una interpretazione mai sentita prima. Parker diventa l’artista che conosciamo ma, come dice Chapelle a proposito di Andrew, “non uno molto felice o soddisfatto”.

 

Il maestro zen Shuzan alzò il bastone verso il discepolo e disse: “Se questo lo chiami un bastone io ti picchierò. Se questo non lo chiami un bastone, allora io ti picchierò. Se non lo chiami proprio…ti picchierò ugualmente”. (Koan zen)

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02. luglio 2017 by Anna Puleo
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Un Calendario civile per raccontare la nostra storia

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Eccolo sulla scrivania o appeso alla parete (quello di Frate Indovino è un must del suo genere), in un angolo in cucina per appuntare le mille cose da fare ogni giorno, soppiantato ormai da un file digitale su telefonini e tablet. E’ il calendario, oggetto del desiderio di tanti un tempo, di utili cadeaux e della creatività di grafici e designer, religioso e/o profano,  destinato a traghettarci tutto l’ anno tra celebrazioni religiose e ricorrenze laiche. Ma c’è un altro calendario che, come in un grande gioco dell’oca, fissa alcune delle tappe fondamentali della nostra storia. Un calendario dettato da alcune domande: a che punto siamo? Dove stiamo andando?

 

A pensarci sono stati Alessandro Portelli, studioso della nostra tradizione orale e della cultura anglo-Funerali_morti_piazza_fontanaamericana, e l’editore Carmine Donzelli, che dopo aver steso un primo elenco di date, ne hanno selezionate 22, hanno chiamato attorno a sé un gruppo di intellettuali, giornalisti, storici, affidandolo a ciascuno una data e alla fine ne hanno tirato fuori Calendario civile. Per una memoria laica, popolare e democratica. Non un saggio in senso stretto bensì un progetto che coinvolge pure il Circolo Gianni Bosio, di cui Portelli è stato fondatore a inizio anni ‘70 con Giovanna Marini, che ne ha fatto un bellissimo spettacolo dal vivo ispirato da alcune delle storie pubblicate in questo volume a più mani che, come un fiume, percorre altre rotte, devia, si inerpica tra i tornanti montani, si unisce a sorgive e affluenti, si reimmette nel suo alveo, in un percorso non sempre lineare. Come questo Calendario, un testo intanto indubbiamente plurale nelle voci e nelle prospettive seguite, scelta attentamente ponderata nell’intento di cogliere lacerazioni e divisioni di una realtà mai uniforme  e di parlare alla coscienza critica dei lettori. Ogni voce, poi, non è solo una ricostruzione di un segmento della nostra Storia ma è densa di rimandi e collegamenti ad altri eventi da ricordare.

La storia non è un semplice scorrere di date e avvenimenti. Dentro ci sono le viscere di un popolo, la sua musica, la sua poesia. Così a raccontare il 12 maggio e l’introduzione del divorzio oltre all’analisi di Nadia donne-al-votoUrbinati ci sono anche un estratto dai Comizi d’amore, docufilm girato da Pier Paolo Pasolini nel 1964, e La regina senza re, un brano di Ignazio Buttitta e Otello Profazio mentre la voce sulla strage di Piazza Fontana (12 dicembre) stilata da Gad Lerner è accompagnata da alcune scene di Morte accidentale di un anarchico di Dario Fo. A comporre la voce del 2 giugno, Festa della repubblica ci sono il testo di Guido Crainz insieme a Miracolo della Ragione, un articolo scritto da Piero Calamandrei nel 1946 e Addio Pippetto mio, un canto della Resistenza. La voce sulla Giornata della Memoria affidata ad Adachiara Zevi propone le diverse prospettive sulla sua permanenza, richiamando il lettore a rispondere a domande ineludibili.

Per raccontare l’8 settembre (la voce è di Anna Bravo) sono state scelte le testimonianze di alcune donne e poi un canto popolare dell’’800, Ero povero ma disertore. Ma a scandire alcune fondamentali tappe di un passato non così lontano ci sono anche brani di Francesco De Gregori e Fabrizio De Andrè, passando per Giovanna Marini e Ivan Della Mea, la poesia di Sibilla Aleramo e un testo di Aldo Moro.

Non ricordare i lati oscuri della Storia –spiega Portelli- lasciarli sotto il tappeto, significa alla fine correre il rischio di esserne dominati. Ecco, il significato della memoria è proprio questo: raccontare.

Anche attraverso un calendario civile, aperto magari ad arricchirsi nel tempo di nuove date, che non si fermi alla semplice celebrazione perché, come spiega Umberto Gentiloni, bisogna

guardare al passato per comprendere, celebrare per conoscere, trasmettere e ricordare rafforzando così il tessuto di una comunità nazionale…per sconfiggere i rischi dell’oblio…per costruire una cittadinanza capace di non smarrirsi nelle sfide del nostro tempo.

Qui si radica, forse, il motivo per il quale la scelta è caduta non solo su date per così dire ‘istituzionali’, 8 settembre italia storiache a volte, travalicano i confini nazionali, come l’11 settembre o l’8 marzo, ma anche su tappe di una storia recente, parte “di una memoria in movimento”, di un processo ancora in fieri, in attesa di un suggello definitivo, come i fatti di Genova del 2001 o di Piazza Fontana o ancora il 3 ottobre a Lampedusa, presentando al pubblico un grappolo da gustare senza fretta, fermandosi su ciascuna voce, scegliendo l’itinerario da percorrere, dall’inizio alla fine o seguendo la nostra personale rotta. Anche questo fa parte di un Calendario civile he si rivolge alle nostre coscienze chiedendoci di abbandonare i giudizi facili e frettolosi per soffermarci a riflettere, congiungere i fili, accogliere i significati contesi. Ricordando sempre che la spada di cristiana memoria

“non è uno strumento per uccidere, ma uno strumento per distinguere… La democrazia è appunto un’organizzazione della società che riconosce le divisioni e i conflitti e prova ad amministrarli senza farci la guerra…” (A. Portelli )

 

 

 

 

 

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19. giugno 2017 by Anna Puleo
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Andrea Pazienza, la poesia in una striscia

Le straordinarie avventure di Pentothal festeggiano 40 anni. Fu un successo e la felice scoperta di un giovanissimo genio della matita che rispondeva al nome di Andrea Pazienza. Sono gli anni del Movimento studentesco, si sperimentano nuovi format narrativi e Bologna è una città dove tutto può accadere. Andrea comincia a creare un personaggio dopo l’altro, passa dalle tavole illustrate alla pubblicità, dai calendari e ai dischi, dai cartoni animati ai videoclip.

Tutto a una velocità folle, che solo un disperato desiderio di bruciare la vita e l’eroina ti possono dare. Il ragazzo partito da S. Benedetto del Tronto per frequentare l’università a Bpentothalologna è diventato un punto di riferimento irrinunciabile del fumetto italiano, un mito per tanti, accresciuto dalla fama dei suoi personaggi – Fiabeschi, Pertini, Zanardi, Pentothal-. Gli dedicano film e spettacoli teatrali, istituti scolastici e canzoni, compare nei romanzi di Brizzi e nei fumetti di Bonelli. Sono gli anni Il Male, Cannibale e Frigidaire, ma anche gli anni in cui si spara nelle piazze, un decennio tinto di rosso, iniziato con la strage di Piazza Fontana e finito con il ritrovamento del corpo di Aldo Moro, anni cupi in cui ci si chiude in casa, in cui non si sa più da che parte stare, in cui ideologie e mitologie ritenute inossidabili vengono sovvertite, in cui la contrapposizione è sempre frontale. Anni fissati nella memoria collettiva dalle foto in bianco e nero dei cortei con il volto coperto e i blindati in strada.

Un decennio tuttavia innervato da grandi fermenti creativi, da nuove mode e modelli di comportamento che trovano una vetrina d’elezione proprio nel fumetto, humus fertile di sperimentazione di nuovi territori narrativi e rinnovate identità. Il fumetto diventa il manifesto di un’intera generazione, terreno di incontro e scontro tra la cultura underground e quella di massa, di qua e di là dell’Oceano. In Italia Milo Manara, Crepax e poi la schiera di giovanissimi autori di Linus, Cannibale, Frigidaire, negli States gente come Crumb, Spiegelman, Rodriguez, ribaltano tutti i canoni del genere in un’ottica spesso marcatamente politica, le storie virano verso ritratti metropolitani aperti ai temi dell’emarginazione e del disagio, il tratto grafico cambia allineandosi allo statuto degli altri media, la narrazione si allontana dai confortevoli lidi del racconto lineare per sondare territori ancora inesplorati. Una rivoluzione gentile e multicolor che trova agganci nell’arte, nel cinema, nella letteratura, pur rivisitando profondamente teorie e pratiche.

pazpentothalMa forse il fumetto riesce più e meglio di questi a interpretare e restituire l’immaginario e i codici comunicativi delle nuove generazioni. Senza andare molto oltre, basta leggere le storie di Paz, farsi assorbire dal suo segno grafico, veloce e immediato, puro e allo stesso tempo grondante di sangue e dolore, rabbioso e irriverente, giocare insieme a lui tra storie e stili diversi, tra immagini e citazioni (Moebius in primis, ma anche Bob Dylan e il western all’italiana).

Paz, vitale e spaccone, geniale e tragico, è qui, tra le sue tavole e i suoi personaggi, nel cinismo di Zanardi, nell’esuberanza surreale di Sturiellet, nel tono beffardo delle tavole erotiche di Pazeroticus. E nelle atmosfere lisergiche di Pentothal, recentemente ripubblicato da Repubblica e Fandango, con una introduzione di Nicola Lagioia dove il sogno sconfina continuamente in una realtà che ha del mostruoso, tradotte in un linguaggio lussureggiante nel quale slang, onomatopee, neologismi e sgrammaticature non sono mai irrilevanti.

“Oìa, è proprio un deserto.” – “E ringrazia che ci sono io, che sono una moltitudine.” (da Le straordinarie avventure di Penthotal)

Una dimensione, questa, quella di autore di testi, e un dizionario originalissimo cui si ispira Marta pentothalpaz2Dalla Via che ne fa uno spettacolo, Personale Politico Pentothal, nel quale, insieme ad alcuni giovani rapper, prova a raccontare in parole e musica le volute acrobatiche della parola che prova a tradurre la realtà, giocando sulla doppiezza, sul nonsense, sul ritmo. Dentro ci sono l’autobiografia narcisistica di Andrea-Pentothal e le immagini di un’epoca -Bologna, Radio Alice, l’omicidio Lorusso, la stagione delle stragi- esaltate da “parole-proiettile che raccontano, feriscono e guariscono”, sparate a raffica come da un bazooka da una delle attrici e performer più interessanti della sua generazione, tra incursioni beat e freestyle dei giovani compagni di viaggio. Il teatro è lo spazio dell’ignoto. Il rap dice tutto quello che non si può dire. Entrambi devono parlare quando gli altri stanno zitti, spiega Dalla Via. Il teatro e il rap come antidoto al sonno letargico in cui siamo piombati tutti e come viatico al libero fluire del pensiero, come il Pentothal, appunto.

Per ricordare ancora questo geniale inventore dell’immagine parlata e disegnata.

 

Andrea Pazienza è riuscito a rappresentare, in vita, e ora anche in morte, il destino, le astrazioni, la follia, la genialità, la miseria di una generazione che solo sbrigativamente, solo sommariamente chiameremo quella del ’77 bolognese. (Pier Vittorio Tondelli)

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14. giugno 2017 by Anna Puleo
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Il Cantico dei Cantici secondo Roberto Latini

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Una panchina, una consolle radiofonica, si accende la spia On Air, parte la musica, lo spettacolo può iniziare. In scena un uomo, capelli lisci e neri, indosso ha una redingote scura, ricorda vagamente la rock star sul viale del tramonto di This Must Be The Place, si siede alla consolle e comincia a recitare.

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05. giugno 2017 by Anna Puleo
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Carne y Arena, o della condizione umana secondo Alejandro Gonzales Inarritu

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Una landa desertica, grigia e desolata sotto una luce ancora incerta tra la notte e l’alba, su cui campeggia la sezione anatomica di un cuore diviso da una linea tratteggiata, il confine tra U.S. e THEM, Noi e Loro, Stati Uniti e Messico. E’ la locandina di Carne y Arena (Virtually present, Phisically invisible), installazione in VR firmata da Alejandro Gonzales Inarritu, prodotta da Legendary Entertainment e Fondazione Prada, presentato in anteprima al Festival di Cannes.

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29. maggio 2017 by Anna Puleo
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